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Tapirelax
31.10.2006
ERITEMA
Autore: Robirobi

Un tempo, quando il sole non era ancora dannoso come una pioggia di raggi x, finite le scuole mi si prospettava l’immeritato incubo di quindici giorni di vacanze al mare.Con il mio sorriso scemo tentavo di essere uguale agli altri bambini, facevo anche le domande degli altri bambini sul mare, sul dove, sul quando, e come tutti guardavo il calendario e contavo i giorni che mancavano alla partenza, e dicevo fra me e me: ecco, si avvicina la morte.Partivamo su una NSU Prinz color ciliegia, festanti e gioiosi, a tratti, e speravo che quel viaggio non finisse mai e che dopo i monti ce ne fossero altri e poi pianure interminabili come una steppa e poi deserti, ma il mare mai.E invece, pieno d’orgoglio, mio padre annunciava una linea azzurra all’orizzonte, perché lui il mare l’amava, mentre ci portava alla pensione. Poi ci scaricava, fuggiva, e non lo vedevamo più per due settimane.Il tempo di disfare i bagagli, ed io ero già pronto con il mio costumino, palette, secchiello, pallone, palline di plastica con dentro le figure dei ciclisti, cappellino, terrore e fratellino. Avevo tutto.La madre come una chioccia solerte ci spingeva per centinaia di metri sotto il sole e di nuovo pensavo: speriamo che non sia mai finita, e invece ad un tratto quando meno me l’aspettavo giravamo verso una distesa di sabbia capace di cuocere una sogliola in pochi attimi.Benvenuto all’inferno, mi diceva il bagnino quando mi vedeva per la prima volta. Mio fratello, tranquillo, rimandava un buongiorno squillante. Il bagnino Lucifero ci portava verso quello che tutti considerano un ombrellone, e che per me era un miraggio. Il tempo di posare la roba, e mamma chioccia  puntava l’ala protettrice oltre il cono d’ombra. “Adesso vai lì” mi intimava. “Lì” albergavano i raggi deleteri, le sabbie mobili, le teste dei condannati che sbucavano producendo latrati impossibili da sostenere. Ma l’ala era aperta e così rimaneva, finché io, rassegnato, privo della protezione di creme e di santi, firmavo la mia condanna.Mammina mi guardava con piglio severo: “Il sole fa bene”. Da non prendere in considerazione l’idea di spalmarmi la crema, perché la crema ferma i benefici effetti dei raggi. Afferravo le mie disgraziate palette e mi mettevo a fare buche sempre più fonde, con l’incrollabile speranza di scivolarci dentro e sbucare nell’altro emisfero. Il mio fratellino tentava di ricoprirle con la medesima mia determinazione.Quando erano passate almeno due ore dal pasto, quando eravamo sicuri che anche l’ultima foglia di insalata e l’ultima fetta di melone fossero state abbondantemente assimilate e digerite, mamma chioccia ci concedeva di fare un bagno. Notoriamente il mare si trova al sole, e anche il sole fa il bagno, così cercavo di sparire sotto la sabbia come i granchi, ma ero proiettato verso l’inevitabile destino. E infatti il sale che rigorosamente rimaneva attaccato alla pelle - perché doccia no, doccia mai, dopo il bagno, perché l’acqua di mare fa bene - il sale e l’accappatoio mi rendevano fratello di sangue di un’orata al cartoccio.Verso la sera del mio primo giorno le spalle e il petto pullulavano di punti rossi pungenti e pruriginosi e infilarsi la maglia era come passare la punta di un cacciavite sui denti. Di notte le pustolette ed io fissavamo il soffitto insonni, pensavamo al nuovo giorno e lo speravamo pessimo, coperto, tendente alle nevi perenni.Avevo appena preso sonno che mi svegliava un sole meraviglioso attraverso le persiane già mezze aperte, perché noi di notte, non capisco perché, dormivamo in stanze quasi illuminate a giorno.Il mattino era foriero di dense ombre, e il perché lo capivo benissimo. “Mamma, posso rimanere all’ombra? Guarda, ho l’eritema qui, e qui, e qui”.“Il sole fa bene, più ci stai e prima diventi nero”. Davanti all’ala stesa facevo un passo avanti, pestavo la sabbia ardente, scavavo buche che mio fratello riempiva, facevo un bagno nel mare muriatico, guardavo gli altri neri e felici, tornavo al sole, perché faceva bene, e le minuscole pustolette avanzavano sui piedi e sulla schiena, e infilarmi i sandali al ritorno, stanco e sofferente come un cristo di venerdì, era un supplizio Il bagnino, salutandomi, mi allungava con gesto vagamente annoiato una spugna intrisa d’aceto.Non c’era mai una nuvola, che io ricordi. Non c’era mai qualcuno che mi portasse via, che mi chiedesse il perché di quella tortura epidermica. Mangiavo agitandomi sulla sedia, trafitto da aghi come S. Sebastiano, e coricarmi nel letto era un sacrificio umano per formiche, topi e cannibali.Poi, una volta, il miracolo. Avevo più caldo del caldo, le gambe cedevano. Mamma chioccia non sto bene. Eh, sì, trentanove e mezzo di febbre. A casa, in una stanza finalmente buia, qualcuno mi versò sulla pelle olio di oliva. Mio fratello ci mise su le patatine alla julienne a friggere, e poi le mangiava con gli stuzzicadenti e qualcuno rimaneva infilzato sulla pancia, come una canna di palude.Ah, agognato delirio, attraverso dune finalmente illuminate dalla luna, il mare ritirato, le repubbliche degli ombrelloni sprofondate senza scampo fra sabbie africane, ah oasi di pareti spente dove la luce di notte rimane fuori ad attendere, io avvolto fra lenzuola umide di olio gioisco del mio sudario. Pattini e barche a vela sono stati spazzati via dalle code possenti dei cetacei, gli inferni sono stati risucchiati dai loro stessi inferni. Il ventre della terra trema di piacere, la faglia silente schizza verso il cielo creando nuove catene di monti e nevica, accidenti se nevica, le piccole pustole diventano fiocchi ed io un campo a riposo di cui gli altri, là fuori, non vedono più nulla.La seconda settimana filava via con il passo dell’abitudine. Che cretino mi sentivo, fra quella sabbia, io ormai nero e indifferente, io che miravo alle nuvole e ai posti più alti e disabitati, ai paradisi impossibili e nemmeno reali.   L’ultimo giorno era il più bello, scorgevo in lontananza mio padre arrivare a piedi sorridendo, ero felice, mi sembrava una vita che non lo vedevo, lui era mio padre, il mio carnefice e il mio salvatore. Non mi avrebbe più prelevato da casa per almeno un anno ancora, per portarmi verso un mare che a lui rimaneva sempre lontano e sconosciuto. 

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [2 commenti]

Quando uno è bravo, non è mai fuori stagione...

fratearrigo | 31.10.2006  10:03 

Purtroppo l'articolo di Robirobi era stato misteriosamente occultato negli archivi di Tapirulan da qualche gruppo di ribelli (per non correre rischi stiamo torturando Topus per scoprire i colpevoli).
Nell'attesa di assicurare a French i ribelli, vi proponiamo l'articolo di Robirobi, un po' fuori stagione, ormai, certi che ciò non vi impedirà di gustarlo comunque.

LA REDAZIONE | 31.10.2006  09:41 

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