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Tapirelax
24.03.2007
RED SOCKS ON THE ROCKS
Autore: Robirobi

Cosa è quella cosa lì?
Cosa è quella roba rossa nel bicchiere?
Lo sapevo. Ci ha riprovato.
 “Inge! Inge Alonsa!”.
Inge Alonsa si presenta un paio di minuti dopo, senza rispondere, con la boccetta dello smalto in mano e il pennellino che volteggia nell’aria. 
“Ingalonsa, lo sai che non sopporto che tu metta i tuoi calzini da caccia nel mio whisky. Sai quanto costa il mio whisky?”.
“I miei calzini costano di più. E dicono che il whisky rinforzi il nylon”.
“Non me ne frega niente. Io il whisky lo devo bere, non lo devo indossare”.
“Io le calze non le posso bere, e comunque ho provato con il tè di Cylon che dicevano che ravvivava i colori ma quando mi rovescio il tè sulle gambe il barista che c’è su alla baita mi guarda male. Non proprio male. In realtà gli piace guardarmi le gambe, però ha quell’aria di uno che non capisce”.
“Ti ripeto che le tue calze non mi interessano. Non puoi farmi fuori ogni volta un bicchiere di whisky. Sai quanto costa?”.
“Tu e i tuoi soldi” - sbotta Ingalonsa – “Però le mie gambe ti interessano, no?”. Mette il cappello sulle ventidue e se ne va sbattendo la porta. Un’altra cosa che mi manda in bestia è quel cappello sempre indietro di un’ora.
Ed è una così cara ragazza, a prenderla zitta. Guardarla negli occhi e non dirsi niente e non fare niente. Ma quando si veste, quando parla, quando entra, quando esce, quando vive insomma, ecco, c’è un nonsochè di incompatibilità fra noi due. Eppure è appena andata via e già mi manca. Però, le calze nel whisky!
C’è stato un periodo che metteva i fiori recisi nel rhum. Dopo mezz’ora chiaramente non si reggevano in piedi. Inge legge tutte quelle riviste, quelle cose di moda, quei consigli raffazzonati, quei rimedi che piacciono tanto alle donne, chissà perché.
Li provasse solo sui gladioli o sui calzini. Invece, che io abbia un raffreddore, che mi senta giù, che abbia caldo, che senta un dolorino alla schiena, che non riesca a ricordarmi qualcosa di importante, interviene lei, saggezza di carta patinata. Dall’arsenico allo zinco, ho filtrato di tutto, e mentre mi contorco sul pavimento, o sto entrando in stato di catalessi, Inge mi mette sotto il naso una delle sue sporche riviste: “Ecco, vedi? Lo dice proprio qui. Se lo dicono è perché ha funzionato, hanno provato e ha funzionato”. Non sostiene la vista della pastasciutta, perché ha letto da qualche parte che i carboidrati inquinano. Forse si confonde con il carbon fossile, però non si smuove dalle sue posizioni, e quelle volte che mi faccio la pasta ci mette il brodo perché, dice, in brodo è salutare: “Guarda, lo dice qui”.
Eccola, è fuori da tre minuti ed è già di ritorno. Le sue passeggiate sono così, va giù dabbasso, esce dal portone, guarda a destra, a sinistra, poi torna dentro, fa le scale. Giusto il tempo di far fare un bisogno a Scaracchio. Scaracchio è un cane di razza invisibile, tant’è che si presume sia un cane, ma nessuno l’ha mai visto. E lei quando è in strada tira il guinzaglio per riportarlo dentro, o perché infastidisce qualcuno, e i passanti dicono: Com’è grosso! Come è piccolo! Che bel pelo bianco! Che setole nere! Mamma che denti! Che denti piccoli! Quanti anni ha? Davvero? Non si direbbe.
“Ciao, tato” mi dice. Inge, non il cane. Quello non so nemmeno se c’è, ma Inge ci tiene tanto. L’ho pagato un occhio.
“Tutto a posto?” chiedo.
La conosco, la femmina. Evasiva come sempre, guarda altrove, tutto a posto non è. Mi precipito giù dalle scale e proprio davanti al portone uno stronzetto invisibile campeggia sul marciapiede.
“Inge Alonsa! Vieni giù subito!”. Dopo due minuti lei si affaccia sul balcone, con il boccetta dello smalto e il pennellino svolazzante. “Lo so, lo so, vengo subito”.
E intanto avviso i passanti: attenzione, scusate, raccolgo subito. E’ colpa della mia donna. Cioè del suo cane.
E i passanti, evitando la ciambella quasi con rispetto: Com’è grosso! Come è piccolo! Com’è nero! Come è bianco! Scusi, quanti anni ha? Davvero? Non si direbbe.
Tutti i giorni è la stessa storia. Lei e le sue calze rosse e Scaracchio e le pastasciutte in brodo. Mi viene da essere più cattivo, mi viene. Perché non cambio donna, non cambio? Ma poi penso che tutte le donne bene o male stanno con uno Scaracchio, e se non sono calze è qualcos’altro, e se non è whisky non è nemmeno acqua. Ho appena fatto le ferie e già ho bisogno di altre ferie.
E adesso cosa c’è? Non è ancora rientrata e già si veste per uscire. Infila a tracolla il fucile a pallettoni, anche senza le solite calze rosse, ingiustamente imbevute del miglior whisky in circolazione.
Dice che va in centro.
L’abbranco per il collo ma lei mi dà dello scemo. Scemo o non scemo, la scaravento sul divano. “Tu con quell’arnese non vai da nessuna parte”.
Lei me lo punta addosso. “Bum - mi fa – è una borsetta. Sai, vanno di moda. La roba si mette qui…”.
Penso di essere svenuto, morto, non so. Adesso guardo. Se riapro gli occhi e vedo la stanza va tutto bene. Oh, i cari oggetti della mia esistenza mortale, ci sono tutti. Inge no. Rapido, ho bisogno di qualcosa da bere. Non c’è più scotch nella bottiglia. La megera l’ha finito per la salute dei suoi calzini. Il bicchiere è lì, tutto rosso, sembra ci sia dentro un cuore. Sai cosa faccio? Tiro su i calzini da caccia, e li metto qui, dentro il vaso del cactus, magari anche il cactus fa bene al nylon. Ambra oleosa! Galleggiano certi pelucchi, però.
Pensavo mi volesse far fuori. Sai, capita. Certe volte si perde la testa. Ma no, lei mi ama troppo. A volte per troppo amore si uccide. Meglio bere un sorso. Non è male, ci avevo messo il ghiaccio, e lei i calzini. Qualcosa che raffredda, e qualcosa che scalda, a pensarci bene è così nella vita, e non è male, ma non so se lei aveva in mente la stessa cosa. Eh, Scaracchio?
Ehi, Scaracchio, dove sei?
Diavolo d’un cane.    

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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