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Tapirelax
03.12.2007
CENA SOCIALE PSYCHO - PARTE 1
Autore: Robirobi


Seduto sull’erba stavo pensando a quale animale avrebbe potuto degnamente accogliere la mia anima una volta morto, e se era possibile reincarnarsi da vivi, quando vidi giungere sulla sommità di una rupe un piccione viaggiatore, con ali di cartapesta. Era Svan, trafelato per la lunga salita. Mi consegnò un plico. Gli diedi da bere e gli chiesi se volesse rimanere un po’.
“Sarà per un’altra volta - mi disse – ho molta fretta, per scendere prenderò la scorciatoia” e prima che potessi  dirgli che io, seppure del posto, non conoscevo alcuna strada breve, Svan si era lanciato di corsa nel vuoto, sbatacchiando le ali dipinte. Poi una di esse, trascinata dalla corrente ascensionale, tornò su verso il cielo, ma Svan non c’era attaccato.
Aprii il plico e lessi. L’associazione Psycho mi invitava alla cena annuale, che si sarebbe tenuta quella sera, giù a valle, in un posto che si chiamava “Nuovissima mangiatoia Jeanette”.
Lasciai perdere le riflessioni sulla reincarnazione, che tra l’altro mi avevano portato a un punto morto, tornai in casa, mi preparai ed evitando la scorciatoia arrivai a valle verso il tramonto.
Le strade erano colme di folla festante. Era martedì grasso, le venti e venti del giorno venti, curiosa coincidenza. Il giorno prima mi ero messo a tavola alle diciannove e diciannove, ed era il diciannove, ma non l’avevo fatto apposta. Dovevano dunque essere attivi dei meccanismi temporali che ci regolavano a nostra insaputa. Una volta tornato su mi sarei seduto sull’erba a pensarci.
La mangiatoia era talmente nuova che il tetto era costruito solo in parte, e un muratore era appeso là in alto, con un casco da minatore munito di faretto, a posizionare le tegole.
Un’orda di clienti affamati e infreddoliti stava entrando nel locale. Potevano essere loro i miei vecchi camerati, chi lo sa. Non era facile riconoscere in quegli abiti scuri, stirati, nei modi composti, nei bisbigli resi timidi dall’aura di sacro che circondava la mangiatoia, i vecchi compagni di un tempo stretti nelle camicie di forza, bavosi, rossi negli occhi e nel viso, che sbattevano la testa contro il muro e parlavano con entità misteriose e mai visibili.
“Siete della Psycho?” domandai a un ragazzo che chiudeva la fila, così lunga che io, a metà della porta, senza riuscire a entrare, mi sentivo un gelato alla fiamma. Nessuno rispose, ma parecchi di loro si voltarono per studiarmi, le ragazze poggiavano su di me sguardi lubrici. Dovevo risultare attraente, anche se le innumerevoli primavere mi avevano reso immemore del mio antico fascino.
La fila si mosse, ed io dietro. La medicina faceva miracoli, io di tutti loro mi sentivo quello meno a posto, avevo quelle voci, e poi quelle visioni, e poi quelle catalessi, e poi quei principi di epilessia, e poi quelle narcolessi, e poi quelle ipnosi autoindotte, niente di serio, per carità, ma insomma dovevo aiutarmi con qualche pastiglietta per tenere tutto a bada.
Di nuovo chiesi a una ragazza, che mi prese sotto braccio e disse: “Tranquillo, vieni insieme a noi”. Vai! Cercavo una superficie lucida, per vedere di quale grazia fossi illuminato. 
Arrivò il cameriere per proporre antipasti a scelta. Tutti guardavano me. No ragazzi, non datemi questa incombenza, non conosco i vostri gusti, dissi. Allora prese la parola uno alto alto, con i capelli lunghi, perché in qualsiasi compagnia il capo è quello più alto con i capelli più lunghi. “Vogliamo lui” disse indicando me, e scrosciò un applauso assordante. Il pensiero di essere eletto reginetto di bellezza si afflosciò quando il cameriere mi acchiappò per i capelli appoggiandomi la lama sulla carotide.  Pensavo a uno scherzo, ma la prima goccia di sangue mi convinse del contrario. Caso volle che in quel mentre precipitasse il muratore con gran fracasso nel bel mezzo della tavolata. Puntò il faretto su ciascuno dei presenti, strizzando gli occhi pieni di polvere e di paura, senza sapere cosa dire.
“Vogliamo lui!” esclamò il capo indicandolo, e io me la diedi a gambe. Venni a sapere in seguito che si trattava della cena sociale dei cannibali padani, e non la presi molto bene, per un mese e mezzo dovetti addormentarmi con la mamma che mi teneva la manina. 
Chiesi al cameriere: “Non è qui che si tiene la cena sociale degli ex reclusi della clinica Psycho?”.
Stirò il gilet purpureo e consultò il registro. “Molta gente questa sera, molta gente”. C’erano le associazioni dei vedovi del 31 marzo, dei clandestini rumeni, delle badanti cecoslovacche, dei cinquantenni delle isole Ebridi, delle ragazze madri, delle gravide isteriche, dei sostenitori del refosco dal peduncolo rosso, degli amanti di Ada - una tavolata spropositata - i quali erano tutti un po’ dimessi perché la festeggiata si era appena ritirata per indisposizione. Il ristoratore l’aveva ospitata in camera sua e ogni tanto le portava su un brodino caldo o un bicchiere d’acqua, canticchiando.
Arrivò una comitiva, a capo della quale avanzava uno alto con i capelli lunghi, guardandosi intorno con un’aria un poco annoiata. Faticai non poco a riconoscerlo, ma era lui, Jack, per tutti “Matt”. E infatti quando gli chiesi se fosse Jack si guardò intorno, scrutò i visi dei presenti, si passò una mano sulla fronte e chiese: “Dici a me?”.
Era lui, era lui. Lui diceva sempre così, giustamente, perché in un posto pieno di persone uno potrebbe rivolgersi a chichessia, o anche a qualsiasi oggetto, o anche a se stesso, dipende. Uno potrebbe anche picchiarsi o togliersi la vita dopo un drammatico soliloquio. Allora Matt per sicurezza chiedeva sempre: “Dici a me?”. L’aveva detto anche sull’altare, davanti alla sua sposa, e a ragion veduta, perché quella esclamò: “Certo che no” e allora lui si cambiò e tornò nell’orto perché doveva finire di piantare l’insalata.
“Certo che dico a te - risposi – sono Limone, il tuo psychoamycho. Non ti ricordi di me?”. Lui si illuminò e gli vennero le lacrime agli occhi e mi abbracciò strizzandomi fino a rendermi verde. Da cui “Limone”. Allora tutti gli altri diciassette mi abbracciarono insieme e così, abbracciandomi io stesso in un moto di simpatia istintiva verso me stesso, avevo centottantanove falangette piantate nella carne, perché una volta avevo litigato di brutto con Matt e con un morso gli avevo staccato un mignolo e l’avevo gettato nel fossato che cinge la clinica, dove un coccodrillo si era precipitato ad ingoiarlo. Ma Matt non se l’era mai presa per questo, ed anzi non disperava un giorno di ritrovare alligatore e dito.
Non  mi rammentavo di tutti. C’era Father, Mather, Son, Gioconda, che per vezzo teneva la testa dentro una curiosa cornice dorata, in una interessante interpretazione di art in progress. C’era Ismaele, che quando era in cura sosteneva di conoscere molto bene Achab, c’era Achab, che diceva di conoscere molto bene Moby Dick, e c’era Moby dick, uno smilzo che non si era mai ben capito perché fosse in clinica.
Tutti in clinica ci chiamavamo con dei soprannomi. Tra i presenti dunque riconobbi Cartesio, Giuseppe Verdi, FrankEinstein, tanto brutto quanto intelligente, Tutankamon, Richelieu, e altri di cui non ricordavo il nome e che a malapena riconoscevo nella loro nuova normalità. Mi dicevano tutti di vivere una vita tranquilla, al limite della noia, niente colpi di testa, niente rotelle fuori.

(continua...)

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [2 commenti]

dimmi che li pubblichi! compro il libro .per favore e per tutti noi ...

canese | 21.12.2007  12:11 

Attendo con ansia il sequel!
Ma come ti vengono certe perle, Roberto?!

Porkettaro | Homepage | 05.12.2007  10:16 

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