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Tapirelax
10.12.2007
CENA SOCIALE PSYCHO - PARTE 2
Autore: Robirobi

(...)

Ci sedemmo dunque a tavola in una saletta al primo piano, come se dovessimo partecipare a una terapia di gruppo e tutti volevano il posto di Giuda, quello vicino alla porta, dove era più facile accalappiare le portate, e se andava bene si poteva anche allungare la mani sulla cameriera.
Ognuno tirò fuori di tasca le sue medicine, ipnotici, stabilizzatori dell’umore e cosette così, e le dispose davanti al piatto e chi ne aveva di meno si dava una cert’aria di superiorità. Io me le ero dimenticate a casa e comunque non mi erano così necessarie, anche se tutti mi guardavano con sospetto, convinti che le tenessi nascoste in tasca, o le avessi lasciate in macchina apposta per mostrare a tutti che ero perfettamente guarito.
Matt fece la conta. “Se mi escludo io siamo in diciassette e il diciassette porta sfortuna”.
Gioconda si alzò, aprì la finestra e si buttò giù. Matt si affacciò a guardare. “Era un’opera di inestimabile valore” commentò.
Il vicino di Gioconda ne approfittò per fregarle le medicine e mangiarsele quasi di nascosto.
Matt rifece la conta. “Se mi conto anch’io siamo in diciassette, e il diciassette porta sfortuna” disse. Questa volta si alzò un mormorio di inquietudine e disapprovazione, ma Cartesio placò gli animi, sostenendo che aveva più di un fondato motivo per credere di non esistere. Matt rifece la conta e si ritenne soddisfatto.
“Di-scor-so, di-scor-so!” disse qualcuno, ma i più giudicarono che sarebbe stato meglio mangiare e quando arrivò il primo era bello vedere che non usavano le forchette per grattarsi la testa, i coltelli per autolesionismo e i cucchiai per fare le nacchere, ma con grazia e stile, come perfetti uomini di mondo, trattavano il cibo come fonte di moderato piacere, evitando gli eccessi, secondo le regole suggerite dagli “Esercizi spirituali” di S. Ignazio di Loyola, unico libro presente nella libreria della clinica. Il solo scomposto era uno che non ricordavo mai d’avere visto prima, e che a ogni portata urlava: “Ehi, qui non è arrivato niente!”.
“Di-scor-so!” cantò Verdi, cercando nella vocale finale un do di petto, ma fermandosi molto prima, al sol scarso.
I più tuttavia ritennero che sarebbe stato meglio non interrompere la masticazione, perché quando l’attenzione era rivolta ad una cosa elementare ed essenziale come il cibo non era così necessario prendere le medicine ed anzi erano persuasi che in fondo non ce ne fosse nemmeno bisogno, e qualcuno mostrava le scatole vuote, tenendole in bella vista per ricordarsi che un giorno era stato malato, e che era un dovere aiutare e confortare coloro che si trovavano ancora in quella situazione. Così mangiavano a bocconi minuscoli, con aria distaccata, e chi finiva prima tentava di raccogliere anche i bocconi del vicino o masticava i tovaglioli. I calici salivano al cielo. “Delizioso questo vino!”. Sapeva di rosa del passato, era speziato di frasi incoerenti, corposo di inadeguatezza e oblio, scandaloso come un sangue, velenoso come una verità. Le cameriere correvano su e giù per le scale senza requie a portare le bevande, e dicevano ci fate impazzire, e allora tutti a offrire loro una pastiglietta. Ma che associazione siete, chiedevano. Psycho Crazy Forever, con sede a Honolulu! E giù una pacca sulla chiappa. 
“Ragazzi, dài che ce la facciamo, via queste pastiglie!” urlò FrankEinstein. Aprì la finestra e si diede a gettarle sui passanti, Arlecchini, demoni, leoni, donne con muscoli da lottatore, spydermen di otto dieci anni. Loro provarono a tirare di sopra coriandoli e schiume, con scarsi risultati. Tutte le finestre si aprirono e partì una selva di pastiglie, confetti, sciroppi, e quando le munizioni furono terminate cominciò la scarica di bicchieri e bottiglie e piatti, e quando anche questi furono terminati volò giù qualche pezzo da novanta, come Ismaele e Cartesio, che si lamentò del fatto che una negazione di corporeità non poteva essere utilizzata come corpo contundente.
“Facciamo la conta!” esclamò Matt quando furono di nuovo seduti. Tutti protestarono vivacemente, e volevano il di-scor-so.
“Dico” esordì il capo. Tutti si zittirono all’istante. “Dico, amici e reduci dall’inferno, che il nostro è un sogno, dove il bianco e il nero convivono senza rancore, e così il vivo e il morto. Cosa sono le frontiere? Cosa, la torre di Babele? Questa sera, qui riuniti, noi mangiamo antipasto primo secondo e contorno e diciamo al mondo che non solo è tutta roba buona, ma che i tranquillanti a noi ci fanno un baffo. Siamo mansueti come agnelli, innocenti come la strage, integrati nella società, grazie agli integratori. Volesse il cielo che abbiamo tutti quanti la forza sempre, come l’abbiamo avuta questa sera, di urlare al mondo che noi siamo qui, e che se qualcuno volesse offrirsi di pagarci il conto sarà sempre ben accetto. Guardate le stelle, ci vegliano dall’alto, attraverso l’incompiuto tetto, e noi siamo loro e loro sono noi, perché noi siamo una costellazione e tutte le stelle che brillano questa sera galleggiano nei nostri calici e noi bevendo manderemo giù i loro riflessi in una comunione cosmica. Ecco i miei genitori nella costellazione del leone, guardarmi  e sorridere felici. E il dottor Mayer, che cadde dalla finestra della clinica ormai quattro anni or sono, mi scruta da Orione e plaude a noi tutti, e al nostro operato e al nostro impegno. Tutti coloro che nella vita ci hanno accompagnato brillano felici lassù, e noi brilli ricambiamo riconoscenti il saluto”.
I bicchieri tintinnarono sotto l’evviva corale, che si smorzò improvviso come era sorto: era il momento di pagare. Mother chiese se qualcuno avesse da cambiargli i krugerrand, e venne riempito di improperi. Moby Dick pagò per tutti con un assegno scoperto, poi scendemmo le scale a precipizio e ci riversammo all’aperto.
Era in corso un funerale, e subito dietro un matrimonio, perché il parroco soffriva di congiuntivite acuta e aveva tenuto le due cerimonie con il buio. I soci rimasero lì a guardare il passaggio del feretro, i congiunti in lacrime, gli amici degli sposi che cantavano canzoni sconce, gli sposi che posavano per le foto, e  una folla immensa e festante che pensava fossero scene carnevalesche e gettava sul carro funebre coriandoli e fialette puzzolenti, e molestava la sposa che era ben entrata nello spirito goliardico.
“Che si fa? – chiesi -  ci buttiamo nella mischia?”.
Tutti sentimmo all’improvviso il bisogno delle nostre medicine. Rimanevamo lì, immobili, con le mani in tasca e guardavamo la gente come si guarda un vecchio film.
“Ci manca il bicchiere della staffa - disse finalmente Matt - torniamo tutti dentro”.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [4 commenti]

Più o meno.. più o meno..

Andrea P. Burlini | 15.12.2007  13:52 

Kiesa,cosa dici?!Non l'hai ancora capito???E'diventato un bravo ragazzo!!!
:(

Fede | 14.12.2007  13:36 

Andrea Burlini???
Non sei più un Porkettaro????

KIESA | 14.12.2007  10:25 

Robirobi... anche se tu fossi Sommo Pontefice, saresti sprecato.

Andrea Burlini | Homepage | 13.12.2007  11:58 

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