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Tapirelax
05.05.2008
LE OMBRE DEL PROFESSORE
Autore: Toni da Castropera

Quando la pubertà mi imbaldanziva  ed imbizziva  in un corpo ancora imberbe, tutti mi davano consigli.
La mia mamma mi ammamolava di ammonimenti e ammaestramenti che ambivano  ammansirmi  e ammollirmi… Ammattiva, ma non v’erano briglie al brigare di un briccone con la  mia briosità.
Il mio papà mi propinava pappardelle come un papasso con il suo pipilare da pippione... Si impapocchiava, ma non v’erano triache alle trivialità di un trincato con le mie tricche tracche  treccaiuole. 
Una delle raccomandazioni più ricorrenti era quella di evitare di passare davanti alla casa del ‘Professore’ - un personaggio eccentrico che abitava all’inizio della strada. Sostava tutto il giorno sull’uscio della propria abitazione in un andirivieni sospettoso e ossessivo.
 “Stai lontano da quella casa” mi diceva preoccupato mio padre ogni volta che mi vedeva uscire. Talvolta lo ascoltavo. Talvolta…
Del resto quel personaggio non sembrava affatto più stravagante e bizzarro di tanti altri residenti di quella via. A Castropera la chiamavano “la via degli sfrattati della 180”. Ma non sapevo il perchè.  Un personaggio singolare era sicuramente ‘Babbonatale’. Un vecchio che teneva nel suo giardino un grande albero perennemente addobbato con palline, fili argentati, e luci ad intermittenza che accendeva anche il giorno di ferragosto. Sembrava che in quella casa fosse sempre Natale. In realtà, con quello stratagemma il perfido personaggio dissimulava disonestamente la sua filibustiera filargiria  con una filistea filantropia. Era un usuraio.
 Che dire di ‘Lattanza’. Uno scapolone ormai settantenne che dimorava appollaiato sugli scalini della propria abitazione. In una mano teneva stretta una  zuppiera ricolma di pane e latte, nell’altra un grosso cucchiaio. Si Illudeva di illacciare la morte mordicchiando quelle primordiali prelibatezze: era rimasto bambino. 
Infine, il Professore era il Cerbero di quella strada di matti. Lo incontrai in un fatidico pomeriggio del mese di giugno.  Percorrevo a passi veloci la  strada lungo la direttrice della via che da sud volge a nord. Il sole pomeridiano proiettava la mia ombra ad ore due. Il professore, come al solito, con il suo volto coriaceo e corrugato dal sole era davanti all’uscio della propria abitazione situata sul lato destro della via. Io percorrevo a passi svelti il lato sinistro, con lo sguardo perso all’orizzonte,  fingendo di non curarmi affatto della sua presenza. Lo stavo superando quando lo sentii rivolgersi verso di me: “Ehi giovane… Si dico a te… Vuoi un buon consiglio?!”
“Aridaie – mormorai – un altro che vuole insegnarmi qualcosa”.
Il professore: “Giovanotto, non vedi che la tua ombra cade sulla strada. Lo sai che può essere investita da qualche autovettura?!”
“Cosa?” – replicai fingendo di non aver capito.
“La tua ombra!  La tua ombra!” replicò due volte l’uomo.   Stentavo a trattenermi dal ridere, ma decisi di assecondarlo spostandomi a ridosso dei fabbricati che costeggiavano il lato sinistro della strada. Ora, il mio corpo era coperto dall’ombra dei caseggiati.
“E no…  Nemmeno così va bene – irruppe nuovamente il professore – Devo darti un altro consiglio. Non vedi che la pesante ombra delle costruzioni ti sta cadendo addosso. Non ti manca l’aria?!”
Non risposi, ma decisi di attraversare la strada e collocarmi sul lato destro ben illuminato dal sole. L’uomo sbottò iracondo: “Giovanotto! Come ti permetti! Credi di accampare diritti sulla mia proprietà ?! O godi per caso di una servitù di ombreggiamento ai miei danni ?!” Non lo capii fino a quando non notai che la mia ombra se ne stava ben adagiata sul muro della casa dell’uomo.
Questa volta reagii: “Senti scimunito, le tue allucinazioni mi stanno scocciando!” Il professore non sembrò affatto sorpreso dalla mia reazione scurrile. Il suo volto si rabbonì e con atteggiamento paternalistico mi rispose: “Beato te che vedi la realtà nella sua banale semplicità. In verità, la realtà colora la sua esistenza attraverso la lente con cui viene osservata da ogni essere cosciente. Alle tre del pomeriggio io ti vedo illuminato dalla luce del sole e ti identifico in fattezze ben definite di forme e di colori. Se tu passassi di qui a mezzanotte al buio, io potrò identificare unicamente una sagoma e le sue indefinite movenze. Ecco come la realtà della tua esistenza assume forme diverse.”
Lo interruppi: “Si, ma chi ti passa davanti sono sempre io. Sono io la realtà, non come ti appaio…” Il professore mi incalzò: “Certo, ma la consapevolezza che tu possa avere della tua esistenza è diversa da quella che possono avere gli altri che hanno la percezione della tua presenza.”
Io a lui: “Ma tutto questo che centra con la mia ombra?”
 Il professore rispose:  “Le ombre sono la proiezione della luce sulla nostra esistenza. Sono parte integrante ed insopprimibile della percettibilità della nostra presenza. Danno la certezza della nostra realtà. “Umbram alicui rei praebeo, ergo sum”. Se proietto ombre, esisto! La ombre esistono perché noi esistiamo. Esistiamo perché esistono. Se tu attraversassi la strada e fossi investito da un’autovettura, l’ombra di quest’ultima si sovrapporrebbe alla tua e…”
Lo fermai: “Si quello che dici è vero, ma non è vero il contrario… Se l’ombra di un’autovettura si sovrapponesse alla mia ombra non necessariamente significa che io sia schiacciato da essa. A volte le ombre creano una illusione, ma non sono la realtà.”
L’uomo mi guardò intontito senza parole. Appariva persuaso dalla mia disquisizione. Io ero orgoglioso di aver messo in crisi un uomo che parlava così difficile. Lo salutai sorridendogli.
Ripresi il cammino. La mia ombra riprese a starmi davanti e ora la osservavo con una curiosità che fino ad allora non avevo mai avuto.  Camminavo e mi intrigavo nel vederla interagire con le altre ombre che si proiettavano sulla strada. In particolare, mi interessò l’ombra di una sagoma che mi si appropinquava rapidamente da tergo. Quando quell’ombra coprì la mia, vidi sull’asfalto una propaggine sottile di essa che si alzò e si accorciò fulmineamente.
Mi ritrovai steso a terra con la testa rotta da una bastonata del professore. Di lì a poco sopraggiunsero due autoambulanze. Una mi portava al Pronto Soccorso. L’altra portava via il Professore. Rivolgendosi verso di me, per l’ultima volta: “Giovanotto … Un ultimo consiglio devo darti. Dalle  ombre dei pazzi scatenati ed degli ubriachi molesti tieniti lontano. Non puoi immaginare quanto possano essere tragicamente reali!”

TONI DA CASTROPERA [avv.vitonicassio@virgilio.it]

 

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