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Tapirelax
23.06.2008
IL CHICCO E IL MARE
Autore: Toni da Castropera

Ettore era ritornato a Castropera per le elezioni politiche. A Milano aveva aderito a un Partito di ispirazione Maoista. Una di quelle innumerevoli sigle di partito che nacquero e proliferarono sul finire degli anni ‘60. Fu, per Ettore, una vera e propria missione evangelica quella di ritornare al paese e divulgare il verbo politico del Partito al quale aveva aderito fideisticamente.
Castropera era rimasta identica a quella lasciata dal giovane tre anni prima, al momento della partenza per l’Università lombarda ove si era iscritto alla facoltà di filosofia. Del resto, era da trecento anni che quel borgo appariva maledettamente identico a se stesso. Paurosamente immobile nei suoi profili urbanistici ed economici. Praticamente immutabile nei suoi schematismi sociali e politici. Gli ottocento elettori di Castropera si erano sempre divisi in due fazioni contrapposte. Così era stato per secoli. Prima dell’unificazione d’Italia, borbonici e antiborbonici; durante il ventennio, fascisti ed antifascisti (pochi, questi ultimi, a dire il vero); ora, da ultimo, nel periodo repubblicano, Democristiani e Comunisti. L’approccio dicotomico con la politica non ammetteva terze vie. Tertium genus non datur. Il proposito di Ettore di fare proseliti per un nuovo partito che non fosse lo scudo crociato della D.C. o la falce e martello del P.C.I. era una impresa ardua.
A guidare le due fazioni politiche due capipopolo: Don Peppe Frecapopolo  segretario cittadino della Democrazia Cristiana, nonché sindaco a vita di Castropera, e  sul fronte politico opposto, Ciccio Scettagaletta, segretario cittadino del P.C.I., e consigliere comunale di opposizione a vita.
I due personaggi, benché di idee contrapposte erano straordinariamente simili sotto ogni profilo. Infatti, entrambi avevano un difetto di dizione. Frecapopolo non riusciva a pronunciare la lettera “erre”, e neppure mosciamente. Scettagaletta era dislessico. Scambiava la posizione delle sillabe all’interno delle parole. Entrambi erano fisicamente limitati fin da giovane età a cagione di imprese spericolate e temerarie. Don Peppe aveva una rotula spappolata. Era stato azzoppato a vent’anni da un calcio ricevuto da un’asina che tentava di montare. L’uomo non disdegnava di raccontare l’episodio a chicchessia.  Per lui quell’atto contro natura era motivo di ostentazione della sua esuberanza sessuale e non certo motivo di rincrescimento.  “In un’epoca in cui le donne non eeano affatto disponibili, noi giovani dovevamo pur aangiaaci in qualche modo” – era uso giustificarsi l’uomo.
Ciccio Scettagaletta era orbo. Era stato accecato - anche lui a vent’anni - dallo scoppio di una granata che aveva tentato di aprire per curiosità.  Un atto così sconsiderato era per Ciccio - non al di meno di don Peppe - motivo di vanteria. “Io sono curioso per naruta e mi piace verede le cose fino in fondo” – diceva con orgoglio l’uomo spalancando l’unico occhio che gli era rimasto. L’allusione era al ruolo di oppositore a vita in seno al Consiglio comunale. In vero, le menomazioni dei due uomini erano sintomatiche della loro avventatezza e imperdonabile  superficialità. 
Analogo era il loro approccio con gli elettori. Alla vigilia di ogni elezione entrambi promettevano prebende, assunzioni, e pensioni facili. Cambiava il modo. Don Peppe Frecapopolo era tanto istrionico e passionale quanto Ciccio Settagaletta era razionale e scientifico.
In occasione di quella competizione elettorale, Don Peppe aveva bandito il concorso per l’assunzione di due vigili urbani. La sua casa era diventata un porto di mare per i disoccupati di Castropera. La pantomima era sempre la stessa.  Ad assisterlo come spalla c’era Agostino il sarto, vicesindaco e fedelissimo galoppino di Don Peppe.
Nello studiolo del politico, il postulante di turno: “Don Peppe solo voi potete aiutarmi. Trovatemi un posto di lavoro”.
Don Peppe annuendo con gli occhi chiusi: “Agostinoooo! Peendi le misuee a questo baavo figliolo”
Nella stanza accanto, il sarto con il metro alla mano prendeva le misure e le annotava. Poi, senza proferire parola, faceva indossare vari berretti da vigile urbano onde trovare la taglia giusta. Il tutto avveniva davanti a due grandi specchi sui quali, i poveretti si guardavano e riguardavano impettiti come generali delle SS. Era in quell’istante che Don Peppe irrompeva nella stanza: “Agostinoooo… cheetino. Te l’ho detto che questo è il mio peediletto… La divisa da comandante… La divisa da comandante devi peepaagli”!  Gli allocchi uscivano dalla casa di Frecapopolo euforici e pronti a seguirlo ovunque.
Scettagaletta era più scientifico. Oltre ad essere il leader  di chi aderiva al suo partito  per sincera convinzione politica, era il pifferaio magico di tutti i fannulloni senza speranza di Castropera. Una sciame alla ricerca di un lavoro che non voleva trovare. Comprendeva lavoratori tanto insofferenti  da non durare per più di una settimana alle dipendenze di qualcuno, nonché disoccupati tanto indolenti da non trovare un cieco pronti ad assumerli. Convinceva tutti che le loro difficoltà erano causate da un malessere fisico che se fosse stato adeguatamente accertato sarebbe stato giusta causa per il conseguimento di una pensione di invalidità. Il politico millantava di essere il detentore del fuoco alchemico necessario a realizzare questo sogno. In tanti ci credevano.
E’ inutile dire che all’indomani della competizione elettorale le promesse dei due politicanti rimanevano del tutto inevase o quasi: qualche specchietto per allodole per le elezioni future dovevano pur esibirlo.
E’ con questi mezzucci che si rinnovava di elezione in elezione la leadership di questi due personaggi. 
E’ questo il contesto nel quale Ettore ambiva fare proseliti per la sua causa politica. Iniziò nell’ambito della sua famiglia estesa. Appartenevano al Partito  di Ciccio Settagaletta. Tutti appassionatamente e convintamente Comunisti. Ettore tentò di spiegare la teoria revisionista del  PCI filosovietico, ormai lontano dal verbo rivoluzionario di Marx e Lenin, tessendo le lodi dell’ortodossia del Comunismo cinese.  La famiglia non gradì.  Tentò di spiegare le stesse cose ai suoi coetanei amici di infanzia. Non capirono. Sembrò loro che Ettore parlasse in cinese. Tentò il porta a porta. Inutilmente. Sembrava che seminasse  grano nel mare. Ma il giovane non era minimamente deciso a demordere. Decise di giocare l’ultima carta. Parlare a tutta la cittadinanza in un pubblico comizio. Non in un comizio qualsiasi, ma proprio quello del giorno di chiusura della campagna elettorale. In quella circostanza, tutti gli elettori di Castropera confluivano nella piazza del paese come un gregge guidato dal suo pastore per ascoltare ed applaudire i comizi di Frecapopolo e Scettagaletta.  Ettore avrebbe parlato dopo di loro.
Il giorno del grande scontro sembrò che il sole si fosse fermato in cielo e non ne volesse sapere di tramontare. Nella piazza c’era un palchetto alto due metri al quale si accedeva attraverso una scala a pioli claudicante. Il popolo delle due fazioni era lì a fare la claque ai propri capipartito.
Iniziò per primo Don Peppe Frecapopolo. Una parte dei presenti si accalcò sotto il palco, mentre i contrari si allocarono nella piazza nelle posizioni più distanti da esso. Esordì: “Amici della Democaazia Chistiana. Chi vi paala è il vostoo caro Peppino. Voi mi conoscete tutti. La mia casa è anche la  vostaa casa, nella quale io vi accolgo tutti a baaccia apette come un patte… E come un patte paalla ad un figlio, vi consiglio di votaae il gaande pattito della Democaazia Chistiana. Chi mi seguiaà su questo palco vi faaà mille poomesse, ma fa solo demagogia. Solo la Democaazia Chistiana può gaantiee al nostoo Paese chescita, sviluppo e libettà. Vota la DC pee una Democaazia Chistiana più fotte e più fotte ancora…. Vota la DC pee una Democaazia Chistiana più fotte e più fotte ancora…”.  Quest’ultima frase fu lo slogan che don Peppe pronunciò cinquanta volte prima di finire il comizio. Uno slogan che colpiva l’intelligenza e la curiosità, al punto tale che un ragazzetto malizioso al seguito della propria famiglia chiese al proprio padre: “Papà, ma quanto fotte questa cristiana?” Seguì un sonoro sganassone del padre sulla testa del figlio impertinente che echeggiò nella piazza.
Al termine del comizio scrosciò l’applauso fragoroso  dei simpatizzanti e la ressa raggiunse Don Peppe – sceso dal palco – per abbracciarlo e per congratularsi con lui.
Pochi minuti per smontare dal palco le bandiere scudo crociate e montare quelle con la falce e martello e fu la volta di Ciccio Scettagaletta. Non prima che i democristiani che avevano assistito al comizio precedente si fossero allontanati dal palco e i comunisti fino ad allora distanti non si fossero avvicinati al medesimo. Dopo aver scrutato dall’alto in basso la folla che lo attorniava con lo sguardo torvo dell’unico occhio che gli era rimasto, Scettagaletta cominciò : “Cari compagni, qualcuno che mi ha predeciuto mi ha assucato che io faccio ‘demogagia’…” La folla, che non aveva messo in conto la dislessia dell’uomo, lo interruppe all’unisono: “Sono falsi, sono falsi! Tu sei stato sempre Comunista, non hai mai fatto parte della Democrazia …”
Le intuizioni necessarie a capire Frecapopolo e Scettagaletta avevano reso il palco di Castropera più alto della Torre di Babele. Ma non interessava cosa dicessero o lasciassero intendere. La folla che seguiva i due personaggi era pronto ad osannarli qualsiasi corbelleria essi avessero detto. Così anche il secondo comizio finì con una ovazione identica a quella del precedente comiziante, con analogo codazzo di baci ed abbracci.
Fu la volta di Ettore. Il centro della piazza si svuotò come d’incanto. Non un solo cittadino di Castropera rimase ad ascoltarlo. Tutti i cittadini pur rimanendo nella piazza a conversare e commentare i comizi che avevano ascoltato, si posizionarono nel perimetro più lontano dal palco, quasi ad esprimere la propria indisponibilità ad ascoltare il giovane comiziante.
Ettore non si scoraggiò. Salì sul palco tenendo alzato a mano tesa il libretto rosso di Mao. Esordì parlando appassionatamente di lotta operaia, di proletariato oppresso, di emancipazione sociale. La sua parlantina era limpida e scorrevole, ricca di citazioni e frasi dotte che il giovane aveva appreso nelle assemblee universitarie del Movimento Studentesco presso l’Ateneo Milanese. Al cospetto dei due omuncoli che l’avevano preceduto appariva come uno statista… Gulliver alle prese con due Lillipuziani. Ma il popolo di Castropera non gli prestava alcuna attenzione. Ettore sembrava loro del tutto trasparente. La malcelata ostilità della piazza, non lo fece arrendere. Il giovane alzò i toni. Volle tentare la carta della provocazione pur di destare l’attenzione dei presenti su di lui. Attaccò violentemente il PCI colpevole di aver tradito gli ideali del Marxismo. Proferì invettive contro i carrierismi e gli opportunismi della burocrazia del Partito. Pretendeva da quella folla una qualche reazione. Ma, non ci fu.
Nel pieno del suo comizio, quando il sole era ormai al tramonto, giunse in prossimità del palco, al centro della piazza un uomo curvo. Pedalava lentamente su una bicicletta  che portava sul  retro una fascina di legna: era il padre di Ettore che ritornava dai campi. L’anziano guardò il figlio che si scagliava con la lancia in resta contro i mulini a vento. Poi, da saggio Sancio Pancia proruppe: “Ettore, scendi da quel palco. La politica è un mestiere per fannulloni…”
Il giovane era imbarazzato, ma più che mai convinto a continuare il suo comizio.
La piazza fino ad allora del tutto indifferente iniziò a schernire e dileggiare da lontano il giovane per l’insolito disturbatore del comizio che lo invitava a desistere.   
Il padre ancora: “Ettore ascolta tuo padre. Vedi a che ora ritorno dal lavoro? Lo faccio per farti studiare a Milano. Io e tua madre ci sacrifichiamo nella speranza che tu possa fuggire da questa prigione… E ora ti vedo qui più prigioniero che mai”.
Ettore, paonazzo dalla vergogna, ormai tradiva il suo impaccio.
Il suo comizio continuò, decantando l’idillio dell’esperienza della Cina comunista, ma la sua oratoria era diventata balbettante ed incerta.
La piazza guardava divertita la scenetta. Tutto era contro di lui.
Il padre sempre più impaziente: “Ettore, domani vieni con me e tua madre al lavoro nei campi e capirai quanto ci costa il sogno di vederti …”
“… E non rompere i coglioni pure tu!”, deflagrò il giovane in un urlo liberatorio. Poi, silenzio.
La piazza rimase tiepidamente divertita. Ma fu un riso amaro e sordo. Ettore abbandonò il palco. Ripartì per Milano quella sera stessa.
Il padre si vide rispedire al mittente il vaglia postale che mensilmente inviava al proprio figliolo. Quest’ultimo non accettò più alcun aiuto economico dal padre. A Milano, Ettore trovò un lavoro che gli consentì di pagarsi gli studi e conseguire la laurea in filosofia. Abbandonò per sempre la politica attiva.
A Castropera, il Partito di Ettore non prese un solo voto in quella competizione elettorale, ma qualcosa accadde. Allo spoglio, la metà delle schede risultarono nulle. Su di esse v’era scritto: “Non rompere i coglioni pure tu!”.
Alle elezioni comunali successive, Frecapopolo e Scettagaletta non furono rieletti.  
Ettore aveva seminato nel mare, ma un chicco avevva raggiunto la terra e germinato.

TONI DA CASTROPERA [avv.vitonicassio@virgilio.it]

 

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