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Tapirelax
06.10.2008
ENRICO?
Autore: Robirobi

Venivo da un paese dove al massimo si tenevano concorsi bellezza per la mucca pezzata o per la suocera dell’anno. Quando seppi del ridin di poesia nell’aula magna pensai a uno spettacolo buffo, con tanta roba da mangiare e vino a volontà. “Che fortunati, questi poeti!” pensai.
L’aula magna era un po’ come le stalle, solo che c’erano più decorazioni e due file di seggiole. Nei concorsi di bellezza per le mucche invece solo la giuria poteva stare seduta, e di solito erano parenti delle concorrenti. 
Io non volevo andare a questo ridin, però ho un amico che abita lontano, il quale mi aveva invitato per un suo componimento che aveva vinto il premio della critica, nonché la pubblicazione sull’antologia “stella nana”.
Questo mio amico lo vidi per l’ultima volta quando aveva otto anni, però ci scrivevamo ad ogni anno  bisestile e a volte anche per S. Ruperto, giusto perché non venisse a nessuno dei due lo spiacevole dubbio che ci si scriveva ogni quattro anni solo perché si era costretti.
L’aula era colma di ragazze carinissime, non pensavo che in una città ce ne potessero stare così tante tutte assieme. “Che fortunati, questi poeti” pensai.  Non era come al concorso di suocere, dove fra il pubblico trovavi nuore già tutte occupate.
Ora si trattava di cercare il mio amico Enrico. “Come farò a riconoscerti?” gli avevo scritto. Mi aveva inviato una sua fotografia. A otto anni. Forse lui mi avrebbe riconosciuto: nonostante avessi la barba fluo era possibile rintracciare al primo colpo d’occhio lo strabismo di venere, e i miei capelli quasi scomparsi conservavano il carismatico riflesso di terra del Po.
Cercai fra la folla. Curiosi elementi. Tutti o quasi erano poeti e parlavano in modo strano. Invece di dire “ciao”, come faccio io con il salumiere o l’edicolante, esclamavano, con una mano al petto e una pronta ad abbracciare l’amico come se si dovesse iniziare passi di danza:
“Ave compagno, che nella verde etate rischiarasti con il tuo pallore i pavidi sentieri del mio destino”.
E fra amiche: “Forse colei che onne uomo brama coltivò invano la speme di unirsi a noi”. Era proprio un ridin.
“Dove si mangia?” chiesi a un esile signore con il basco.
“Il cibo della poesia sazia ogni appetito” disse.
Il mio stomaco rispose con un ruggito. “Resisti – pensai - fra poco si legge” e prima che il basco mi proponesse un dessert in rima mi accomiatai e mi sedetti in fondo, fuori dalla mischia, dove vedevo passare femminei petti gonfi di sospiri.
Mentre pensavo che i poeti dovevano essere davvero fortunati, qualcuno vicino a me esclamò: “Me misero! Oh, me misero!”. Era Enrico. O almeno mi sembrava lui. Uguale alla foto. Aveva il viso di un bambino, gli stessi occhiali di trent’anni prima, solo era un po’ più alto e aveva qualche ciocca grigia. Forse era uno che a quarant’anni somigliava a Enrico quando ne aveva otto. Doveva essere così, perché uno non può rimanere identico a se stesso. Guardava sconsolato la sua macchina fotografica.
“Adesso chissà cosa mi dice la mia mamma” mormorò, poi mi guardò e aggiunse, ma parlando a se stesso:  “Le ministilo hanno reso il mortal sospiro”.
“Accidenti” dissi.
“Tu mi ricordi qualcuno”.
“Un amico d’infanzia?”.
“No, mio nonno. Sei mio nonno?”.
“Non ricordo di avere un nipote come te”.
“Magari è amnesia. Ho perso mio nonno durante la guerra del Golfo”.
“Era un po’ vecchio per andare in guerra”.
“L’ho perso qui in città. E’ per questo che pensavo che potresti essere tu”.
“Io ho più o meno la tua età”.
“Allora non ci siamo” ribattè sconsolato.
Sarebbe bastato chiedergli: “Sei Enrico?”. Ma io non ero fisionomista. Ogni volta che mi lanciavo verso qualcuno che pensavo essere mio conoscente lo riempivo di complimenti e di pacche sulle spalle. “Come sei dimagrito! Come stai bene? E come vanno i genitori?”. E quegli: “Scusi, ma io non mi ricordo di lei”. “Al mare, l’altr’anno!”. “Eppure non ricordo”. Forse era l’altro a non ricordare, uno anche peggio di me. Ma a quel punto era meglio lasciar perdere e scusarsi. Con le donne era drammatico. Per timore che pensassero che le volevo abbordare, nel dubbio non le salutavo e loro si offendevano. “Ti sono stata davanti tutto il tempo e non mi hai degnato di un saluto”.  Però a una donna non puoi dire: “Non mi ricordavo di te”.
Cominciò il ridin. Pensavo che chiamassero a leggere i poeti, invece c’era uno con la barba che declamava con un’intonazione dolente, come in preda a una colica, e tutti applaudivano. La cosa aveva un che di sadico. Di tanto in tanto guardavo il presunto Enrico. Sembrava che il suo problema più grosso fosse la macchina fotografica. “E la mamma, cosa dirà?” ripeteva.
“Tua mamma ha i capelli biondi? Lunghi? E’ alta?”.
“Magari. E’ identica a me”.
Allora non era Enrico. Avevo fatto bene a non lanciarmi in saluti calorosi. L’apparenza inganna, una persona bisogna studiarla bene, un po’ come le mucche pezzate. Ma anche lui non scherzava, mi guardava spesso di sottecchi, come se mi volesse chiedere qualcosa.
Dopo una buona mezz’ora di studio reciproco mi chiese: “Hai per caso un paio di ministilo?”.
“Mi dispiace”.
Chinò il capo.  Mi rattristava vederlo così affranto. Applaudimmo un paio di poesie, poi tornò sotto. “E tua mamma, com’è? Ha i capelli biondi? Lunghi? E’ alta?”.
“Quella è mia sorella”.
Tacque. Applaudì. Cercò di parlare, poi ci ripensò. Applaudì. “Questa era bella”.
“Molto” dissi. In realtà le poesie mi sembravano tutte uguali.
“Qualche volta me la presenti? Tua sorella?”.
“Mia sorella non scrive poesie. Lavora in amministrazione”.
“Non fa niente”.
“Se ci tieni…”.
“Tu ci tieni a tua sorella?”.
“Certo che ci tengo”.
“Ecco, anch’io”.
Rimanemmo in religioso silenzio. La colica dell’uomo con la barba si trascinava senza che alcuna medicina potesse zittire i lamenti.
“C’è una farmacia?” chiesi. “Le poesie mi fanno venire il mal di testa”.
“Aspetta, c’è la mia, ora c’è la mia” disse. Si intitolava “Otto anni, un amico”. Parlava di due che erano amici per la pelle, uno era lui e l’altro era uno che aveva i capelli con le sfumature marroni come la terra del Po, aveva il mio stesso nome e aveva preso una scarica di pugni come li avevo presi io. E avevano fatto la pace come l’avevo fatta io con Enrico, mangiando due pizze e vomitandole poco dopo, sulle giostre del luna park.
Applaudii, con le lacrime agli occhi. “Tu sei Enrico?” gli chiesi finalmente.
“Tu sei Bobino?”.
Ci stringemmo la mano, ce la tenemmo finchè non ci accorgemmo che la cosa stava divenendo morbosa.
“Io ricordavo che tua madre era bionda” dissi.
“Quella è mia sorella”.
“Me la presenti?”.
“Lei scrive poesie. Lei vive per la poesia. Ti parlerà solo di quello. Viene a prendermi fra un’ora”.
Uscimmo carichi di felicità. Entrai in farmacia e comperai una scatola di pastiglie per il mal di testa. “Vuole quelle ad azione istantanea?” chiese il farmacista.
“Non so, devo incontrarmi con una ragazza”.
E’ difficile dopo tanti anni ritrovare una persona che non sia mai cambiata, ma Enrico era sempre uguale. Infatti mi mostrò il pugno e lo roteò nell’aria. “Lo sai cosa ti succede se non mi presenti tua sorella”.
Messaggio ricevuto.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [1 commento]

Questi poeti...
Meno male che scrivi racconti
;-)
Il ridin mi piace molto- plagerò!

Lorena | 07.10.2008  19:17 

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