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Tapirelax
28.10.2005
STAR
Autore: Robirobi

Il cane dell'ingegner Tobi era morto dopo una vita lunga e felice, e cercavano qualcuno che vigilasse la villa. Avevo bisogno di soldi, così mi feci avanti.
"Non è così semplice trovare un cane" mi disse l'ingegnere. "E' come trovare un'anima gemella dopo la morte della moglie. Ha mai avuto una moglie, lei?"
Risposi che avevo avuto una fidanzata, per una settimana. Lei, a differenza del cane, non era morta, ma aveva cambiato partner perché ero più basso di lei e per baciarla dovevo spingerla giù dal marciapiede sulla strada trafficata.
L'ingegnere mi consolò. "Meriti di meglio, tu!". Mi dava vitto, alloggio e stipendio per tenere d'occhio la propriet? , intanto che trovava un nuovo cane. Trovava difficile rimpiazzare Star.
Voleva che cominciassi subito, e mi portò a vedere il mio alloggio.
Attraversammo il giardino. A ridosso del muro di cinta c'era la casa del custode.
"Lì non ci abita più nessuno" disse. "Ci sono i buchi nel tetto e quando piove si allaga. Devo buttarla giù".
Di fianco alla casa del custode c'era la cuccia del suo cane, e sopra l'entrata il suo nome: STAR, fra due piccole stelle gialle. Mi invitò ad entrare.
"Non c'è bisogno" dissi io.
"Guardi, guardi che meraviglia il suo alloggio" esclamò, e mi afferrò forte per un braccio. "Deve sentirsi onorato, non la cederei nemmeno al Presidente degli Stati Uniti, la casa del mio cane".
Io speravo non dico una reggia, ma qualcosa che mi permettesse di stare in posizione verticale. "E' troppo piccola" protestai.
Tobi entrò carponi. La cravatta giallo canarino gli penzolava fino a terra. "Guardi, guardi dentro" disse. Toccò la coperta stesa. "Puro cachemire. C'è una bella finestra con vista e fiori sul davanzale. Ci sono anche le tendine di pizzo di Sangallo".
"Mi verr? male alle ginocchia".
Tobi uscì e spolverò con una mano il nome del cane. "Che delizia. Sa, volevo mettere anche un comignolo sul tetto, poi mi sono chiesto cosa se ne sarebbe fatto. Il mio povero Star".
"Non ci sto dentro...".
"Gli ho costruito io personalmente questa casetta. Lui mi guardava e sembrava seguire i lavori. Le facce che faceva, quando mettevo la grondaia, o quando gli facevo il muro divisorio. Penso sia stato l'unico cane al mondo proprietario di un bilocale".
"E' alta un metro e mezzo" mormorai.
"Si offende se la chiamo Star?".
Alzai le spalle. Quella casetta mi avrebbe potuto contenere solo in ginocchio.
"Buon lavoro, Star" mi disse. "Io devo andare al lavoro. Ho un consiglio di amministrazione fra mezz'ora".
Mi venne da leccargli la mano, ma mi trattenni. Lui corse via. Si vedeva, che stava ancora pensando al suo cane.
Mi misi a quattro zampe a fiutare fiori di camomilla.
"Non mangiarmeli, ci faccio gli infusi" disse una voce. Mi girai e vidi una ragazza correre verso di me. Li raccolse, senza togliermi lo sguardo di dosso.
"Devi essere il nuovo assunto. Io sono Silvana, la figlia dell'Ing. Alzati, vieni con me".
Era bello seguirla come un cagnolino e osservarla da dietro. Entrammo in casa e mi accucciai sul pavimento di marmo dell'atrio. La luce che entrava dalle vetrate ampie mi accecava. Lei dovette notare il fastidio e disse in tono risentito: "La prima vetrata, quella tutta colorata, è di Chagall. Chagall era amico di mio nonno".
"Io mi servo da Rossini" dissi. "E' il vetraio a due chilometri da qui, sull'angolo. Sbaglia le misure, ma per quello che mi fa pagare, non sto a cercare il pelo nell'uovo".
Lei mi guardò contrariata. Come cane non dovevo risultarle fascinoso. Mi riempì le mani di spazzole e shampoo. Mi ordinò di seguirla - era bello seguirla, ve l'ho gi? detto? - costeggiò il perimetro della casa e ci fermammo sul retro. Mi fece scaricare la roba accanto a una tinozza di legno.
"Spogliati - ordinò - si fa il bagnetto".
"Mi sono gi? lavato".
"Quando si va ad abitare nella casetta di Star, per prima cosa bisogna essere belli puliti. Per prima cosa devo lavarti".
"Ho cominciato a lavarmi da solo a dieci anni" obiettai.
"Se fai i capricci salti la cena" cinguettò con tono di finto rimprovero e questo bastò per farmi tornare docile e remissivo. Ultimamente avevo saltato parecchie volte e dato che il mio nuovo lavoro comprendeva il vitto, non mi sarei più lasciato scappare nemmeno la merenda. Mi tolsi e vestiti e li gettai sull'erba.
"Sei pelle e ossa" osservò.
"E' una vita dura quella del randagio".
Lei sorrise. "Pensa che da piccola volevo una vita randagia, e invece eccomi in questa cuccia da umani".
Quella cuccia da umani poteva ospitare comodamente dieci famiglie medie.
"Mi muovo solo per andare a scuola e in vacanza e fuori al sabato, e per i viaggi all'estero".
"Che vita".
"Sono relegata qui con il fratellino e le persone di servizio e c'è un bestione che mi scorta e mi segue come un'ombra" disse mentre riempiva la tinozza.
Fare l'uomo della scorta doveva essere un bel mestiere: seguirla tutto il giorno, e rischiare di morirle alle spalle, negli occhi vitrei in agonia l'immagine del suo fondoschiena.
"E dov'è adesso?".
"E' appostato. Occhio a quello che fai".
Mi guardai intorno: sui tetti, nell'erba, dietro gli alberi. Chiss? se stava bluffando. Mi fece segno di entrare nella tinozza. Io non volevo essere lavato, ma lei insisteva perché il suo cane l'aveva sempre lavato personalmente. Il suo cane le faceva le feste, il suo cane era contento di essere lavato, anch'io dovevo dimostrare gratitudine. Presi a leccarla sulla faccia e lei ridendo mi spingeva la testa sott'acqua: "Vacci piano, Star, mi bagni tutta". E io sotto con la lingua. Silvana mi portò al sole e mi spazzolò. Le setole di plastica facevano male sulla pelle e lasciavano lunghe tracce viola. Io mi dimenavo ma lei mi pettinava dappertutto, perfino sotto i piedi. Voleva mettermi la polvere antipulci e io non ne volevo sapere, allora sbucò dagli alberi un uomo grande e grosso in divisa mimetica e mi si parò davanti.
"Obbedisci alla signorina".
"Ti presento Giovanni" disse Silvana. "E' la mia guardia del corpo".
"Tanto piacere" mentii.
"La prossima volta che la lecchi ti sgozzo".
Mi cosparsi di polverina antipulci, mi rivestii e mi infilai nella cuccia e mi appisolai. Mi venne a svegliare Giovanni con un manrovescio, era felice come un bambino e considerai la sua predisposizione alla violenza un'espressione eloquente di cameratismo. Mi mise un collare, mi legò a un guinzaglio e mi portò da Silvana, che attendeva sulla porta di casa, in bicicletta. Lei mi prese le guance e me le strizzò come una spugna, rimproverandomi per il fatto che dormire non era il modo migliore di fare la guardia, però la sua espressione era divertita. Giovanni non le staccava gli occhi di dosso e non abbandonava il sorriso ebete.
"Si va fuori" disse la ragazza. Mi afferrò per il guinzaglio e cominciò a pedalare.
"E la merenda?" dissi.
"Prima i bisognini".
Giovanni ci precedette in corsa, aprì il cancello, guardò fuori, estrasse un binocolo, esaminò i paraggi poi fece segno di via libera. Silvana partì e Giovanni a ruota: "Uno, due, uno, due", scandiva la corsa.
Per non strozzarmi dovevo correre anch'io, ma non avevo gambe buone. Pretesi una bicicletta. "I cani non vanno in bicicletta".
"Mi farai scoppiare il cuore" dissi. Ma lei niente, io correvo in mezzo alla strada e le auto strombazzavano e mi evitavano ed io sentivo tirare il guinzaglio. "Cado" dissi.
"No che non cadi" disse Silvana.
"Non devi cadere" mi ordinò il gorilla, fresco e felice come un bambino.
"Bisognino" urlai con il cuore che mi scoppiava. Era la mia ultima occasione prima di crollare.
Silvana si fermò, scese dalla bici e mi accompagnò davanti a un muretto coperto di edera. Abbassai la cerniera. Silvana era dietro di me, e dietro di lei Giovanni, con la faccia immersa nei suoi capelli.
"Se mi guardate non ci riesco" protestai.
"Star non faceva storie" obiettò lei.
Questi paragoni mi davano fastidio. Star di qui, Star di l? ? io avevo la mia personalit? , io non ero Star. Alzai una gamba e innaffiai l'edera.
Silvana montò sulla bicicletta. "Si riparte".
"Riparte dove?".
"Andiamo in centro".
"Mi rifiuto" dissi.
Giovanni mi prese per il bavero, ma la ragazza gli fece segno di lasciarmi. "Ha ragione, è nuovo, poverino, sporco e denutrito. Una settimana e lo rimettiamo in forze".
Il ritorno fu una via crucis. Caddi, venni percosso, mi sputarono in faccia, mi parve di notare - sul lato opposto della strada - Ponzio Pilato che mi faceva un cenno, e quando entrammo in villa vidi una croce pronta vicino alla mia cuccia. Misi a fuoco: non era una croce. ma un bambino che ci aspettava a braccia aperte. Silvana mollò la bici e corse a baciarlo. "Ciao, piccolo, dormito bene? Guarda pap? cosa ci ha comprato".
"Mi paga per un lavoro" corressi.
"Perché vuoi deludere il mio fratellino?" mi rimproverò Silvana.
Non volevo, ma mi uscì un guaito.
"Che forte!" si illuminò il bambino. "Posso giocare con lui?".
"Fino al ritorno di pap? " disse la brava sorella, poi corse in casa, e Giovanni dietro.
"Giovanni non andava ben come cane?" chiesi al bambino.
"Loro giocano insieme. Si chiudono in camera a guardare la televisione, e a me che sono piccolo non permettono niente".
"Oggi hai me" dissi.
"Non ho mai nessuno che gioca con me. Tutti sono impegnati nei consigli di amministrazione e nelle camere da letto, e io non ho più amici".
"Non preoccuparti, io sono tuo amico. A cosa si gioca?".
Il bambino raccolse una palla da tennis e la lanciò lontano. "Vai, vai, gridò. Riportamela, forza, cane bello. Vai!".
Io corsi a prenderla e gliela riportai.
"No, non così, con la bocca" disse, e la gettò di nuovo.
Il cancello elettrico si stava aprendo: comparve l'auto dell'ingegnere. La pallina varcò il cancello e rotolò sulla strada. Mi fermai a guardare a destra, a sinistra, in alto. La via usciva dal paese, i pioppi accompagnavano il movimento veloce della nuvole, verso est. Abbandonai la pallina e me la diedi a gambe e questa volta avevo fiato da vendere e sentivo le zampe volare.
Mi fermai all'ultima casa del paese, una cascina isolata, con i muri scarnificati, e mi ci sedetti contro a riposare.
Un cane senza collare mi si avvicinò. Era sporco e puzzava.
"Ciao, collega" dissi. Lui mi annusò i vestiti, con aria mesta, poi si allontanò trotterellando, come se si fosse ricordato di un appuntamento.
Sopra di me c'era una finestra e ne usciva un forte odore di sugo e cipolle. Io odio sugo e cipolle, ma rimasi lì seduto.
Sono tante le cose che odio, e tante le volte che rimango seduto ad attendere tempi migliori.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [4 commenti]

Eddaaaiiii!!!!
Mica volevo offenderti!
Fai il bravo e mollami la caviglia!

pigi | 08.11.2005  12:43 

Vecchio a chi? Come ti permetti?

Rin Tin Tin | 08.11.2005  12:19 

Caro Lassie,
visto che partecipi attivamente ai commenti, volevo chiederti una cosa:
sei più vecchio tu o Rin Tin Tin?

pigi | 07.11.2005  22:36 

Bau?!

Lassie | 07.11.2005  14:11 

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