Tapirelax
01.12.2008
ECHI DI CELLULOIDE - 4
'The brown bunny'...
Autore: Matteo Fontana

...ovvero: del fare un film sapendo che non sarà visto


No one in America will ever see one frame of this film”, ha scritto Lisa Schwarzbaum su “Entertainment Weekly”. Nessuno in America vedrà un solo fotogramma di questo film. E in Europa? Direi che si può fare lo stesso discorso! “The Brown Bunny”, opera seconda di quell’autore strano e sui generis che è Vincent Gallo, ha circolato soltanto in dvd e in pochissimi cineclub o cinema d’essai. “Buffalo ‘66” mi aveva convinto a metà: coraggioso, ma a tratti goffo, quasi ingenuo. Di una bellezza rude e, senza dubbio, assai più interessante di tanti altri film più osannati. Ma palesemente incompleto, persino forse incompiuto! Ce n’era abbastanza per giudicare Vincent Gallo un regista interessante, capace di fare cose personali e sentite, fieramente “piccole” e lontane dal linguaggio (e soprattutto dai ritmi!) del cinema mainstream.
Ma è con questo “The Brown Bunny” che scompare ogni dubbio circa l’originalità di Gallo e, soprattutto, circa il SENSO di questa sua insistita ricerca di originalità di sguardo e di visione.
Diciamolo chiaramente: il cinema di Vincent Gallo può non piacere affatto, anzi, può irritare, come un po’ irritano certe “sparate” del regista-attore: “Io non ho modelli” – ha detto una volta. “Non copio dagli altri.” Per quanto si possa criticare questa affermazione, bisogna ammettere che “The Brown Bunny” non è un film facilmente paragonabile ad altri, e che Vincent Gallo è un regista coraggioso; e non mi riferisco tanto alla scelta di filmare per intero e senza veli una scena di sesso orale, quanto alla volontà di costruire tutto il film su ritmi e stilemi assolutamente personali, in barba alla standardizzazione verso cui soprattutto il cinema americano rischia di viaggiare. 
Insomma, Vincent Gallo ha fatto un film che sapeva non sarebbe stato distribuito. In un tempo in cui le ragioni commerciali sembrano essere le uniche ragioni ascoltate, è un merito non da poco portare a termine una simile impresa.    

“The Brown Bunny” è un film dolente, come lo era “Buffalo ‘66” ma più estremo, più radicale nel suo non voler somigliare a niente. Ci si può spingere ad affermare che “The Brown Bunny” è un film che non vuole essere visto, che non cerca favore in un pubblico ampio, ma preferisce gettarsi nella ricerca del SUO pubblico, della SUA dimensione. Qualunque essa sia.
Quello che Vincent Gallo ci mostra è un viaggio attraverso l’America, un viaggio con la morte nel cuore, un viaggio lento e desolato, alla ricerca di affetto, di consolazione, di rimedio ad un dolore esistenziale e ad una solitudine che sembrano connaturati al personaggio randagio e silente di Bud Clay, versione appunto “estrema” dello scapestrato Billy Brown di “Buffalo ‘66”.
Personaggi, quelli di Gallo, che hanno perso contatto con la realtà, che tendono a plasmarla a loro piacimento, non riuscendoci, perchè nessuno può riuscirci, ma ostinandosi nel tentativo fino ad assumere una statura che li eleva nettamente al di sopra del patetico, e che fa di loro, in un certo senso, degli eroi tragici, condannati in partenza.  Nella storia di questi personaggi ha avuto luogo un fatale scollamento tra il Reale e il Sognato, ovvero tra ciò che è accaduto e ciò che essi avrebbero voluto accadesse. Billy Brown cercava goffamente, in “Buffalo ‘66”, di tenere in piedi la bugia che per anni aveva raccontato ai genitori, mentre era in prigione: ovvero, di essersi sposato con la ragazza amata fin dai tempi del Liceo e di fare l’agente della CIA. Anche in “Brown Bunny” c’è la figura di questa “ragazza antica”, che incarna un passato “mitico” o anche, semplicemente, un tempo felice; ma “Brown Bunny” è una tragedia in piena regola, i personaggi non possono nulla contro lo sgretolarsi dei loro sogni, e tutto il correre in moto di Bud Clay, tutto il suo viaggiare per le placide strade dell’America profonda in un coast to coast che non ha più niente di liberatorio, il suo ostinato incontrare ed abbordare donne sole, non lo salverà dalla condanna primigenia, dal peccato originale che egli porta con sé. 
Già all’inizio, col piano-sequenza sulla gara di motociclismo, Gallo mette le carte in tavola: dove può scappare Bud Clay, che corre in un circuito, che si muove eppure è sempre nello stesso punto? E l’utilizzo del piano sequenza è la migliore, impietosa soluzione cinematografica per rimarcare l’impossibilità da parte del viaggio di innescarsi. “The Brown Bunny” è una specie di road movie che non si decide a cominciare, accostabile in questo, pur alla lontana, al geniale “The straight Story” di David Lynch

Bud carica e scarica in continuazione la sua moto dal furgone, si lancia nella corsa sul deserto salato (bellissima l’inquadratura nella quale, ad un certo punto, la moto sembra decollare: ma è solo un’illusione ottica, una “fata morgana”, direbbe forse Werner Herzog…), ma non può sfuggire all’accaduto, al rimorso. C’è qualcosa del cinema di Terrence Malick nelle tante scene contemplative che Gallo dedica alla strada, ai paesaggi, urbani e agresti, colpiti da un Sole indifferente, montaliano. Un’America attonita, impersonale, infinitamente triste in questo perenne meriggiare pallido e assorto. Il montaggio, ridotto al minimo, dà valore ad ogni stacco, ad ogni inquadratura, come sempre dovrebbe essere. La macchina da presa di Vincent Gallo è sempre al servizio dei personaggi e delle atmosfere, e quello che si compone minuto dopo minuto è un film che Claude Chabrol definirebbe “di sensazioni”, un film senza compromessi, cinema duro e crudo, cinema a suo modo puro, cinema che scaturisce da un tremendo, lancinante senso di mancanza. A Bud manca la sua Daisy, egli la cerca in ogni ragazza che incontra, ma non la trova in nessuna. Allo stesso modo, a tante inquadrature sembra mancare un centro preciso, un oggetto su cui appuntare il fuoco, perché “The Brown Bunny” è un film sulla MANCANZA, sull’assenza, prima di tutto di un centro, di un equilibrio dell’esistenza.
E allora, più della scena hard (che tutto fa tranne eccitare), sconvolge l’andatura del film, la sua capacità di filmare il vuoto senza chiedersi se esso abbia un senso o meno, semplicemente mostrandolo, facendolo sentire e respirare al pubblico. Il volto di Bud di profilo sullo sfondo di un paesaggio che scorre via segna tutto il dipanarsi di quest’odissea del falso movimento, di questa disperata ricerca di un sostitutivo (che non esiste) ad un amore perduto, di una redenzione dalla colpa che non si trova in fondo a nessuna strada.
Questo è il cinema di Vincent Gallo, prendere o lasciare. Questo è il film di un autore a tutto tondo (oltre che regista, Vincent è anche attore, montatore, sceneggiatore, direttore della fotografia e produttore) che, piaccia o non piaccia, non potrà mai essere preso per un… come si dice oggi? Prodotto!

“The Brown Bunny” di Vincent Gallo 
USA, 2003
Con: Vincent Gallo, Chloe Sevigny
Soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio: Vincent Gallo

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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Commenti [4 commenti]

taglio e incollo dalla rete. roger ebert è un famoso critico cinematografico.

After a 118 minute version of the film was roundly booed at Cannes, Mr. Ebert told a TV crew outside the theater that The Brown Bunny was: "The worst film in the history of the festival. I have not seen every film in the history of the festival, yet I feel my judgment will stand."
With the wit and grace of Oscar Wilde, Mr. Gallo responded: "If a fat pig like Roger Ebert doesn't like my movie, then I'm sorry for him."
"It is true that I am fat," Ebert rejoined, "but one day I shall be thin, and he will still be the director of The Brown Bunny."

UfJ | 21.10.2009  10:21 

chiunque fosse interessato alla sequenza che ha reso celebre (meritatamente oppure no) questo film può noleggiarsi il film e schiacciare l'avanzamento veloce, oppure se è più pigro può digitare 'chloe sevigny blowjob' dentro google oppure, se è immensamente pigro, andare direttamente all'indirizzo http://www.slackernetwork.com/out.php?id=188899

UfJ | 04.12.2008  12:41 

Anche se codesta rubrica era già stata avviata dal latitante Porkettaro

kiesa | 01.12.2008  19:41 

Un'altra rubrica che ci auguriamo susciti l'interesse dei frequentatori di codesto sito. Una rubrica dedicata stavolta alla settima arte (ma quali diamine sono le altre sei?), finora la più trascurata - ammettiamolo - dalla nostra polivalente redazione. Una rubrica che affidiamo con grande piacere alla competente penna (uh, tastiera) di Matteo Fontana, direttore della rivista culturale 'La lanterna di Born' e grande appassionato di cinema. Matteo - ne siamo certi - saprà condurci in un viaggio a trecentosessanta gradi attraverso questa meravigliosa forma espressiva con un occhio arguto, ironico e, ciò che più conta, assolutamente indipendente. Buona 'visione'.

Redazione Tapirelax | 01.12.2008  11:40 

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