Tapirelax
02.02.2009
ALECSS E TOMASS
Autore: Robirobi

Ero alle prese con una sottile pupa bionda quando un canto, più simile al travaglio di una partoriente, squarciò irrimediabilmente la mia alcova.
“Quaa-ndoilsooo-lenasceraaà…”. Mi svegliai di soprassalto, istintivamente infilai la mano nel costume e percepii il manico molle e quello duro. Strinsi l’ultimo, premetti il bottone e la lama si aprì con uno schiocco lacerandomi la tela.
Quello che per me era il dolce suono della mia arma di difesa, per altri dovette essere una minaccia mortale. “Tuttatterra!” urlò qualcuno alla mia destra e il tonfo di più corpi ruppe per un attimo l’ostico discorso delle onde.
Minchia, di fianco a me avevo un piccolo esercito di due bambini, giovane donna, uomo con occhiali, tutti in costume rigorosamente kaki. Erano insieme a una cariatide che forse respirava ancora e che, vestita con abiti civili,  mostrava sul corpo i segni delle ere geologiche.
Seguirono attimi di tensione: essi nell’attesa dell’attacco di un nemico sconosciuto, io con il mio serramanico pericolosamente in resta nei boxer da bagno.
“Dove stanno Alecs e Tomass?” chiese l’uomo con gli occhiali, che risultò essere il nonno.
A ore quindici” rispose la giovane donna.
L’uomo con gli occhiali si rialzò con cautela, estrasse dalla sabbia il viso ormai cianotico della cariatide e la sistemò sulla sdraio. Tutti i bambini nel raggio di cento metri videro materializzarsi l’ambiguo babau dei loro sogni e dalla spiaggia tutta si levò un pianto corale capace di far saltare i nervi a Giobbe. 
“Non avresti dovuto cantare, mamma” disse Occhiali.
“Cosa vuoi mai, sono in preda alla felicità” rispose Cariatide, esibendo un sorriso così anomalo da rimettere in discussione la teoria dei buchi neri.
Occhiali obiettò che non era il momento di lasciarsi andare, e che prima si doveva procedere alla perlustrazione del territorio. I bambini si spostarono da ore quindici a ore quindici e venti e deposero i salvagenti mimetici. La madre, una graziosa bionda dal dolce viso reso più femminile dal taglio sbarazzino, sospirò e disse: “Se vi allontanate vi spacco il culo”.
Minchia, che strana famiglia. Riposi il coltello, ma lo lasciai a portata di mano.
Occhiali trascinò verso di sé la sua sacca militare, frugò come un gatto nel bidone, mi parve di intravedere la bocca di un bazooka, ma forse era la mia immaginazione sovreccitata. Estrasse un binocolo a infrarossi e scrutò lungo la battigia.
“Scogli frangiflutti a circa mezzo miglio da noi. Quattro file. Facilmente raggiungibili e superabili. Nessun impedimento od ostacolo. Via libera”.
“Allora si va?” chiese Cariatide accennando a levarsi.
“Tu meglio di no, potresti sbriciolarti, andrò con Délice”.
“Délice è proprio una brava figliola”.
“L’ho tirata su in trincea”.
Cariatide sospirò e guardò il mare. Frugava nei ricordi, ma nemmeno uno affiorava.
“Dove sono Alecs e Tomass?” chiese Occhiali. Délice sguainò un pugnale malese che teneva nella borsa del trucco, ma i bambini ricomparvero, portando con sé un moccioso che frignava. “Abbiamo catturato una spia” disse il più grande. Occhiali si sedette sulla sabbia. I nipotini erano in gamba, ma non avevano ancora imparato che i colpi di testa senza un piano ben preparato potevano essere deleteri.
Una volta restituita la spia al legittimo proprietario i bimbi si sedettero sotto l’ombrellone. “Noi restiamo con la nonna”.
Occhiali e sua figlia prepararono l’equipaggiamento per la passeggiata: pistola lanciarazzi, un pugnale sottile e appuntito, binocolo, bussola, cartina, un paio di ananas, nel senso di granate. Infilarono gli anfibi e si incamminarono.
Alex e Thomas intonarono un paio di inni dei kamikaze giapponesi, in lingua originale, e per essere più credibili tirarono gli occhi a mandorla. Cariatide corresse la pronuncia. Mi accorsi solo allora che era giapponese, i suoi occhietti erano due sottili righe nere prive di pupilla. Anche i piedi, o ciò che ne restava, erano a mandorla.
“E adesso a che si gioca? Che si gioca?” chiese Alex alla nonna.
“Conosci il gioco di Thomas” disse la nonna.
Alex fece il broncio. “Uffa, sempre la guerra. Io sono stufo della guerra”.
Thomas, con l’aria di chi la sa lunga, gli si parò davanti. “Lo sai, le guerre sono il motore del mondo”.
“Sarà” fece Alex, arrendevole. “E io che parte devo fare?”.
Thomas mi guardò. Guardò proprio me. “Signore, mi disse, le va di fare la parte del prigioniero?”.
“Non mi piace la parte del prigioniero”.
La vecchia mi fissò fino a impaurirmi. “Signore, io sto per morire, ma voglio vedere felici i miei nipoti. Lo faccia per me, per una povera vecchia come me. Le buone azioni vengono ricompensate nei cieli”.
“Io ho intenzione di andarci così tardi che si saranno già dimenticati delle mie buone azioni – dissi - e anche delle cattive”.
“Sapevo che non avrebbe deluso i ragazzi” disse Cariatide. Impartì un ordine in giapponese. Thomas si procurò una spessa corda e prima che me ne potessi rendere conto, con un gesto fulmineo mi aveva legato le mani dietro la schiena. Mi guardò sorridente. “Me l’ha insegnato mio padre”.
Feci per alzarmi, ma anche i piedi erano legati alla sdraio. Alex mi sorrise. “Me l’ha insegnato mio fratello. Mentre il nemico è distratto, dice sempre, termina l’affondo”.
Cariatide mi sorrise e chinò il capo in cenno di riconoscenza. Il manico del coltello dietro la schiena mi rassicurò un poco.
Thomas mi si parò davanti. “Soldato Alex, il prigioniero ha parlato?”.
“Nemmeno per sogno, signore”.
Thomas avvicinò alla mia pancia un pugnale di plastica. “Ora gli scioglierò io la lingua”. Un’esplosione ci fece sussultare e la punta mi pungolò la carne. Cariatide sorrise di nuovo. “E’ mio figlio. Sta insegnando a sua figlia le tecniche di pesca”.
Ne avevo abbastanza. “Confesso” dissi. Misi insieme un po’ di battute che avevo sentito al cinema e guardai i bambini con un sorriso pieno e speranzoso. “Tu menti” disse Thomas. “Soldato Alex, porta il bazooka, che gli foriamo il lobo dell’orecchio. Vediamo di farlo ragionare”.
Un esercito di nuvoloni neri, portato da un vento improvviso, oscurò la spiaggia. “Che tempaccio, me ne vado a casa – dissi - slegatemi”.
“Forse non hai capito” disse Alex, portando il bazooka, rosso in viso per lo sforzo. Non mi sembrava più molto annoiato. L’arma sembrava vera. Secondo me era vera. Me l’appoggiò all’orecchio. Scattai in piedi e volai faccia in avanti nella sabbia. Thomas vide il coltello e sorrise. Diede in calcio sotto la tela della sdraio e lo fece volare nella rena. “Un tentativo di fuga! Cosa facciamo a chi ci prova, soldato Alex?”.
Seguì un’esplosione. Mi aspettavo che il cranio se ne andasse in frantumi e urlai. Cariatide mi rivolse un sorriso compassionevole. “Ha paura dei tuoni, signore?”.
Caddero le prime gocce. “Ecco mamma!” urlò Alex, e dimentico della compostezza di un soldato le corse incontro.
“Ora riposa” mi disse Thomas, infilando il proprio coltello nel costume. “Domani per te sarà un giorno molto duro”.
I ragazzi del bagno chiudevano alacri gli ombrelloni. La famiglia di guerrafondai se ne andò di corsa lanciando improperi da caserma. Avevano dimenticato la cariatide made in Japan, li chiamai indietro.
Occhiali caricò sua madre sulle spalle, come un fagotto, e mentre la portava via mi disse: “Grazie tante, signore, la proporrò per un encomio solenne”.
Urlai. “Tornate qui, venite a liberarmi!”. Nulla da fare. Mi buttai sulla sabbia e mi trascinai in ginocchio fino al mio fedele coltello. Precipitarono le cateratte del cielo e prima di essere libero ero fradicio.
Minchia, che giornata.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [1 commento]

forse siamo stati sulla stessa spiaggia .

atomo | 12.02.2009  10:51 

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