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Tapirelax
17.03.2009
ECHI DI CELLULOIDE - 6
Intervista a Dario Magnolo
Autore: Matteo Fontana

[contatti: Dario Magnolo www.myspace.com/dariomagnolo]


Tapirulan: Com’è stata la tua formazione in ambito cinematografico? Quando hai iniziato?

Dario Magnolo: La mia passione per il cinema è nata sin da bambino. Giocavo, disegnavo, inventavo storie e il mio immaginario di riferimento era spesso quello cinematografico. A 14 anni sono riuscito a farmi regalare una telecamera (era il 1991) e ho cominciato a sperimentare. Alle medie sapevo già che dopo il liceo classico avrei frequentato il DAMS di Bologna. Qui ho fatto esperienze più mature e insieme ad altri studenti abbiamo fatto grandi sforzi per mettere in luce il nostro talento. E’ così che con un investimento pari a quello di un cortometraggio professionale ho realizzato un film di 90 minuti. I cortometraggi tuttora mi sembrano un linguaggio espressivo ibrido, meglio le arti visive, la videoarte, la docufiction. I videoclip (quelli d’autore) sono più interessanti di una storiella breve a meno che non vi sia un’idea davvero brillante o non rientri in canoni di serialità. In caso contrario non mi interessa né girarla né vederla.


T: Come vedi il lavoro del filmaker, oggidì? Qual è il tuo rapporto con la tecnologia, che sta cambiando radicalmente il modo di intendere e di fare il video?

DM: In parte ho già risposto nella domanda precedente. Dal momento in cui oggigiorno anche un ragazzino con un telefonino può “sentirsi” un regista credo che la differenza stia proprio nel talento narrativo e, proprio per mezzo delle mutevoli tecnologie, nell’originalità. Il mio primo cortometraggio (“Il Tempo Ideale” che prima o poi pubblicherò su Youtube) ritengo sia originale e anomalo proprio per la necessità che sentivo di sperimentare e distinguermi dalla massa. Non esistevano i Reality e credo di averne anticipato alcune sensazioni. I pregi e i difetti di tutto ciò sono le due facce della stessa medaglia ed è lo stesso motivo per cui un giovane oggi può avere difficoltà a farsi notare. Un filmaker oggi è un artista ma anche un tecnico all’avanguardia, deve conoscere le attrezzature audio/video e sapersi destreggiare con la post produzione. Purtroppo nel nostro paese vedo ancora molta sciatteria e superficialità, la messa in scena a volte è banale e i temi infantili. Alcuni si standardizzano e questo nuoce alla fantasia. A me piacerebbe solo scrivere e dirigere, delegando ad altri tutto il resto…in realtà per sopravvivere faccio l’operatore, il montatore, l’aiuto regista e persino il direttore della fotografia. Amo troppo questo lavoro e il set è un non-luogo magico. Avere un ruolo su un set e vedere il risultato finale sono emozioni forti ed incomprensibili per chi è al di fuori di quest’impresa creativa.


T: Domanda difficile: pellicola o digitale? In altre parole, sei un nostalgico della pellicola o credi interamente nello sviluppo della tecnica digitale? O nessuna delle due espressioni ti inquadra?

DM: Si è parlato moltissimo di questo argomento. Nonostante girare in pellicola sia tutto un altro campo da gioco ho dovuto prendere coscienza di essere nato in questo periodo storico e di doverne guardarne i lati positivi. Noi siamo dei pionieri del digitale, chi più chi meno. Non credo assolutamente di essere tra i più rilevanti in Italia, ma rimango orgoglioso di avere girato un lungometraggio nel lontano 2002 con la mitica Canon XL1–S. La Panasonic DVX 100, che ora usano tutti e ovunque, non esisteva ancora. Io sono nostalgico di natura, per renderti conto puoi vedere il mio videoclip “Kids like silence” che è nato mettendo insieme vecchia pellicola Super 8 di quando ero bambino. Traspare con chiarezza quanto fosse genuina la società rispetto a quella di ora, in cui non mi rispecchio per nulla. Stando così le cose posso dichiarare che solo oggi e su un set indipendente in digitale puoi vivere certe esperienze. Mi è capitato di condividere il set con diversissime tipologie di persone: alcune degne di stima da cui davvero poter imparare, altre totalmente incapaci anche di comunicare, persone interessanti e persone false ed arroganti, personaggi da incanto e matti scatenati. Tutto ciò è molto più vivace e bizzarro di quanto possa accadere su un set da milioni di euro di budget. Credo che un giorno ne scriverò  ma voglio prima raggiungere un inevitabile distacco temporale!


T: Tu sei varesino di nascita, ma bolognese d’adozione. Com’è la realtà bolognese sotto il profilo lavorativo e creativo? Frizzante, interessante, o viceversa, troppo sonnacchiosa?

DM: Sarà che conosco tanta gente che lavora nel settore ma sembra che a Bologna si occupino tutti di video! Tant’è che qualche anno fa, durante le “50 ore” di un famoso concorso video, camminando per Bologna s’incontravano piccole troupe  in ogni dove! In questo periodo di crisi mondiale la gente deve inventarsi un lavoro (e credo che gli italiani siano tra i migliori a farlo) e a Bologna in tanti hanno creato società di produzione, agenzie di pubblicità e cose di questo genere ed ancora si cercano professionisti in questa zona. Bologna è meno vivibile e più chiusa e stanca di quando arrivai, nel ‘98. Ma al momento la amo ancora  troppo, è una fidanzata che ti ha dato tanto e non riesci a lasciare anche se sei ai ferri corti.


T: Tra le molteplici attività legate al fare cinema o video, qual è quella che preferisci? Sceneggiatura, regia, montaggio, ripresa…?

DM: Sono nato con la scrittura. Ho avuto il desiderio di scrivere sempre e tutto. Un diario, canzoni pop, modeste poesie, racconti horror, fumetti, liste della spesa… Ora purtroppo mi capita di sentirmi demotivato, ho bisogno di seri incentivi. Il montaggio mi piace perché  ogni volta che faccio un taglio mi diverto a vederne il risultato e a cercare sempre di migliorarlo, fino alla maniacalità. In ogni caso sento di essere nato per il ruolo di regista e crescendo mi sono allontanato dall’ideale kubrickiano che  può risultare folle e dispotico, per questo stressante per sé ed antipatico per altri. Nonostante il suo sia stato, a mio parere, il miglior modo di prendere sul serio la settima arte, credo che a risultati eccellenti si possa arrivare anche senza fare impazzire gli attori e senza esigere dai propri collaboratori sforzi che vadano oltre certi limiti. In ogni caso l’ideale è una categoria di regista poliedrico che possa anche produrre e scrivere soggetti. Sarebbe il massimo incastrarsi tra Roger Corman e Steven Spielberg!


T: C’è qualcosa che non ti piace del tuo lavoro o del ramo in cui operi? Qualcosa che vorresti cambiare? E cosa pensi dell’Italia dal punto di vista della produzione cinematografica?

DM: Argomento delicato. Quel che fa soffrire è la difficoltà immane nel trovare capitali, anche modesti, per fare cinema per il Cinema. E l’amarezza, oltretutto, di riuscire a fare buon cinema per poi avere una distribuzione inadeguata, scandalosa e cieca. La mia utopia personale è quella di girare film di genere o film d’autore interessanti rimanendo in budget compresi tra i 5000 e i 500.000 euro e proiettarli a pagamento -anche ridotto rispetto ad un multisala che ti mostra un blockbuster- in qualsiasi locale che abbia molti posti a sedere ed un buon videoproiettore. Con l’uscita in DVD garantita e la distribuzione sui canali tv mi sembra semplice rientrare nei costi e se il film è valido trarne anche guadagno! Tanti film di non molto tempo fa costavano tanto (anche perché erano in pellicola) ma erano distribuiti negli USA e in tanti altri paesi e arricchivano i loro finanziatori. Molti erano film di genere, ad esempio thriller e horror con titoli in inglese. Se poi gli attori e i registi dovevano inventarsi un nome d’arte ed essere doppiati non mi sembra un compromesso avvilente, oltretutto se paragonato al risultato artistico e sostanziale del genere “adolescenziale” in voga ora. Il quale, al momento, non mi risulta che sia esportabile nemmeno nella Svizzera italiana…


T: Facciamo un po’ i “culturali”, suvvia! Quali sono i tuoi film preferiti? E i registi di riferimento?

DM:
Sempre difficile rispondere a queste domande…potrei dirne un paio per ogni decennio tenendo conto anche di questi autori: Luci della città  (Chaplin ’31), Susanna (Hawks ‘38 ), Il bacio della pantera (’43), La fiamma del peccato (Wilder ’44), La finestra sul cortile (Hitchcock ’54), Le notti di Cabiria (Fellini ’57), Fino all’ultimo respiro (Godard ’60), Blow up (Antonioni ’66), Cinque pezzi facili (’70), Taxi driver (Scorsese ’76), Videodrome (Cronenberg ’83), Velluto Blu (Lynch ’86), Pulp Fiction (Tarantino ‘94), L’odio (’95), Il pianista (Polanski ‘02), Elephant (Van Sant ’03). A parte il già citato Kubrick aggiungerei almeno Bunuel.


T: Il tuo primo film – low budget – si intitola “Il bivio”: ce ne parli un po’? Come è nata l’idea? Di che tratta? Come fare eventualmente per vederlo?

DM: “Il BiVio” è stato per tutti un esperimento. A 25 anni ho scritto questa storia che avrei dovuto realizzare con dei fondi, circa 10.000 euro che all’ultimo momento sono venuti a mancare. Dopo una giornata di riflessione ho deciso di girarlo ugualmente. Avevo 2.500 euro ed essendo una sceneggiatura concepita per un film da girare in pochi giorni (a parte i flashback la vicenda si svolge nell’arco di una giornata) ce li siamo fatti bastare. In rete si possono trovare diverse informazioni sul film. Il valore del film sta nell’azzardo dell’impresa, nella passione e nelle volontà che vi sono riposte. Nel film c’è un cadavere scarrozzato per la campagne bolognesi, un uomo rapito, pedinamenti e inseguimenti in auto e a piedi, personaggi che tramano nell’ombra, qualche scena umoristica e il cellulare usato come Deus ex machina. Vi hanno recitato Valerio D’Annunzio (appena uscito nelle sale il suo esordio registico, “Aria”) , Giuliano Catani (al suo esordio ed ora protagonista di molti spot e  corti), Leo Mantovani (icona del cinema underground bolognese) , Davide Sorlini (un vero filmaker indipendente e tra i protagonisti di “Lavorare con lentezza”), Pier Paolo Paganelli (sempre impegnato a produrre, scrivere e recitare), il bravissimo Ottorino Di Paolo e la giovanissima Caterina Cesàri. L’idea è nata dalla suggestione di diverse pellicole a me care e dalla volontà di girare scene anomale per la maggior parte dei film che si vedono in Italia, molto al maschile, con pochi dialoghi e ambientato in grandi spazi attraversati dalle ferrovie. Tutto parte dalla visione di un cadavere in un campo di grano, la sua vita stroncata per un incidente in seguito a un litigio con la compagna. Davanti a questa disgrazia il colpevole si accende una sigaretta e  si limita a coprire il corpo con un telo nero preso nel bagagliaio della sua auto.  Da qui una catena di imprevisti e ribaltamenti di scena. Sono molto soddisfatto del film che al momento è una rarità, un piccolo “cult movie” che molti hanno visto (a Bologna e in qualche festival specializzato) ma principalmente di cui si è sempre solo sentito parlare! In molti mi chiedono di vederlo e presto forse lo renderò visibile sul web. Ogni tanto capita che ci sia una proiezione pubblica e non si esclude un’uscita in DVD su piccola scala.


T: Hai progetti per il futuro? C’è qualcosa di cui ci puoi dare un accenno…?

DM: Sto scrivendo per me e per altri. Il soggetto a cui tengo di più racconta tre momenti della vita di un uomo tra i 24 e i 34 anni. Insieme alla sua esistenza muta tutto ciò che ha intorno, non ha punti fermi, nessuna stabilità, nessuna certezza. E’ un film che parte dai sogni e dalle speranze per approdare ad una consapevole e sana disillusione. Racconta il cambiamento, la confusione, l’incompletezza, la frenesia e i paradossi dell’individuo e della società. Sarà un piccolo film molto introspettivo, a tratti solare e a tratti cupo; la vicenda comincia alla fine degli anni novanta e viaggia a velocità vorticosa con momenti di sospensione poetica in cui il personaggio “in apnea” esce in superficie.


T: Se avessi 10 milioni di Euro, che film realizzeresti?

DM: Una storia a cui penso da parecchi anni è quella di un giovane scienziato, un genio diciamo, che sperimenta su di sé una pozione per controllare i propri sogni. La fantasia è al potere e ci vorrebbero costosi effetti e moltissime locations. Leo Sidro è un ribelle tormentato dalla bassezza e dall’inconsistenza della vita che decide di abbandonare la realtà per vivere quasi esclusivamente nella dimensione onirica ed essere libero di fare cose impossibili compreso poter rivivere una storia d’amore ormai finita. Il tutto con una lucidità emotiva pari a quella della vita cosciente. Difatti le cose si complicano quando egli non riesce più a distinguere con chiarezza tra ciò che vive realmente e ciò che sta sognando…


T: Ci consigli un film da vedere al cinema o da recuperare assolutamente in dvd se ce lo siamo perso?

DM:
Il primo che mi viene in mente è  “Il ritorno” di Andrej Zvyagintsev, perché è un film un po’dimenticato ma talmente valido che alla sua uscita nel 2003 la giuria della mostra del cinema che gli assegnò il leone d’oro.


T: Grazie infinite, Dario! E in bocca al lupo per il tuo lavoro!

DM:
Grazie a te Matteo!

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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Commenti [8 commenti]

In linea di massima sono d'accordo con te, anche se in certi casi, fortunatamente, premio e valore dell'opera coincidono (ti faccio l'esempio de "Le vite degli altri" Oscar come miglior film straniero).
Sul fatto che premi e festival non vadano presi per oro colato, comunque, mi trovi completamente d'accordo.

Matteo Fontana | 07.04.2009  15:03 

"Il ritorno" è un buon film ma cosa c'entra il Leone d'Oro? Ai festival non ci credo proprio, l'idea di premiare le opere d'arte è assurda, per premiarne uno ne escludi sempre troppi che meriterebbero uguale se non di più... Prendete l'Oscar! Non vince mai il migliore...

Ema | 07.04.2009  00:41 

I festival di cortometraggi sono tantissimi! Si va da quelli nazionali, di notevole importanza, a quelli locali, comunque meritevoli e interessanti. Il vero problema dei cortometraggi è che non hanno circolazione commerciale, ovvero: non vengono distribuiti! I più fortunati passano in TV in programmi adeguati (do you remember "Corto5", giusto per fare un esempio?), ma la stragrande maggioranza vive...sotto il pelo dell'acqua! Comunque su internet puoi trvare MIGLIAIA di siti dedicati ai concorsi di corti. A quali abbia partecipato Dario Magnolo non saprei, gli ho girato la domanda, nel caso...girerò anche la risposta! Grazie, un saluto!

Matteo Fontana | 02.04.2009  18:08 

bella l'intervista complimenti, ho una curiosità: per gli autori di cortometraggi ci somno tanti festival in cui far vedere i lavori giusto? Il regista Magnolo ha partecipato a qualche festival? e qulai sono i migliori? grazxie e bravi

Cris | 31.03.2009  15:33 

Caro Gianni,
ottime domande! Cercherò di essere breve:
1) Il "mondo" dei video-maker si divide in REGISTI e VIDEOARTISTI. I primi, tendenzialmente, usano il mezzo in senso narrativo (cortometraggi propriamente detti);
i secondi ne sfruttano le potenzialità espressive soprattutto sul piano VISIVO e CONCETTUALE (video-arte).
2) Vendere una VIDEO-OPERA...? Mmmmm in effetti è una domanda che mi sono posto anch'io. So che il video-artista normalmente vende il DVD della sua opera a eventuali (ma credo rari!) appassionati di questa forma d'arte. Comunque ti ringrazio degli spunti offerti: vedrò di approfondirli e di dedicarvi una futura "puntata" di questa rubrica...
Un saluto!

Matteo

Matteo Fontana | 26.03.2009  16:50 

Intervista ben fatta e risposte esaurienti. Domanda in più: cosa differenzia il video maker dal video-artista? cioè, tutti quelli che fanno video fanno video arte? E come si fa a vendere una...video-opera?
Grazie.

Gianni | 24.03.2009  18:23 

caro davide. ci auguriamo di sì. proprio stamattina matteo - il curatore della rubrica - ha annunciato di avere già in cantiere altre interviste sul genere. vedremo!

Redazione Tapirelax | 18.03.2009  09:10 

Interessante! Pubblicherete altre interviste a filmmaker indipendenti? E' un mondo "sommerso" che sarebbe bello conoscere di pùà, soprattutto quando si è appassionati di cinema underground come me... Complimenti comunque per l'intervista.

Davide | 17.03.2009  16:39 

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