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Tapirelax
05.05.2009
ECHI DI CELLULOIDE - 7
Intervista ad Andrea Fantasia
Autore: Matteo Fontana

Tapirulan: Andrea Fantasia, musicista e regista. Quale dei due ruoli artistici ti qualifica maggiormente? Ci dai qualche cenno sulla tua formazione, insomma sul percorso che ti ha portato oggi ad essere un film maker milanese indipendente?

Andrea Fantasia: E’ difficile rispondere. Anzi, forse è facile perché per me esiste un solo tipo di composizione: il comporre in senso lato. Indipendentemente da cosa usi, solo i suoni o anche delle immagini assieme ad essi per creare una mimesi o raccontare una storia, le abilità non sono molto diverse. Il mio passaggio dalla composizione musicale alle regia cinematografica è stato abbastanza naturale in quanto già scrivevo colonne sonore per il cinema. Scrivere una colonna sonora è come diventare un pezzo di cervello del regista, o meglio, la sua voce cantante. E per scrivere una buona colonna sonora devi capire il film da ogni punto di vista: narrativo, strutturale, fotografico, eccetera, perché ogni cosa in un film entra inevitabilmente in relazione con tutto il resto. La musica, ad esempio, influenzerà la percezione del colore e, viceversa, una certa fotografia influenzerà la percezione dei suoni. Ma questo è il livello epidermico: è quello che ci fa dire che una musica sta bene su una data scena.
In realtà al compositore è richiesta una comprensione molto più profonda e più difficile: capire il film nella sua dimensione concettuale ovvero l’Idea da cui deriva poi tutto il resto. E’ qualcosa di indicibile ma quando l’hai colta ne diventi consapevole: scrivere una colonna sonora richiede di andare dritti al cuore e al cervello di un film. Questo è stato il mio training, l’input che ha acceso la lampadina per la regia.
Devo però dire che in realtà sono sempre stato attirato dalla dimensione visuale ma, a parte un documentario che avevo fatto a 16 anni sul mio quartiere, questo talento è rimasto sopito per anni per poi risvegliarsi circa un 5 anni fa, quando ho iniziato a fare i miei primi lavori video.


T: Quanto incide sul tuo lavoro da regista il fatto che tu provenga dalla composizione musicale? Ci sono evidenti punti di contatto, a tuo avviso, tra le due attività?

AF: Moltissimo. Ragiono molto da musicista quando giro un film e nelle immagini colgo sempre subito il loro “ritmo” e il loro “timbro”.  Quando dirigo mi baso molto su una sensazione di pancia, sul sentire la giusta atmosfera, il giusto ritmo. Quando invece sono in fase di scrittura e pianificazione opto per una logica più formale e ragionata, tipica della composizione musicale.


T: Hai realizzato colonne sonore prima di dedicarti alla regia?

AF: Molte e, sotto adeguato compenso, le realizzo tutt’ora.


T: La tua idea di regia cinematografica, in poche parole…

AF: Per me fare un film è riuscire a incarnare delle emozioni o se preferisci uno stato d’animo con i mezzi tipici del film: storia, personaggi, luci, colori, suoni, musiche…


T: Quali sono i tuoi modelli, se ne hai?

AF
: Il mio regista preferito? Luis Buñuel, ma anche Kubrick, Lynch, Antonioni, insomma tutti i grandi… è naturale. Ma Buñuel mi è particolarmente vicino sia come scrittura sia come logica registica, ovvero il cosa e il come inquadri.
Secondo me, il vero specifico della regia non risiede tanto nella fotografia, nel montaggio o nella colonna sonora (comunque cose importantissime!) quanto nel mettere in quadro in senso lato.
Cosa inquadri e come lo inquadri: la regia è soprattutto questo.
Un movimento di camera inappropriato o un primo piano troppo vicino manda in frantumi tutto. Sono convinto che persino la direzione degli attori sia gerarchicamente subordinata a questo.


T: Veniamo, per così dire, alla contingenza, dopo le idee generali! Il tuo esordio registico è stato di discreto impatto mediatico, con una docu-fiction dedicata all’Expo 2015 e al tema delle acque a Milano. Il titolo è “Leonardo, l’Expo e le acque di Milano” (qui il trailer). Tra gli interpreti, nientemeno che Alessandro Haber. Ce ne parli un po’?

AF: E’ stato un lavoro difficile. Assieme allo sceneggiatore Matteo Fontana abbiamo iniziato a lavorare ad un soggetto di lungometraggio due anni fa. Poi purtroppo il progetto non è partito e, quando si è presentata la possibilità di fare una docu-fiction, abbiamo recuperato alcune di quelle idee.
In breve è la storia di una giornalista francese che,  giunta a Milano per fare un reportage sull’Expo, si smarrisce nel seguire le tracce lasciate da Leonardo nel sottosuolo della città.
Purtroppo anche qui problemi di budget hanno reso molto difficile portare a termine il lavoro.
Ce l’abbiamo comunque fatta.


T: Com’è stato lavorare con Alessandro Haber?

AF: Bello. Bellissimo. Ho imparato molto da lui. E’un artista di talento, un vero attore cinematografico: ha i tempi giusti, i movimenti giusti, una grande tecnica vocale. Conosce veramente tutti i trucchi per “bucare” lo schermo, per dare presenza al suo personaggio. Ci vorrebbe un libro solo per descrivere questo…


T: Dove è stata presentata la docu-fiction, e quali saranno le prossime tappe della sua circolazione?

AF: C’è stata un’anteprima al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia qui a Milano. Poi una proiezione aperta al pubblico al cinema Apollo. Adesso girerà un po’ per i festival, primo appuntamento le Giornate della Cultura, a maggio, della Biblioteca Ambrosiana.


T: Cosa pensi del “genere” docu-fiction, che sembra stare prendendo piede (vedi “Sbirri” con Raul Bova, appena uscito…)?

AF: E’ un ibrido interessante, ma bisogna fare attenzione a progettarlo molto bene, altrimenti rischi che la salsa impazzisca e ti trovi l’uovo separato dall’olio. Ma non esiste una ricetta unica: ogni docu-fiction richiede una soluzione a parte.


T: Hai realizzato anche cortometraggi o altri lavori che hanno avuto minore circolazione?

AF: Ho realizzato due cortometraggi, qualche video, qualche promo per vivere… Attualmente sto lavorando a tre documentari autoprodotti: voglio essere libero di sperimentare  soluzioni nuove, anche a costo di sbagliare…


T: Progetti per il futuro?

AF: Di sicuro un lungometraggio: ho già un paio di soggetti pronti. A.A.A. Produttore cercasi!


T: Secondo te cosa deve fare un regista in Italia per affermarsi? Come vedi la realtà produttiva italiana?

AF: Per affermarsi bisogna fare un buon film, quindi la domanda è: come fa un regista a fare un buon film? Bisogna essere bravi e avere una buona produzione. Per diventare bravi bisogna lavorare sodo quindi: fare, fare, fare! Ma trovare una buona produzione non è facile. Purtroppo i produttori italiani danno troppo poco retta ai nuovi autori e di solito si concentrano su quelli già affermati, per non rischiare troppo… O forse semplicemente  non hanno voglia di prenderti veramente sul serio.
E’ una scelta miope che ha portato il cinema italiano al collasso: morti i grandi come Antonioni e Fellini, è rimasto il vuoto. Abbiamo qualche buon autore ma non siamo più ai vertici del cinema mondiale come un tempo. Basta vedere i festival più importanti dove i film italiani sono pochi e non vanno molto lontano.


T: Per concludere, scusa la curiosità un po’ infantile, ma… qual è il tuo film preferito?

AF: Posso dirti il film che ho visto di più: è sicuramente “Barry Lyndon”. L’ho trascritto tutto. L’ho analizzato scena per scena, inquadratura per inquadratura, un lavoro maniacale che ha dato però i suoi frutti. Il film che invece più mi ha emozionato è “L’eclisse” di Antonioni con la sua fantastica sequenza finale: è stata una rivelazione quasi mistica per me.


T: E, sapendo che sei anche un ottimo cuoco e un grande esperto di cucina… il tuo piatto preferito?

AF: Beh, mi piace veramente mangiare bene e di tutto. Bisogna cambiare spesso piatto, altrimenti il gusto si stanca. Ma ti posso dire quando provai un’emozione grandissima nel mangiare qualcosa: un piatto di tortellini in brodo fatti a mano da mia nonna. Erano così buoni che mi vennero le lacrime agli occhi!


T: E allora a questo punto devi dircelo: in che misura si possono accostare un grande film e un grande piatto? Dopo musica e cinema, ecco cinema e cucina…! Sei l’uomo dei binomi!

AF: Peter Kubelka, di cui una volta ho seguito una conferenza qui a Milano, è convinto che l’arte e la scienza nascono dalla pulsione dell’uomo a mangiare. Di sicuro fare un buon film richiede conoscenza di tutti gli ingredienti che si usano e molta abilità nel cucinarli. E conoscere la realtà significa soprattutto nutrirsene…


T: Grazie infinite, Andrea, e buon lavoro! 

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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Commenti [2 commenti]

Io ho visto la docufiction all'Apollo a Milano. Mi è sembrato un lavoro un po' esile anche se interessante, cioè...dura solo 40 minuti però! Non si poteva farlo più disteso, perchè mi sembra che certe tematiche siano state trattate troppo in fretta. Comunque complimenti per l'idea e per lo sforzo.

Camillo | 20.05.2009  11:01 

Andrea Fantasia è un bravissimo artista oltreché un caro amico. Sono onorato di avere partecipato in veste di sceneggiatore al suo ultimo e più ambizioso progetto. Ebbene sì: il Matteo Fontana menzionato nell'intervista sono proprio io. Ho preferito lasciare il mio nome in terza persona in modo da garantire eventualmente una maggior portabilità dell'intervista in rete.

Matteo Fontana | 05.05.2009  11:45 

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