Tapirelax
23.06.2009
IL MIX
Autore: Robirobi

Il dottore iniziò a scrivere sul ricettario e parlò con il tono di un fratello. “Lei non deve bere così tanto”.
“Solo un cicchetto alla sera, dottore”.
“E dice poco? Quella roba è veleno. E poi, il vino?”.
“Solo una bottiglia al giorno”.
“Appunto. La sommi al cicchetto”.
“Ma è una bottiglia da tre quarti, mica il bottiglione da un litro e mezzo”.
Il dottore smise di scrivere, i suoi occhi strabici inchiodarono il paziente alle sue responsabilità. “Io le dico, poi veda un po’ lei”.
“Le prometto che dimezzerò le dosi”.
“Anche perchè, se dopo cena si fa sempre uno spinello...”.
Oreste, risentito: “Gli spinelli non fanno male, è assodato”.
“Sarà come dice lei, ma se comincia a sommare gli spinelli e il cicchetto e il vino e il sigaro toscano della domenica e la coca...”.
“La coca solo per Natale. E’ il regalo di mio zio. Cosa faccio, rifiuto i regali?”.
“Non è il discorso del Natale o della domenica. E’ il mix che conta, mi capisce?”.
Oreste guardò per terra. “Penso di sì...”.
“Bravo. Ora comperi queste medicine – gli disse il dottore consegnandogli la ricetta – e se vuole guarire le prenda, non faccia il furbo. Vedrà che tornerà un altro, e quando ci incontreremo la prossima volta mi dirà: dottore, aveva ragione”.
“Io lo dico fin da adesso, dottore, ed anzi appena fuori di qui mi metto d’impegno. Un altro uomo, ci può scommettere”.
Oreste si fiondò nella prima farmacia, comperò un borsa di medicine, le mangiò insieme al pranzo, poi iniziò il turno del pomeriggio. “Sarò un altro uomo – si ripeteva – già lo sento, ha ragione il dottore, uno non può esagerare per una vita”.
Il capo reparto lo accolse con un sorriso. Era una giornata positiva. “Reparto Z” disse il capo.
Oreste accostò la mano a coppa all’orecchio. “Eh?”.
“Zeta come Zorro, che sei sordo?”.
“Non è il mio reparto, perché proprio io?”.
“L’ho deciso io”.
Oreste salì sul caro ponte a quindici metri da terra. Anche con le cuffie e i tappi nelle orecchie il rumore dei motori e delle seghe entrava nel cervello e lo grattugiava come parmigiano. Oreste guardando giù cercava di pensare a campi di margherite, perchè quando l’avevano preso gli avevano chiesto se soffrisse di vertigini e lui: certo che no! Però soffriva eccome, e invece dei campi di margherite, sospeso sulla bocca della fornace, vedeva le fiamme dell’inferno. La polvere di metallo nei polmoni non era così terribile, dopotutto, non fosse stato per quei rumori, i maledetti rumori a frequenze simili, che cozzavano con sibili di lamenti tombali. “Chissà come sono i lamenti dei morti” pensò Oreste e dimenticò tutto finchè nella radio uscì la voce del diavolo in persona. “Idiota, occhio alla colata!”. Quanti gradi c’erano? Dove erano finiti i campi di margherite? Bruciati in un amen. Oreste provò a cantare, le parole si pressavano all’interno della bocca e gli sembrava che ne uscissero fischi, suoni, stridii, note laceranti e impossibili. Le vibrazioni delle macchine raggiungevano la cassa toracica, raccoglievano i suoni penetranti e li spandevano per le volute del cranio come fiori di fuochi d’artificio. Oreste percepì il benessere del riposo davanti al camino e gli sfuggì un sorriso. Sorvolò le colate – o erano vulcani in eruzione? – e cercò il cielo. Cielo plumbeo – o eternit? – in ogni caso sorvolare il luogo di lavoro ora era piacevole come un viaggio senza meta. Ed ecco le creste dei monti, gli amici che scalavano le cime, fiduciosi, ecco i fumi delle nebbie levarsi mozzando a tratti il fiato. La violenza dei suoni era dolce come una culla appena abbandonata.
La radio della torre di controllò gracchiò: “Giù di lì, idiota!”.
Oreste planò e si presentò sorridente al suo capo. “Che c’è?”.
“Vai a darti una sciacquata e fumati una sigaretta. Che cazzo facevi là sopra, eh? Ti fai ancora di quella roba? Non siamo più disposti a tollerarti, questo lo sai bene, vero?”.
Oreste si sentì superiore a quell’ometto rimasto solo come un cane, e poi nemmeno i cani cercavano più la sua compagnia. Puzzava di passato sepolto, pover’uomo. A Oreste venne voglia di abbracciarlo forte e di consolarlo, magari di portarlo con sé su per i monti.
Nel bagno si udiva solo il lamento dello sciacquone. Oreste fumò la sua sigaretta e pensò come sarebbe stato bello fuggire lontano, in un altro mondo o in un’altra vita, rinascere e cominciare tutto daccapo. Senza essere per forza re, si poteva forse stare meglio, no? In un’altra vita, no? Era chiedere troppo? Dio non era lì per quello, per dare altre occasioni? “Vieni, Dio, vieni adesso, se ci sei” disse sparando il getto dorato contro la porcellana.
“Eccomi” rispose Adeodato aprendo la patta, mentre si posizionava accanto.
“Tu non sei Dio” disse Oreste, guardando su in alto. Sembrava che Adeodato crescesse di giorno in giorno, nonostante i suoi due e passa metri.
“Ti devi accontentare di quello che passa il convento” disse Adeodato.
Oreste invidiando i suoi denti bianchi tornò sopra il carro ponte e pensò ai dentisti. Ecco, Dio avrebbe dovuto farlo rinascere dentista. Un bel lavoro privo di capireparto, una Ferrari in garage, un paio di assistenti per allietare lo studio ovale. Appesi ai muri, primissimi piani di bocche urlanti di dolore. Il frastuono accese un lampo nel cervello, Oreste tornò a sorvolare le cime. “Aviatore, voglio diventare aviatore – pensò – magari non rinasco dentista, però posso prendere il patentino di aviatore in questa vita, volare nei cieli e cagare sopra l’azienda dal buco di un biplano”.
I rumori presero Oreste e lo portarono lontano, dove le delusioni della vita cedevano il posto alla pace. Così, quando il capo lo afferrò per il bavero a fine turno e gli rinfacciò di avere quasi ammazzato uno durante le manovre, Oreste non potè far altro che sorridere.
“Sospeso! Sei sospeso!”.
Oreste uscì, inforcò la moto ed entrò nella nebbia e poi alla prima curva in un fosso pieno d’acqua e il motore fece popof e poi si spense forse per sempre. Oreste aveva il dito mignolo rotto e nemmeno lo sapeva.
Il dottore gli disse: “L’ho detto che i mix sono micidiali”.
“A me sembrava di stare bene”.
“Dicono tutti così, quando prendono la roba”.
Oreste rimase a casa in punizione, senza bere né fumare, senza rumori e odori di fabbrica e a parte i soldi che erano finiti non si era mai sentito così bene. “Se solo avessi un’altra possibilità – pensò – se avessi un’altra vita, solo un’altra vita”. Ed era sicuro che non fosse così difficile, occorreva appena un po’ di coraggio.   

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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