Tapirelax
22.07.2009
ECHI DI CELLULOIDE - 8
'Fitzcarraldo'
Autore: Matteo Fontana

«FITZCARRALDO»
ovvero: "il cinema come volontà e rappresentazione"


Lungi da me considerare “Fitzcarraldo” (1982) come il miglior film di quel grande e visionario regista che è Werner Herzog. “Fitzcarraldo” è un film denso ma squilibrato, affascinante ma informe, privo di una vera e propria trama e soprattutto privo di un finale, ovvero: privo di una direzione.
La asciuttezza narrativa di “Aguirre, furore di Dio” (Aguirre, der Zorn Gottes, 1972) è lontana, come anche la inesorabile precisione stilistica di “L’enigma di Kaspar Hauser” (Jeder für sich und Gott gegen Alle, 1974). “Fitzcarraldo”, più che aderire al suo personaggio, aderisce all’impresa – produttiva e dunque “fisica” – di portare una nave su per una montagna. Il film è questo: è la sua stessa storia produttiva e realizzativa.
L’impresa di Brian Sweeney Fitzgerald detto Fitzcarraldo è l’impresa di Werner Herzog, mai come in questo caso regista e personaggio finiscono per combaciare e confondersi, specchiandosi l’uno nell’altro (non a caso, per interpretare Fitzcarraldo Herzog finì per rivolgersi, dopo molte vicissitudini, al suo attore-feticcio Klaus Kinski).
Nel suo diario di lavorazione, Werner scrive cose molto belle circa l’immensa fatica spesa per il film, e circa la sua incredibile capacità di tenere duro dopo ogni avversità, persino quando si è trattato di ricominciare le riprese daccapo cambiando gli attori: “La domanda a cui tutti volevano una risposta era se avrei avuto il coraggio o la forza di ricominciare tutto daccapo. Risposi di sì, perché altrimenti sarei stato un uomo che non aveva più sogni, e senza sogni non volevo vivere.” (La conquista dell’inutile, Mondadori 2007).
Dichiarazione commovente, che riecheggia in pieno la celebre frase di Molly (Claudia Cardinale) nel film: “Chi sogna può spostare le montagne”. Ed è impossibile non pensare, altresì, alla “dichiarazione d’intenti” di Fitzcarraldo, davanti ai gretti e increduli baroni del caucciù di Iquitos: “Quanto è vero che vi sto davanti, io un giorno porterò la grande opera nella giungla! Io sono in maggioranza! Io sono i miliardi! Io sono il teatro nella foresta! Sono l’inventore del caucciù!”
Già, perché lo scopo idealistico di Brian Sweeney Fitzgerald è costruire, coi proventi del caucciù, un grande teatro d’opera a Iquitos. Siamo ai primi del ’900, da poco è stato costruito il famoso teatro di Manaus, che in quegli anni era la più florida e ricca città dell’Amazzonia. L’avventuriero Fitzcarraldo – come il regista avventato e avventuroso Werner Herzog – non dà valore ai soldi, se non nella misura in cui essi possono consentirgli di realizzare i suoi sogni visionari. Come Herzog spende a piene mani, indebitandosi anche personalmente, per portare a temine un film la cui lavorazione dura da tre anni, così Fitzcarraldo vuole costruire un passaggio sulla montagna per la sua nave, vuole aprire una nuova via del caucciù, arricchirsi e regalare ad Iquitos il sogno di Enrico Caruso e dell’Opera lirica.
Un’impresa titanica. “Al conquistatore delle cose inutili”, è il brindisi che i baroni del caucciù offrono a Fitzcarraldo, schernendolo.

Il film, come già dicevo, non è perfetto. Contemplativo e magniloquente, visivamente sontuoso, non è però narrativamente bilanciato, al punto che il senso dell’impresa di Fitzcarraldo risulta sfuggente, e a tratti si perde del tutto. Proprio come, in una osmosi tra film e lavorazione, si perde il senso dell’operazione herzoghiana, con la sua ostinazione a non voler ricorrere ad effetti speciali o a riprese in studio. Il punto è proprio questo: il cinema di Werner Herzog perde senso se non è, prima di tutto, ESPERIENZA. Da qui, il titolo schopenaueriano di questo articoletto: il cinema è VOLONTA’ (di Herzog come di Fitzcarraldo) e RAPPRESENTAZIONE (della medesima volontà che lo anima, “incarnata” nella celeberrima immagine della nave che scala la montagna).
“Fitzcarraldo”, per così dire, si esaurisce in questa duplice essenza.
Si pone, però, a proposito di questo film “estremo”, una interessantissima questione critica: “Fitzcarraldo” è un film ontologicamente errato? Ovvero: l’accostamento necessario tra l’impresa narrata (nel film) e l’impresa realizzata (nella lavorazione) non finisce per mostrare la corda?
Infatti, per definizione, tutto ciò che è cinematografico è anche, in una certa misura, artefatto, e Herzog – viceversa – per dare corpo e sostanza al suo film (e alla sua visione, come anche a quella del suo personaggio) ha assolutamente bisogno della VERITA’ dell’impresa.
In altre parole: quanto si può e quanto si deve credere alla verità dell’impresa compiuta?
Scrive Alain Bergala: “Quando il battello è in procinto di infrangersi tra le rapide, ci si convince che la situazione è davvero pericolosa, nel reale. Ma se così fosse non ci sarebbe nessuno in grado di occuparsi con tanta tranquillità delle riprese, da una molteplicità di angolazioni. Quando invece il battello sale sulla cima della montagna, non si può non pensare che si tratti di una simulazione, mentre i reali meccanismi che trascinano il battello ci sono abilmente nascosti.” (Cahiers du Cinema, n. 338, luglio/agosto 1982).
Bergala ha il merito di rivelare, con la sua critica “baziniana”, la doppia natura del film: cinematografica (il racconto dell’avventura di un personaggio) ed extra-cinematografica, o documentaristica (la nave che realmente scala la montagna). Su queste basi, non c’è dubbio che “Fitzcarraldo” sia un film ambiguo, persino imperfetto.
Ma il difetto ontologico di cui parla il critico francese non esiste, a mio modo di vedere, perché la storia realizzativa del film (tre anni di lavorazione nel cuore dell’Amazzonia, tra attacchi di tribù ostili, guai burocratici con Perù ed Ecuador, finanziamenti a singhiozzo e attori sostituiti più volte in corso d’opera) dimostra la pervicacia di Herzog nel compiere realmente l’impresa che è alla base dell’opera. Come dire: Herzog e la sua troupe, con l’aiuto degli indios Campas, hanno veramente trainato la nave sulla montagna! E poco importa che alcuni ingegneri brasiliani, muovendosi nel territorio grigio del profilmico, abbiano pianificato il modo e magari predisposto un po’ di trucchi. La nave vera salì veramente la montagna (che fu disboscata e spianata, e che arrivava a picchi di pendenza del 40%!). Questo è il dato di fatto attorno al quale Herzog ha costruito la sua rappresentazione cinematografica, resistendo strenuamente alle proposte di chi gli suggeriva di trasferire in studio le riprese della nave sulla montagna. Si può dire che in “Fitzcarraldo” tutti abbiano recitato e lavorato al servizio del sogno della nave sulla montagna, già preconizzato, non a caso, nel precedente “Aguirre, furore di Dio”, girato quasi negli stessi luoghi.

Che il doppio statuto ontologico del film, come volontà e rappresentazione, fosse chiaro a Herzog, è dimostrato anche dalla scena d’apertura, al teatro dell’Opera di Manaus, dove si sta rappresentando (la scelta del verbo non è casuale!) l’Ernani. La natura artificiosa del teatro e dell’opera fanno immediatamente da contraltare alla veridicità di cui va in cerca Herzog, e coesistono nello schizofrenico personaggio del protagonista, Fitzcarraldo, colui che vuole tanto trascinare una nave su una montagna (idea concreta, concretissima!) quanto portare l’Opera nel cuore dell’Amazzonia (idea astratta e “inutile” quant’altre mai!).
Ora, siccome nella prima scena si vede Fitzcarraldo arrivare in barca a Manaus da Iquitos dopo aver remato per 1000 chilometri lungo il Rio delle Amazzoni, seguendo il ragionamento di Bergala, il povero Kinski avrebbe dovuto remare VERAMENTE per 1000 chilometri, pena il decadimento dello statuto ontologico del film!
Ovvio che ciò sia assurdo. Fare un film vuol dire sempre, in una certa misura, mentire, o barare. In un’opera cinematografica, la finzione non è eliminabile. L’ambiguità di “Fitzcarraldo” si gioca tutta sul dosaggio dei due elementi, finzione e verità, che il regista giostra e mette in scena.
Herzog ha sostanzialmente FATTO ciò che ha FILMATO, senza utilizzare modelli in scala o riprese in ambienti controllabili. Come spesso nel suo cinema, si assiste così ad un trasferimento del filmico sul profilmico, ovvero della materia del racconto sui mezzi coi quali esso viene ricostruito e filmato. Il film si fa esperienza.
Herzog dà l’impressione di aver capito perfettamente, già in corso d’opera, quali erano i rischi a cui il suo film si esponeva. O meglio, qual era il rischio principale: quello di non essere creduto, di essere messo sotto scacco proprio dal punto di vista ontologico.
C’è una scena, verso la fine, che lo dimostra, quando Fitzcarraldo racconta a don Aquilino la storia dello scopritore delle Niagara Falls, cui sulle prime nessuno credette: “Dove sono le prove?”, gli chiesero. “La prova è nei miei occhi” fu la risposta. E viene in mente, a questo punto, l’immagine-emblema del film, quella in cui Kinski nel suo abito bianco, ripreso di spalle, OSSERVA la nave che, inclinata in modo del tutto innaturale, contro ogni legge della fisica, percorre la montagna verso l’alto. Inquadratura magniloquente e grandiosa: Fitzcarraldo stampa nei propri occhi l’unica prova di cui dispone. Come Herzog, sa che ne avrà bisogno, perché l’impresa sarà messa in dubbio, come il film.
E allora – per il personaggio come anche per il suo regista – sarà forse meglio rinunciare a qualunque ambizione pratica e votarsi al successo ideale, astratto… Alla “conquista dell’inutile”, all’affermazione della propria incrollabile volontà, appunto, quella volontà che porta Fitzcarraldo ad “accontentarsi” di fare ritorno a Iquitos con orchestra e attori dell’Opera, in onore della sua amata Molly, ed Herzog a terminare il suo film dopo tre anni di fatica nella giungla.
Se il personaggio sia rappresentazione del regista, o viceversa, a questo punto non importa più. L’ambiguità – e con essa il fascino “mitologico” del film – è ormai istituita.

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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Commenti [3 commenti]

Mi permetto di dissentire sul fatto che Werner Herzog faccia film "casuali". L'aggettivo mi pare quantomeno improprio. Sull'odio per Herzog stesso e per "Fitzcarraldo" non dico nulla, mi limito ad osservare che forse "odiare" è eccessivo... Anche perchè non mi risulta che Herzog costringa nessuno a guardare o incensare i suoi film... In generale, non saprei come commentare la tua annotazione sulla casualità. L'unica cosa che posso dire è questa: Herzog ammette nel suo cinema una quantità di improvvisazione superiore alla media. Il che differenzia il suo cinema da ogni altro cinema, in primis da quello iper-organizzato (e per certi versi splendido, intendiamoci!) di Hollywood e dintorni. A me pare un punto di originalità, poi sul piacere personale nel guardare i film non mi esprimo di certo... Un saluto!

Matteo

Matteo | 04.08.2009  00:18 

Odio Fitzcarraldo e odio Herzog! Fa film casuali, non è cinema questo!

Dado | 31.07.2009  11:19 

Bellissimo articolo, su uno dei film più affascinanti che ho mai visto, anche se è vero che non è un film perfetto. Segnalo che c'è un documentario molto bello che si intitola "Burden of Dreams" (regia di Les Blank) proprio sulle riprese di "Fitzcarraldo". Complimenti comunque per il buon livello della sezione cinema del sito.

Fritz | 29.07.2009  15:38 

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