Tapirelax
29.07.2009
IL MERLO DI SANTA ANALFABETA
prima parte
Autore: Toni da Castropera

Racconto secondo classificato al Premio Letterario "Poggio dei Pini" edizione 2008; segnalato nel Concorso letterario "Montaldo Dora" edizione 2008.


La salita di buon mattino per il tratturo che conduceva all’abbazia di Castropera era accompagnata dai vapori della nebbia. Un uomo avvolto in un mantello lercio e nauseabondo si inerpicava sul sentiero.  Due scarponi con le suole scollate dalle tomaie sul davanti arrancavano nell’ascesa come coccodrilli che sguazzano con le fauci aperte nel fango acquitrinoso di uno stagno. Sormontava la figura un basco nero calzato come un coperchio su di una pentola in ebollizione. Così appariva la testa ispida dell’uomo accaldata dallo sforzo dell’ascesa. La bruma confortava l’andatura del viandante in un epoca in cui lupi e briganti scorazzavano più numerosi dei galantuomini. Era il tempo in cui il secolo dell’unificazione d’Italia volgeva al termine.
L’uomo arrivò ansimante alla porta del convento. Percosse dieci volte il batacchio prima che il padre guardiano gli aprisse  il portello d’ispezione.
“Figliolo viviamo di elemosina – esordì il frate prima ancora che l’uomo aprisse bocca – non abbiamo niente da darti se non il conforto della nostra preghiera…”.
Ma l’uomo: “No padre!  Non vengo per postulare elemosina, ma per comprare armenti. Mercante di pecore  sono”.
Il vecchio padre guardiano lo scrutò da capo a piedi con occhio sospetto prima di rispondere :  “Aspettate !  Chiamerò il priore. E’ lui che si occupa degli affari”.  Il portello si richiuse il tempo dell’agonia di una pecora sgozzata per poi aprirsi davanti allo sguardo indagatore e torvo del superiore. Un cenno del priore e i battenti  della porta si aprirono con stridulo cigolio dei cardini e attrito degli zoccoli sui lastroni litici della pavimentazione.
“Peppe Papagna da Cantone sono e compro greggi”  - così si presentò l’uomo dopo aver varcato la soglia del convento accompagnato da tutto il tanfo pestilente che si portava addosso.
Il priore titubante, mise le mani avanti : “Io sono Fra’ Leonardo… Abbiamo pecore da vendere ma di questi tempi non siamo usi far credenza”.
Il mercante lo rassicurò : “Avete ragione padre. Non è certo più tempo di far credito a chicchessia. Né tanto meno è il caso di farlo al primo cafone che bussa alla vostra porta”.  Nel mentre l’uomo parlava,  aprì il mantello mostrando i suoi pantaloni tanto laidi da mantenersi in piedi da soli. Dopo aver slacciato lo spago che li teneva in vita, l’uomo affondò la mano nella patta. L’arto riemerse con un  voluminoso pacco ravvolto in un fazzoletto annodato tra i suoi lembi opposti. Ne mostrò il contenuto: un pesante mazzo di banconote. Il fruscio di quella carta allontanò dalle narici del frate ogni fetore.
“Venite buon uomo… – proruppe ammiccante il priore dopo aver dato una pacca sulla spalla del mercante - Vi accompagno ai nostri ovili… Qui troverete i migliori capi del circondario”.
Il religioso non aveva torto. “Preghiera e lavoro” fu la regola che l’ordine dei monaci dell’abbazia si erano dati.  Di quella regola i buoni frati di Castropera ne avevano fatto tesoro… E non solo spirituale. I magazzini del convento erano diventati forzieri tracimanti di ogni ben di Dio. 
Si incamminarono e il frate sfoderò la sua fine parlantina da imbonitore. Aveva un naso lungo, sottile e leggermente adunco come il becco di una cornacchia. Gli occhi neri in un taglio orientale che guizzavano repentini come le occhiate di una gazza. Il fisico era snello - nonostante l’età ormai avanzata - ma l’andatura era goffa. Faceva passi lunghi e svelti. Il suo incedere era simile a quello di un corvo con il becco spalancato quando,  pregustando un pasto, adocchia un verme che affiora dal terreno. Il mercante lo ascoltava in silenzio. A volte assentiva con qualche verso più simile ad un grugnito che non ad una emissione vocale. Ma più spesso appariva distratto da qualche prurigine che lo assaliva inducendolo a grattarsi con veemenza sugli indumenti che gli coprivano le natiche . 
Giunti all’ovile, il commerciante ispezionò i capi. Ne accarezzò il vello. Ne tastò le mammelle. Ne controllò gli unghielli. Dopo, ne chiese il prezzo.
“Ottanta lire cadauna – rispose il frate.
“Un prezzo esagerato – replicò il Papagna – non vi  posso offrire più di 40 lire a capo”.
Il priore aguzzò gli occhi per una offerta che appariva già un affare. Attese prima di rispondere. In quell’istante i suoi pensieri andarono a Fra’ Crescenzio e a Fra’ Erminio che la settimana precedente avevano venduto un gregge  alla fiera di Ognissanti di Valenzano.  “Che imbecilli - pensò il priore - Hanno svenduto 50 pecore a 30 lire l’una, e ora questo bifolco ce ne offre 40 in partenza”.  
“Costano troppo” – ripeteva farfugliando il Papagna.
Il frate subodorò i cenni di desistenza dell’acquirente e temendo che le trattative stessero per interrompersi, rilanciò: “Buon uomo, voglio incoraggiarvi per i nostri futuri rapporti… Sessanta lire… Dateci 60 lire a pecora e il gregge è vostro”. 
Il mercante scuoteva la testa. Poi, tutto ad un tratto,  proferì la sua controproposta: “Cinquanta lire! Non una lire in più. Prendere o lasciare!”
Fra’ Leonardo sorrise. Porse la mano. L’affare fu concluso.
I frati del convento non stavano nella pelle per la convenienza del contratto. Ma, mentre si organizzavano per l’uscita del gregge dall’ovile, il Papagna tradì qualche tentennamento. Il suo sguardo somatizzava un cipiglio di diffidenza contadina su un volto dipinto di pudico imbarazzo. Il compratore diede fiato ai pensieri che lo inquietavano: “Scusate Padre, Voi siete un uomo tanto santo quanto io sono cafone, ma, purtroppo, io non so né di lettere,  né di conti, né so riconoscere il valore delle banconote.  Non prendetela come mancanza di fiducia nei vostri confronti, ma voglio essere sicuro di non sbagliare. Vi  darò una banconota da 50 lire ogni volta che uscirà una pecora dal vostro ovile”. Il priore annuì. Del resto l’incommensurabile grado di ignoranza palesato dall’uomo era perfettamente consono con le sue parvenze bestiali.  
Tutto era pronto per il trasferimento. Uscì dal recinto il primo capo. Papagna sfilò la prima banconota e la porse al priore. Il monaco non credette ai suoi occhi. Il compratore gli aveva consegnato una banconota  da 100 lire, anziché da 50. “Questo babbeo i soldi non li conosce per davvero” – disse a se stesso il religioso.  Un lampo  di avida cupidigia lo abbagliò. Fra Leonardo si guardò intorno con circospezione verificando che nessuno dei confratelli avesse notato l’errore del Papagna. Intanto, una seconda pecora uscì dall’ovile, e il mercante sfilò una seconda banconota da 100. Questa volta, il priore  affiancò lentamente il proprio saio al mantello del mercante inducendolo a posizionarsi di spalle agli altri monaci in maniera che questi ultimi non vedessero il denaro che gli veniva consegnato. Terza pecora, ancora una cento lire, e così via.  I pensieri del perfido monaco andarono lontano. Pensò alle sue amate nipoti, figlie di suo fratello, ormai in età da marito, e quindi bisognose di una dote dignitosa … Richiamò alla mente, Marietta, la moglie del guardiano della porcilaia situata a valle del convento, sempre più esigente negli ultimi tempi allorquando le chiedeva di stirargli il cordone. I pensieri del frate,  intenti a cavalcare le nuvole, lasciarono in libertà le sue mani che continuarono frettolosamente ad imboscare, una ad una, le banconote consegnate nelle capienti tasche ritagliate nelle pieghe della tonaca. 
Al termine del trasferimento, il mercante pagò così 120 pecore con 120 banconote da cento lire, anziché da cinquanta come pattuito. Prima di andar via, il Papagna - che sebbene ignorante, proprio stupido non doveva esserlo – chiese al priore di rilasciargli una ricevuta: “Sa, padre, non sono tempi facili per noi cafoni. Siamo tutti sospettati di essere briganti. Devo pur giustificare che il possesso di questo gregge non è bottino di razzia ma frutto di legale acquisto”. 
Il priore non esitò un istante. Prese carta, calamaio, e penna e scrisse la ricevuta richiesta: “Io sottoscritto Frà Leonardo Furbetti, Priore dell’abbazia di Castropera, ho venduto 120  pecore al Sig. Giuseppe Papagna da Cantone, ivi dimorante alla Via Santa Analfabeta, n.13 per un corrispettivo di Lire seimila…” Il quell’istante l’intrigante monaco si rappresentò il pericolo che il commerciante, prima o dopo, si sarebbe potuto avvedere dell’errore commesso  nel pagamento e avrebbe reclamato quanto pagato in eccesso. Escogitò di integrare la ricevuta in modo da dissimulare la realtà. All’uopo, in prosecuzione di dichiarazione scrisse : “…Che mi è stato interamente versato a mezzo di 120 banconote da Lire cinquanta”. Infine, data e firma.. Fatto questo, il priore era sicuro di farla franca. “Del resto – pensò tra sé – chi potrebbe mai mettere in dubbio la mia parola per dare credito ad un cotale immondo buzzurro”.

(continua...)

TONI DA CASTROPERA [avv.vitonicassio@virgilio.it]

 

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