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Tapirelax
21.12.2009
MUSIC CORNER - 24
Una puntata di Tom & Jerry
Autore: UfJ

Yes, we Cage 22/10/2009 - Parma, Casa della Musica

All’improvviso mi trovo tra le dita questo pomeriggio. Non che io sia contrario ai pomeriggi di cazzeggio. Per carità. Solo che all’ultimo momento... così... Che disdetta. Saperlo prima avrei potuto organizzarmi un po’, no? Crearmi un cazzeggio studiato, ecco. Un cazzeggio d’autore.
Poi, chissà come, mi ricordo della giornata dedicata a John Cage. E’ proprio oggi. Conosco Cage, sì, ma  soltanto perché Zappa lo annoverava tra i suoi maestri.
“Daisy vieni?” “Cos’è?” “Che ti frega? Vieni o no?” “Ma certo. Arrivo”. Figurati. Quella, per cazzeggiare...
Due concerti presso la Casa della Musica: uno al pomeriggio e l’altro di sera. Imaginary landscapes 1-5 e, più tardi, una delle opere più significative del compositore: Sixteen dances.
La sala è gremita. Qualche vecchio bacucco e tanti giovani “Ce n’è di gente che non ha un accidente da fare”, dico a Daisy. Fa un sorriso circostanziale e va avanti a leggersi la brochure.
Sul palco la strumentazione è lussurreggiante: due piatti per vinili, una grancassa, numerose percussioni di ogni specie e dimensione, un pianoforte, tubi di metallo, lastre di lamiera, una molla di ferro e, in primo piano, tre set percussivi di barattoli di latta. Entra il direttore d’orchestra. Applausi. Un inchino solenne. Parte l’esecuzione di Imaginary landscapes 1: composizione acustica per due giradischi a velocità variabile, dischi con regisrazioni di frequenze, pianoforte preparato e piatto sospeso.
E ora tocca a me. Intendo: nella finzione di questa recensione.
Come dite? Che non so cantare? Che sono stonato? Ah, sì? E allora vedrete. Vedrete di cosa sono capace.
Hehhm huhmm. Cough cough.
Inspiro.
Vai.
Uooooooou uiiiiuooooooou uiiiiiiiiiiii uououoooou. (Questo è il giradischi. L’esecutore sta muovendo la manetta della velocità. Il vinile riproduce un tono puro ma la frequenza cambia con la velocità di rotazione del piatto.)
Uooooou uiiiii chruuoooo chruiii chrchrchruooochruiiiiiiiiiiii. (Il tizio sta ora alzando e abbassando la puntina col dito.)
Pliac pliac pliac plioc plioc pliuuuuc. (Entra il “piano preparato”. La pianista muove la testa su e giù, all’inseguimento di una concentrazione che ronza intorno, ma sfugge.)
Uooooou uiiiii chruuoooo. Chrchrchr. Pliac pliac plioc pliuuuuc. Chrchrchruiiiiii.
Shshshshshshshshshshsh. (Questo è il piatto sospeso.)
(Il ragazzino di fianco a me è prono in avanti, le mani sulla nuca come se gli avessero rubato le orecchie. Shhhh, fate piano. Non deconcentratelo.)
Uooooou uiiiii chruuoooo. Chrchrchr. Pliac pliac plioc pliuuuuc. Chrchrchruiiiiii. Shshshshshshshshshshsh. Uooooooou uiiiiuooooooou. Shshshshsh. Pliac plioc pliuuuucchrchrchrchrshshshshshs. Uiiiiiiiiiii uiiiiiiii pliacpliac plioc uiiiichrchrpliuuuuc.
(Il direttore d’orchestra è di spalle e muove le braccia nell’aria solfeggiando mosconi. Una goccia di sudore gli riga lo zigomo.)
Uooooou uiiiii chrshshshshhhh pliac pliac plioc uuuuuuou shshshshsh.
(Il direttore fa un grande respiro. Allarga le braccia a mo’ di polena e guarda in alto con le palle degli occhi come a scongiurare cacate di gabbiano. I ragazzi sul palco chinano il capo e trattengono il fiato. Poi il direttore abbassa le braccia e tutti buttano fuori l’aria. L’esecuzione è finita. Applausi.)
E allora? Come me la sono cavata? Dite, dite.
Imaginary landscapes 2 e 3 riprendono le sonorità della prima composizione. Stessa strumentazione, con l’innesto di un fracassoso trittico di barattoli che fanno grosso modo così: rattecleclatecleclattecleclat rattecleclatteclatteclatteclat. Rattecheclat.
Per il quarto episodio ci spostiamo nell’adiacente Casa del suono. Al centro della sala, ventiquattro musicisti suonano dodici radioline portatili, due per ciascuna: uno il volume e l’altro la manetta delle frequenze (vedi foto). Il direttore d’orchestra solfeggia e imbecca di volta in volta quest’uno o quell’altro. I ragazzi alzano e abbassano il volume eseguendo crescendi, piani, forti, glissati, muovono la manetta delle frequenze avanti e indietro, seguendo scrupolosamente lo spartito. Mi sono anche avvicinato a guardarlo, lo spartito. Ero troppo curioso.
L’esecuzione dura parecchi minuti. Non voglio annoiarvi. Vi canterò un breve estratto. Il ritornello.
Fzzzzzzzz-fzzzzz-fz-fz-fz-CONNOISUICENTOQUATTROMEGAERZ-fzzziuuzhzhzhzcchchchc- MEDICIDENTISTI-chchcffzzzzzszszs-tztztztzscccchchc-VERGINREEDIÒ-fzfzfzchchc-parapapparapaaa-zzzzzzt-UNAVIIITADAAAAMEDIANOUUU.
Il quinto "landscape" è più o meno la stessa cosa, ma precotto su nastro magnetico. Lo spartito è costituito dalle istruzioni per preparare il nastro. La ricetta, insomma. Lo ascoltiamo all’interno di uno stanzone bianco ottofonico dotato di 198 altoparlanti. 24,75 per ciascuna fonìa. Il musicista preme play e per tutto il tempo se ne sta davanti al registratore a guardarlo. Al termine preme stop e fa un inchino. Applausi.
Così tanti applausi che il direttore d’orchestra si sente in dovere di riproporre Imaginary landscapes 4, quello delle radioline.
Daisy mi tira per un braccio: “Devo andare”.
“Ci sei stasera?”, le faccio.
“Purtroppo no. c’ho teatro”.
Io sì che ci sono, stasera. Sicuro che ci sono.

Secondo la brochure “Non si può spiegare la musica di Cage, dal momento che non si può spiegare un linguaggio che non c’è, dopo che Cage ha tolto i puntelli a ogni riferimento culturale e da lì si può solo continuare a creare pensiero all’infinito”.
E allora farò come dice il Maestro: mi risparmierò spiegoni, critiche e battutine, e lascerò che il mio pensiero svolazzi nell’iperuranio, tra i comignoli di questa infinita città di idee.
Atterro su un tetto.
Ero a Parigi, all’ultimo piano del Pompidou e cercavo affannosamente la Fontana di Duchamp per dirlo a Gualandri. A un certo punto vidi un crocchio di persone. Avevano le mani dietro la schiena e contemplavano con grande interesse un punto poco più in alto dei loro nasi. Mi avvicinai incuriosito. Sul muro non c’era nulla. Un quadro, un’installazione, una foto, una scritta. Nulla di nulla. Un pezzo di muro bianco. Mi imposi di memorizzare quella scena per includerla nel mio prossimo racconto. Guardai meglio: dal soffitto, appeso a un gancio, penzolava uno strofinaccio (una “tela”) imbevuto di pittura grigiastra.

Per Sixteen dances, se possibile, la sala è ancora più affollata. L’opera prevede un violino, un flauto, una tromba, un violoncello, un pianoforte e quattro percussionisti. L’esecuzione dura quasi un’ora. Clang piripiripiri bongbongbong BOOOOMBOOOM plinplinplin gniiiiieeee (questo è il violino) chchchch fuuuuuu.
All’inizio sono perplesso ma poi succede qualcosa.
Mentalmente seguo alcune linee, altre me le immagino. Aggiungo dei suoni, altri li ignoro. Ascolto qualche battuta e poi mi distraggo, a volte mi concentro sul modo in cui lo strumento è suonato. E a un certo punto mi accorgo che se chiudo gli occhi e seguo la musica mi vedo Tom e Jerry che si inseguono, vedo Tom che casca in una grondaia e sguscia fuori dal fondo con la forma della grondaia, vedo Jerry strafottente che smangiucchia del formaggio, vedo la coda di Tom che brucia, Tom che se la prende in mano e caccia un urlo. E così via.
Allora mi metto nella posizione del tizio di oggi, quello a cui avevano fregato le orecchie, chiudo gli occhi e mi faccio il mio trip personale. La mia personale puntata di Tom & Jerry, senza Tom e Jerry.
Secondo la brochure Cage ha sempre rifiutato ogni lettura espressiva delle proprie creazioni. E allora gli devo chiedere scusa, a John Cage. Devo scusarmi con lui per questa vaniloquente recensione. Per aver avuto l’ardire di definire il suo Sixteen dances alla stregua di “una puntata di Tom & Jerry senza Tom e Jerry”.
Ma a me piace pensare, in uno dei miei frequenti deliri egotici, mi piace credere che John Cage da lassù per qualche ragione mi abbia sentito. Voglio pensare che ha abbozzato un sorriso incorporeo e poi ha rifilato una gomitata nei reni a Stockhausen, e gli ha strillato “Tom & Jerry senza Tom e Jerry! Yeah! Bèccati questa, fratello!”

UFJ [ufj@tapirulan.it]

 

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Commenti [1 commento]

una delle cose che più mi piace di Cage è 4'33'' il tempo nel quale gli esecutori, seduti, non suonano. Anche il direttore d'orchestra è immobile, sembra aspettare qualcosa. L'importanza del silenzio in musica è elevata alle estreme conseguenze.
Le tue recensioni sono sempre originali e temerarie, penso che tu dia del filo da torcere ai critici paludati

robirobi | 21.12.2009  13:11 

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