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Tapirelax
18.01.2010
ECHI DI CELLULOIDE - 10
John Carpenter
Autore: Matteo Fontana

La dialettica “Interno-Esterno” nel cinema di John Carpenter

La revisione di alcuni film di John Carpenter, in questi giorni, mi spinge, da quel grafomane che sono, a svolgere qualche riflessione su questo autore schietto e mai altisonante, “cinefilo” nel senso buono del termine, appartenente alla stessa generazione di Spielberg, di Joe Dante, di Martin Scorsese.
Troppo lungo e tedioso sarebbe, ovviamente, percorrere tutti i temi e gli spunti offerti dal cinema di Carpenter. Mi contenterò di dire qualcosa che spero risulti interessante sulla coppia di opposti che fa, a mio giudizio, da base del cinema carpenteriano: la dialettica interno-esterno o, se preferite, “dentro-fuori”.   
E’ impossibile, vedendo Carpenter, non essere colpiti dalla continua, scopertissima opposizione tra interno ed esterno. Una dialettica tra i due opposti che, come vedremo, non rispetta sempre il medesimo schema basilare (dentro = sicurezza; fuori = minaccia, pericolo), ma lo ribalta in alcuni casi con ottima scelta narrativa e con interessanti risvolti filosofici.
Ad ogni modo, com’è facile constatare ripercorrendo brevemente la filmografia del regista, nella maggior parte dei casi il dentro, ovvero i luoghi chiusi e interni, coincide con la sicurezza o, quantomeno, con la momentanea salvezza dei personaggi, che devono sfuggire a delle minacce di varia origine. Si pensi alla chiesa circondata dai clochards assassini i invasati de “Il Signore del Male” (Prince of Darkness, 1987) o, più ancora, al distretto di polizia assediato dai delinquenti in “Distretto 13: le brigate della morte” (Assault on Precint 13, 1976). E che dire di “Fog” (The Fog, 1980), in cui il male, sotto forma dei fantasmi di marinai naufragati anni prima, arriva al mare, e assedia un’intera cittadina e i suoi abitanti, che si rifugiano nelle case, in una chiesa, e nel vecchio faro?
Penso anche agli interni de “La Cosa” (The Thing, 1982), claustrofobici ma (necessariamente) contrapposti all’esterno, gelido e inospitale Polo Nord (e dal freddo del ghiaccio esterno alla base, non dimentichiamocelo, proviene il multiforme mostro. Ma, meglio ancora: esso proviene dallo Spazio, essendo di natura aliena, e allora il ragionamento carpenteriano si estende ad un dentro che è il pianeta Terra e ad un fuori che è lo Spazio profondo, fonte di minaccia e di pericolo…).

E’ tipico dei personaggi carpenteriani il barricarsi in una stanza (o in un ambiente) per opporre resistenza a qualcosa che vorrebbe entrare e ghermirli. Non mi spingo ad affermare che la resistenza in luoghi chiusi dei personaggi di Carpenter possa essere definita come una difesa dell’ordine contro il disordine portato da chi vorrebbe assalirli, anche perché il cinema del nostro è un cinema fondamentalmente anarchico ( o “entropico”), che fin dai suoi esordi, col divertente e dissacrante “Dark Star” ( id. 1974), mirava a mettere alla berlina e a criticare gli stilemi della fantascienza “alta” (nel caso di quel lontano esordio, il “bersaglio” era nientemeno che “2001 – Odissea nello Spazio” di Kubrick!).      
L’esterno, però, è spesso associato all’idea di pericolo, e questo anche per una (banale? Io non direi…) esigenza narrativa, quella di “comprimere” l’intera storia in un unico ambiente e di metterla in scena rispettando le unità di tempo e di spazio che la filosofia aristotelica impone. Carpenter, in questo, si rivela dunque un regista “classico” come ce ne sono pochi!
Il suo “stile” consiste nella riproposizione degli stilemi del cinema western in contesti, spesso ma non sempre, fantascientifici.
Prendiamo il già citato “Signore del Male”, caso-limite nell’ambito della tematica che stiamo affrontando. Gli studiosi entrano nella chiesa che ospita il misterioso “essere” e si trovano assediati da bande di clochards posseduti da una sorta di spirito maligno. Chi esce viene orrendamente ucciso (alcune sono tra le sequenze più splatter dell’intero cinema di Carpenter), e quando alcuni degli studenti vengono a loro volta posseduti, i superstiti non possono che ridurre lo spazio da loro controllato, barricandosi in un’unica stanza. Un intero blocco narrativo del film è costruito, addirittura, sulla segregazione forzata del protagonista Dennis Dun in uno sgabuzzino: fuori, le donne demoniache e possedute lo osservano. L’interno nel quale si trova Dun è una momentanea salvezza, dalla quale occorre comunque fuggire, attraverso un buco nel muro. Una salvezza, dunque, ma anche una prigione. Volendo volare alto, si potrebbe affermare che lo spazio chiuso, limitato, in Carpenter non è atro che una funzione narrativa ideale, un palcoscenico su quale orchestrare un’azione perfettamente controllabile e raccontabile dalla macchina da presa. 

Ma proviamo a ribaltare la cosa: se nel “Signore del Male” sono i “buoni” a trovare rifugio nell’interno, in “Vampires” (id. 1998) sono i vampiri che, per essere uccisi, devono essere trascinati fuori dalle loro tane, alla luce del Sole. L’esterno è in questo caso esiziale per i mostri, e salvifico per i “buoni” (fermo restando che l’orizzonte morale carpenteriano è sempre molto sfumato: basti pensare ad un “eroe” come Jena Plissken!).
E poi, a complicare e rendere allo stesso tempo più affascinante il tutto, c’è il già introdotto tema della POSSESSIONE, che in fondo è un’altra sfaccettatura della dinamica dentro-fuori che anima il cinema carpenteriano. Che cos’è, infatti, la possessione se non l’introdursi in un corpo di un’entità altra” in grado di controllare quel corpo e di spersonalizzarlo? Il corpo è il dentro da difendere, la minaccia ancora una volta giunge da fuori. Penso soprattutto a quel puro “western fantascientifico” che è “Fantasmi su Marte” (2001), ma anche al “Villaggio dei dannati” (Village of the Damned, 1995), con la piccola comunità di provincia (interno) “violata” dai misteriosi bambini alieni (prodotti di un “fuori” minaccioso e “altro”). E ancora, come non citare uno degli horror più adulti e inquietanti di Carpenter, “Il seme della follia” (In the Mouth of Madness, 1994), con la mente del razionale detective assicurativo John Trent minata e riempita dalla magmatica personalità del luciferino scrittore Sutter Cane.
Infine  – e qui varrà la pena di spendere due parole in più – penso a quel geniale, divertentissimo film che è “Essi vivono” (They Live, 1988). Come si può qualificare in breve la trama del film, se non come la scoperta da parte di un personaggio – John Nada – che “essi”, gli alieni, sono tra noi, camuffati e irriconoscibili, ovvero che essi sono già DENTRO la nostra società, senza che ce ne siamo accorti? L’elemento alieno, in “Essi vivono”, è rivelato solo dall’utilizzo di uno speciale occhiale da sole; non ci sono astronavi che atterrano o che distruggono la Casa Bianca con micidiali raggi, non ci sono creature mostruose che scendono dai dischi volanti e occupano militarmente alcunché: ci sono solo esemplari di umanità che, allo sguardo dell’ “illuminato” John Nada, appaiono per quel che sono veramente: dei corpi alieni camuffati, ancora una volta, degli intrusi.
Il miglior tocco del cinema di Carpenter è nella sua capacità di essere inquietante e destabilizzante anche e soprattutto quando è particolarmente divertente.
Si pensi all’importanza di un film come “Grosso guaio a Chinatown” (Big Trouble in Little China, 1986), col quale Carpenter introdusse nientemeno che principi di fisica quantistica nel suo modo di intendere il cinema in generale e l’horror in particolare (concezione che sarà perfezionata nel già citato, e più adulto, “Il Signore del Male”).

Ma, prima di perderci in considerazioni tanto interessanti quanto distanti dal tema che abbiamo scelto, torniamo a noi in cerca di una degna conclusione. E rifacciamoci allora ad uno dei testi-base di Carpenter, quel  “1997 – Fuga da New York” (Escape from New York, 1981), che fonda il mitico personaggio di Jena Plissken (“Snake” in originale, come ormai sanno anche i bambini). Anche in questo caso, una dialettica interno-esterno, seppur ribaltata, costruisce il film: l’isola di Manhattan è l’interno, l’enclave di ergastolani e di reietti, dalla quale il Presidente degli Stati Uniti (un grande Donald Pleasance) deve scappare con l’aiuto di Jena Plissken. Stavolta la salvezza coincide con l’esterno.
Ma c’è un esterno? Il finale, nero e desolante, sembra dire di no: il fuori si dimostra peggio del dentro, il Presidente non ha neanche un barlume di riconoscenza (“nessuna umana pietà”, direbbe Jena…) e non resta che la scelta dell’anarchia e della fiera disobbedienza per sopravvivere, almeno moralmente, alla terra bruciata dell’America oscura che, nel 1981, Carpenter aveva pensato (di poco…) futura.     
La prospettiva carpenteriana si radicalizza – e qui concludiamo la nostra breve disamina – col sequel, per certi aspetti deludente, soprattutto sul piano visivo, ma per altri interessante – di “1997”, ovvero “Fuga da Los Angeles” (Escape from L.A., 1996). Più che un sequel, un remake, visto che in sostanza cambia solo l’ambientazione. La trama è di fatto la medesima: Jena Plissken viene costretto ad introdursi in una Los Angeles divenuta isola in seguito ad un devastante terremoto per recuperare l’unica arma in grado di “spegnere” il mondo, annientando ogni apparecchiatura tecnologica.
Cambia solo, ampliandosi, il senso del “pessimismo” carpenteriano. John Carpenter è, in fondo, un grande individualista, e quasi gli spiace di esserlo, perché sente in questo la sconfitta di ogni modello di società. Per questo il suo è un “cinema dell’assedio” (la definizione è mia), un cinema che forse sarebbe meglio definire “della resistenza”, un cinema costruito interamente o quasi sulla dialettica tra un “dentro” da difendere e un “fuori” minaccioso e distruttivo.
Quando questa dialettica si inverte o, peggio, quando viene meno, il pessimismo carpenteriano è completo, giacché egli arriva ad affermare che non c’è più salvezza neanche nella fuga o nella resistenza all’assedio.
E così, coerentemente, quando Jena Plissken esce vivo dalla infernale Los Angeles per scoprire (ma in fondo lo sapeva già) che il “fuori” è ancora più infernale, preda di un moralismo gretto e unificante che ha ucciso ogni possibile “american spirit”, l’eroe più antieroico del cinema di Carpenter non può far altro che “spegnere” il mondo utilizzando la stessa arma che gli era stato chiesto di recuperare.
E il finale, apocalittico, riscatta un film-fotocopia scialbo come pochi.
I losers di John Carpenter, personaggi come Reggie MacReady, John  Nada, Jack Burton, Jena Plissken, sono l’American Spirit più puro e intatto, sono le filiazioni degli eroi del western rivisitati e aggiornati, sono i resistenti sulle barricate della “umana pietà” e della libertà che stanno scomparendo.   
Non sarà, allora, che il Cinema stesso si configura come il grande “dentro”, il “bozzolo” nel quale lo spirito triste-allegro, dissacrante, libertario e anarchico di John Carpenter si è racchiuso, nel tentativo di difendersi da quel “fuori” che è la perdita generalizzata di valori, la nullificazione*, il nichilismo?

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* Un interessante parallelo è quello che si può istituire con “La Storia Infinita” (Neverending story, Wolfgang Petersen, 1984), dove il regno di Fantasia (il “dentro”) è minacciato dall’incedere del Nulla (il “fuori”). Va detto però che Petersen incentra il suo discorso, come del resto l’autore del romanzo Michael Ende, sulla pratica della lettura più che sulla visione, e quindi sul Cinema. E’ leggendo che Bastian, il giovane protagonista, scopre Fantasia e interviene in suo soccorso.

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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Commenti [2 commenti]

In effetti neppure io lo definirei Autore con la A maiuscola! Anche se la tentazione c'è, visto che merita più lui di tanti pseudo-registi e pseudo-intellettuali... Il cinema di Carpenter è divertente, questo è un fatto. E per anni, proprio questo fatto lo ha tenuto lontano da certa critica "colta" che preferiva l'iconicità di uno Spielberg, tanto per fare un esempio... Grazie per l'apprezzamento!

Matteo Fontana | 26.01.2010  23:36 

Bel pezzo esauriente, anche se non cita "Halloween" che è uno dei miei film prefreiti trta quelli di Carpenter, e anche lì' ci sono interni claustrofobici ma protettivi se vogliamo... La tematica comunque è ben affrontrata e interessante, pensare che io per anni ho guardato Carpenter godendo come un riccio ma senza pensare che potesse essere anche un Autore con la A maiuscola!

Daniel | 19.01.2010  15:22 

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