Tapirelax
01.02.2010
MUSIC CORNER - 25
Un pugno di consigli nell'attesa che...
Autore: UfJ

Un pugno di consigli nell’attesa che il Conte di Toscana vi fotta la morosa

1) Motorpsycho – Child of the future
Prima cosa toglietemi di torno quei trabiccoli elettronici rigonfi di emmepitre. Non voglio neanche vederli. E cavatevi dalle orecchie quegli stupidi auricolari grossi come caccole e filamentosi come catarri. Dico, sarete capaci per una volta, una singola volta, di ascoltare due minuti di musica senza andarvene da nessuna parte? Senza per forza fare dell’altro? Fermi, sì, intendo seduti in poltrona, ce l’avete una poltrona? Coi piedi per aria e, se vi è costume, un dito di whisky nel bicchiere. A me piacciono gli irlandesi, ma in genere fa fico dire gli scotch delle Highlands. Con un dito di scotch delle Highlands, allora. Crepi l’avarizia.
No, no. Ancora non ci siamo. Cosa ci fate lì appiccicati al lettore cd col libretto delle istruzioni davanti al naso? Via, via. Via quella roba. Filate di sopra, in soffitta, e tirate fuori il giradischi. Il giradischi, quell’affare che suonava quei robi neri, circolari, con tanti solchi stretti uno vicino all’altro, presente? Come? La puntina? Eh, la puntina son cazzi amari. Potete sempre chiedere al Mediaworld. HA HA HAAA. Simpatico vero? Oppure usate quella che avete. Sì, dài, per stavolta va bene quella vecchia che avete su.
Adesso tirate fuori la vostra copia di Child of the future e mettetelo su. Saltate le prime due e mettete la terza: Whole lotta Diana. Lo so, lo so. Ma capitemi. Non posso mica starmene qui tutto il tempo. Il resto ve lo sentite dopo, OK? Con calma, da soli. Mettete su la terza, veloci che c’ho da andare avanti con ’sta cazzo di classifica. Innanzitutto il fruscio. Lo sentite il fruscio della puntina? Sentite il rumore bianco? Non ve lo ricordavate più, vero, il rumore bianco? Zitti, zitti, sentite l’attacco, sentite. Sentite che roba. Cosa vi viene in mente? Niente, non vi viene in mente niente, ecco... forse i Led zeppelin, più che altro per via del titolo. Non sparate gli Ac dc. Non scherziamo. E’ una recensione seria, questa qui.
L’avete sentito quel riff. Potente, nevvero? Uno dei più potenti dai tempi di... ah, lasciamo perdere.
Shhhht, avanti, avanti. Non vi rompo le palle. Ascoltatela tutta, fino in fondo. In santa pace. Io vi aspetto qui.
Fatto?
No? Non ancora?
...
...
Allora? Finito?
Ebbene?
Ebbene sì, Whole lotta Diana vi ha spettinato, vi ha rovesciato dalla potrona, vi ha evaporato il dito di wkisky, vi ha fatto venire una voglia pazzesca di urlare, di andare sul balcone e gridare qualcosa, ma cosa, al mondo intero. Il fatto è che siete soli, lì dentro. Soli, voi, io e quel cazzo di vinile che vi ho consigliato. E allora vi passa la foia, vi sedete, mesti, guardate il bicchiere e il dito di Glen Keith è già finito, e “Whole lotta Diana” è già finita e, Cristo santo, la vostra morosa vi aspetta fra venti minuti e voi puzzate come un condominio di merda.
Sù, sù, non c’è tempo per  Cornucopia, non c’è tempo per il resto dell’album. Di sopra a lavarvi. Marsch.
Maledetta, maledetta morosa. Lei e quei cazzo di Depeche mode.
Ma domani, ah, domani...
Domani non esco neanche se c’è il terremoto. Mi sento il resto dell’album. Tutto. Com’è vero Dio. Perché quel coglione della recensione lo devo mandare a cagare, sì, ma con cognizione di causa. Lui e i quei tre stronzi dei Motorpsycho.

1) Neil Young – Fork on the road
Ci vuole il lettore, stavolta. Dovete riaccenderlo e tirare fuori il libretto delle istruzioni. In genere basta infilare il cd e schiacciare play. Ce l’avete fatta? Bene. C’era qualcosa nel percorso artistico di Neil Young che prima o poi doveva approdare qui. Qualcosa che passa sotto il tavolo, come una riga di fango, che ansima nell’ombra, tra le recensioni, dissonanze nascoste tra le melodie che già conoscete, tra i riff più orecchiabili (dio, quanto odio questa parola).
Sentite. Sentite le note che ora esistono e un attimo fa lo stereo era spento. Carsismo musicale. Attraverso Reactor, un album fondamentale, sì, attraverso qualcosa che spara in alto Rockin’ in the free world, quella elettrica naturalmente, che passa per Weld, tutto Weld, poi Piece of crap, che approda alle sabbie mobili impossibili di All along the watchtower nella versione live del duemilaeuno, dove già quella gran topa di Chrissy Hynde s’inabissava, va detto, suo malgrado. Vi sentirete dire da qualcuno che Fork on the road è un album mediocre. Credetegli, a quel qualcuno. Non compratelo, Fork on the road, e riascoltatevi Rust never sleeps, Zuma oppure On the beach. Sicuro che non sarà tempo buttato.

1) Bob Dylan – Together though life
Gocciole in sospensione, lassù nuvole minacciose come incudini, ombrelli aperti, un palco sferzato dal vento prealpino. Bob Dylan ci gira le spalle. Suona la sua pianolina del cazzo, la suona male, e canta, canta male, e la band va avanti e avanti e avanti. Qualcuno sostiene che Bob Dylan non ha più niente da dire. Tra quei qualcuni c’è Bob Dylan medesimo. Bob Dylan che non ha tempo per le interviste, che non ha niente da spiegare ai giornalisti, Bob Dylan che deve solo suonare, suonare male, che deve solo cantare, cantare male, Bob Dylan che ama così tanto il suo pubblico, e così male, da non poterne fare a meno. Sono vent’anni, oramai. Bob Dylan che quest’anno chiede permesso, scusate, posso?, e scrive Beyond here lies nothing. Pura poesia.

1) Dream theater – Black clouds and silver linings
Prendetemi per il culo, se lo ritenete, lanciatemi le pietre, mettete su facebùc le mie foto che ascolto gli Stratovarius al Gods of metal mentre faccio le corna con la mano. Non vi devo niente, a voi stronzi, se non queste righe bisunte mentre mi abbuffo di salame fintoartigianale e trangugio birra mediocre. Sì, mi piacciono i Dream theater. E allora? Come mi piacciono i Metallica, sì, ma attenzione, non i primi, quelli postnobilitati da certa fetentcritica dietrologica, no, mi piacciono quelli di Load e Reload, quelli di Death magnetic sì, sì, oh, sìììì. Ho quasi quarant’anni, ormai, va bene?, e mi sono rotto. Non devo più niente a nessuno. Sono finiti i tempi che facevo finta di apprezzare i Sigur ros e i Kings of convenience e i cazzo di Radiohead e invece mi sparavo Fireball e Let there e rock e Holy diver di nascosto. Finiti, capito? Ora le cose stanno così: vi piacciono i Dream theater? Bene, allora andiamo avanti e sentite cos’ho da dirvi. Non vi piacciono? Allora andate pure a fare in culo.
Cos’ho da dirvi, quindi? Perdonatemi, ho bluffato. Ho poco, in realtà, poco o niente. Perché se vi piacciono i Dream theater, allora vi piacciono DAVVERO, e quest’ultimo Black clouds and silver linings lo conoscete già, canzone dopo canzone, battuta dopo battuta, semibiscroma dopo semibiscroma. Lo conoscete meglio di me. E forse esagererete, forse farete come Bosi, il mio amico, che per un mese non è uscito di casa perché la sera doveva starsene chiuso a imparare la linea di chitarra di The count of Tuscany. O quella ballata (ballata?) meravigliosa che prende il nome di Wither, o i tredici minuti di tutto, lo dice il titolo, condensati in The best of times. No, forse non arriverete a tanto, vi piace troppo la birra, e gli aperitivi. Ma converrete che i Dream theater non sono mai stati così misurati, così maturi, cosi sublimemente (esiste sublimemente?) Dream theater. Non so, forse mi sbaglio, forse Bosi semplicemente ha trovato la morosa e altro che Dream theater, ora sta chiuso e scopa come un membro dei Mötley crüe. La mia, di morose, da sempre adora la musica reggae e tutto ciò che ha una vaga parvenza di comunismo. Al mattino, però, è un po’ di tempo che s’infila le cuffie di soppiatto e schizza fuori di casa senza salutare. Lei pensa che non lo sappia, ma io me ne sono accorto. Che si ascolta The count of Tuscany di nascosto nell’ipod. L’ho capito da come muove la testa.
Mettete via i Radiohead, procuratevi Black clouds and silver linings e fate come la mia morosa. Mettete su The count of Tuscany alzate il volume e muovete la testa per una volta come cazzo vi pare, fottendovene bellamente di chi vi guarda storto. Quando arriverete ai quarant’anni scoprirete quanto è appagante.

1) U2 – No line on the horizon
Devo darvi dei consigli, no? Dopotutto è questo il senso di questo articolo. Ebbene, eccone uno prezioso. Non comperate No line on the horizon, non fatevelo prestare, non masterizzatevelo, non scaricatelo, non ascoltatelo. Fate una catena di Sant’Antonio, mandate una mail ai vostri cinque amici più cari e scrivetegli quello che vi ho appena detto qui sopra. Ditegli che c’è un vostro conoscente che pensa che No line on the horizon è una delle più clamorose stronzate dai tempi di Amnesiac. Ditegli proprio così, dai tempi di Amnesiac. E di mandare la mail ad altre cinque persone di loro conoscenza. I vostri amici si rivolteranno contro di voi, vi righeranno la macchina, vi ruberanno la fidanzata, la vostra posta smetterà di funzionare, il vostro cellulare smetterà di squillare e vi coprirete di macchie purulente. A quel punto non vi resterà che domandare pubblica ammenda. Vi costerà duecento bananozze, il prezzo di un posto davanti a un concerto degli U2. Ma poi starete tranquilli, tempo pochi mesi e tutto tornerà come prima. Eccetto la morosa, che ora se va in giro con quel vestitino che con voi non voleva mai indossare, i guanti di pizzo e le borchie, sempre insieme a quel pirla di Bosi, facendo le corna con la mano, muovendo la testa in modo strano e, ci scommettereste, The count of Tuscany nell’ipod. Ma è così che gira il mondo. Sorpresi? Essù, dài, non fate quella faccia. Meglio ora che male accompagnati.

1) Les Claypool - Of Fungi and Foe
Fatemi chiudere così, con un album che manco so se è di quest’anno. Del 2009 intendo.
Les Claypool.
Les Claypool.
Les Claypool è un basso che suona un uomo, ascoltatelo, stridio di neuroni, batteria, niente chitarra, eresia, percussioni, bahum bahum bahum bahum, Frank Zappa è dovuto correre al gabinetto ma è rimasto senza carta igienica, grand-guignol, un petardo infilato su per il culo del conte di Toscana, correre nelle pozzanghere, muovete la testa, stomp stomp, grandina, sferragliare di treni, tagliarsi con un rasoio, pinte e pinte di birra, pupazzi di neve che ghignano e socchiudono i bottoni, Tom Waits che gioca a freccette senza Iggy Pop, fuochi d’artificio oltre le tende, niente morosa, le corna, fate le corna con una mano e poi ditemi, che cos’avrebbe fatto al vostro posto Sir George Martin?
Les Claypool suona a marzo in Italia. Volete farmela pagare? Mi trovate là. Indosserò un berretto di Stetson taglia 57.

UFJ [ufj@tapirulan.it]

 

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Commenti [2 commenti]

non esiste un metodo larry mullen, purtroppo, ma esiste un metodo peter criss, del quale mullen ha indubbiamente comperato molte copie.

UfJ | 10.02.2010  09:12 

Da Young in giù ero letteralmente piegato! L'apologia del metal ignorante sul post-rock colto è uno scontro impagabile!!!
Ma gli U2 vendono ancora? Peccato, forse venderanno quando Bono fa i comizi no global...
Un interrogativo. Ma esiste il metodo per batteria Larry Mullen?? Ok, Ok, ok mi sono già risposto

Respect AGAIN!!!!

andrea | 09.02.2010  18:17 

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