Tapirelax
22.02.2010
TUTTA COLPA DEL PASSATO
Autore: A.marti

S’incontrarono due volte, il giorno in cui si conobbero.

La prima, alle 09.00 presso il rinomato studio dell’Arch. Di Francesco. Lei, Antonella Mattei, neo ex moglie dell’Avvocato Leonardi, bella  e affascinante (sebbene i “venti” avessero smesso di soffiare da tempo nella sua carta d’identità), confezionata per l’occasione in un Armani autunno–inverno. Lui, l’architetto Di Francesco Michele, sprofondato nella rossa Frau del suo ufficio, divorziato e con fama di sciupatore di femmine professionista.
“Una lonza”, pensò lui mentre ascoltava le di-lei-richieste di ristrutturazione edilizia dell’appartamento lasciatole in dote dall’ex marito.
“Uno stronzo”, pensò lei constatando, con un filo d’amarezza, di non aver fatto colpo.
Si sorrisero affabili, incrociarono gli sguardi come lame di coltello. Fu antipatia a prima vista.
“Bella è bella”, constatò l’architetto richiudendosi la porta alle spalle. Lui le donne del genere le conosceva bene. Aveva militato in quel campionato per lungo tempo; ne aveva persino sposata una!  Confidenze, lusinghe, corteggiamenti. Una noia mortale. Le “lonze”, come amava definirle, erano quel genere di donna che madre natura ha dotato di una bellezza primigenia, assoluta, ma del tutto sprovviste di senso dell’umorismo. Donne concentrate esclusivamente sul proprio ruolo, sull’effimero potere della bellezza. Donne troppo interessate a se stesse per lasciare spazio a qualcun altro, per concedersi oltre l’apparenza.
Forse quel giudizio era ingiusto, forse era prevenuto nei confronti di quella donna; ma lui le “lonze” le lasciava volentieri lì sul banco del macellaio a farsi rimirare. Ormai era praticamente vegetariano, cercava la fantasia in cucina e raramente ne trovava.
Il pensiero gli mise appetito e gli ricordò la cena in programma con gli amici quella sera. Sorrise. Non vedeva l’ora.
Il seguito prova che le cose non sarebbero andate secondo i suoi programmi.
“Certo è un uomo affascinante”  ammise a se stessa, mentre premeva il tasto dell’ascensore.  Un certo tipo d’uomo, ad alto reddito, corredato da un gran macchinone, casa al mare e barca opzionabile, palestrato-ginnico, di quelli capaci di intrattenere una donna con più di un argomento. Tale e quale il suo ex-marito. Forse proprio per questo l’aveva trovato insopportabile. Dopo tutto ne aveva avuto abbastanza di essere mostrata a soci ed amici come un trofeo di caccia  ancora ben conservato, appeso sopra il camino. E proprio come un trofeo di caccia era stata cornificata  con ragazzine che avevano la metà dei suoi anni e nemmeno un briciolo della sua classe. Dov’erano finiti i sogni, le affinità, la voglia di stare insieme? Dov’erano finiti? Finiti. Tutto qui. Forse si era solo lasciata condizionare dal passato, chissà. Di certo avrebbe cambiato architetto, oltre che vita.
La sua richiesta sarebbe stata esaudita, almeno in parte.

Ore 22.00: pronto soccorso di uno degli ospedali della città.  L’infermiera di turno, Rossana Schiaveri,  registra l’arrivo del  “codice verde”  di una sospetta colica renale a carico di Michele Di Francesco e, mezz’ora più tardi, quello di un trauma al mignolo della mano sinistra e lieve ustione al piede destro della signorina Antonella Mattei. Ai pazienti vennero prestate le prime cure, sospese per l’arrivo di un “codice rosso multiplo”, un grave incidente stradale che tenne sotto scacco gli addetti di pronto soccorso nelle successive ore, lasciando i due tapini nel corridoio ad attendere. Ma, si sa; è nella natura del paziente portare pazienza.
L’architetto Di Francesco, in piena sedazione da flebo, dopo lunghe dolorissime ore del “mal della pietra”, giaceva semi addormentato su una barella del corridoio in attesa di ecografia. Il suo colorito abbronzato virava ora al verdognolo, più o meno come il suo codice di urgenza.
Poco distante, seduta su di una sedia a rotelle, sommariamente pettinata e decisamente struccata, infilata ora in una vecchia tuta, sedeva la signorina Mattei, con un piede ustionato e in attesa di radiografia al mignolo sinistro.
Ci volle un po’ prima che si riconoscessero poiché il dolore è un accompagnatore geloso, che richiede tutte le attenzioni.
Finalmente l’antidolorifico fece il suo effetto e all’Arch. Di Francesco non parve vero di non provare più dolore. Non aveva mai provato tanto male in vita sua fino a quella sera. Era un uomo sano, fortunatamente e quando le fitte alla schiena e alla gamba lo avevano sorpreso nel mezzo della sua cena, aveva pensato davvero di star per morire. Si era sentito spezzare in due per lunghissimo tempo e ora gli pareva davvero un miracolo non provare più male. Si guardò intorno, beandosi di quel sollievo, riflettendo su quanto non consideriamo abbastanza il prezioso dono della salute, fino a quando non ci viene sottratto. Scorse la donna sulla sedia a rotelle, di cui non si era minimamente accorto fino a quel momento e gli parve di riconoscerla.
“… Signorina Mattei”, disse con un filo di voce, fra lo stupito e l’incredulo, cercando di ricomporsi, per quanto il suo stato gli permettesse.
“Architetto Di Francesco??! E’ lei? Ma cosa le è successo??!!”
“Oh, niente di grave, una colica! Sto bene, o meglio fa malissimo, ma ora…ora non sento più niente…. E a lei, cosa è successo?”
La donna si avvicinò spingendo a fatica la sedia a rotelle con l’unica mano sana. Riuscì a spingersi vicino alla barella dell’architetto. Era così diverso ora; indifeso, fragile. Gli sorrise. Lui ricambiò.
Lei raccontò la sua disavventura; di come quella sera dopo la palestra, sola e piuttosto triste, avesse messo a scaldare una busta di passato di verdure surgelato, passandosi lo smalto nell’attesa. Prima sulle unghie dei piedi e poi sulle mani.
Che sbadata era stata! Aveva estratto il piatto dal microonde reggendolo con la sola mano destra, sventolando la sinistra per far asciugare rapidamente lo smalto. Così aveva sbattuto la mano contro lo spigolo del frigorifero, il piatto le era scivolato di mano, rovesciando il liquido bollente sul piede nudo. Tutto lì.
Lui la trovò adorabile, infervorata in quel racconto; così diversa dalla donna di poche ore prima, così dimentica di se stessa, così divertente. Forse si era sbagliato sulla “lonza” e tutto il resto, forse non aveva guardato abbastanza bene oltre l’apparenza.
Le sorrise.
Lei ricambiò.
Stavano per dirsi qualcosa, ma due infermiere rientrarono precipitosamente nel corridoio, pronte a condurli dopo tante ore alle rispettive destinazioni mediche.
I loro sguardi si incrociarono di nuovo. Un velo di delusione negli occhi.
“Mi chiamerà?” chiese lui, quasi intimidito, mentre l’infermiera spingeva via la barella.
“Certo, ho il suo numero” rispose lei quasi gridando “ma solo se mi darà del tu!!”
Sorrisero di nuovo.

S’incontrarono due volte il giorno che si conobbero
La prima volta si videro, la seconda si guardarono.
E fu tutta colpa del passato.

A.MARTI [marlock@libero.it]

 

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Commenti [3 commenti]

@robirobi
detto da te è un gran bel complimento!
@VERA
grazie..troppo buona!

amarti | 15.03.2010  17:36 

è difficile affrontare l'argomento dell'innamoramento - o dell'infatuazione - senza cadere nel banale, hai affrontato egregiamente la difficoltà.
Sai una cosa? Alla fine mi aspettavo di leggere:
"Mi chiamerà?" si chiese lui.
"Certo, ho il suo numero" pensò lei.

robirobi | 11.03.2010  13:10 

Trovo questo racconto molto bello ed interessante.Potrebbe essere l'inizio di un bel romanzo.La descrizione dei personaggi è molto intrigante e rispecchia la nostra società attuale.La narrativa è semplice, piacevole e scorrevole.Complimenti alla scrittrice e poetessa Anna Martinenghi.
ANA VERA.

ana vera | 24.02.2010  09:47 

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