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Tapirelax
05.07.2010
VENTICINQUE
Autore: Robirobi

La neve stava prendendo il colore sporco della strada, la natura tratteneva il respiro.
Ago indicò la strada con la tazza piena di vermouth. "La notte scorsa non hanno pulito. Per cosa li paghiamo, questi qui?".
Liliana sistemò la pentola nella credenza. "Non fare così, tutti quanti sono a fare compere, c'è aria di festa".
"Non mi interessa l'aria di festa, il comune deve pulire. Se io esco e cado e mi si rompe qualcosa, festa o non festa finisco in ospedale".
Lili gli si avvicinò, lo abbracciò da dietro, gli carezzò il petto, appoggiando la guancia alla sua schiena. "Ricordati, amore, peace&love".
"Un corno" muggì Ago e si versò del vermouth. Fine della bottiglia.
"Smetti di tracannare quella roba, questa sera berremo un sacco di schifezze, non è il caso".
"Megera!".
"Carino, da parte tua. Carino, la vigilia di Natale".
Ago sollevò la tazza. "Dico a lei".
Lili guardò fuori. "Oh, quella! Si direbbe quasi che sia un odio amore".
"Non è odio e amore, è merda e merda!" perché adesso lo sai cosa farà quella? Fermerà il cane davanti al numero venticinque, cioè casa nostra, perché per loro il venticinque è un cesso. Questo è il loro messaggio. Lo sai, vero, cosa pensa di noi?".
La donna, centoventi chili che avanzavano a fatica, sembrava tuttavia trascinata a forza da un cane piccolo e peloso, grigiastro, che tirava il guinzaglio come un dannato.
"Hai visto? Non vede l'ora di fermarsi al venticinque. Gli scappa, non ce la fa più, ma piuttosto che fermarsi prima muore".
Lili si staccò da lui. "Io non capisco perché devi rovinarti anche le feste. Vai da lei e parlale".
"Agli animali non si parla. Dovrebbe capirlo da sola, la megera, ma in fondo anche lei è un animale".
Lili scrollò il capo, guardò la bottiglia vuota e la portò in cantina.
Ago si infilò il cappotto ed uscì sul vialetto, dove era parcheggiata la macchina.
"Dove vai?" chiese Lili dalla cantina.
"A comperare il vermouth" mormorò Ago, tra sé.
La donna e il cane si fermarono al venticinque. Lei sollevò appena lo sguardo e vide Liliana scomparire dietro la tendina. "Stronzi!" mormorò. Il cane, come se avesse ricevuto un preciso comando, piegò le zampe tremanti, avvicinò il posteriore al terreno  e lasciò il suo commento.
Ago controllò la macchina. Un lembo di parafango si stava staccando, c'era una nuova ammaccatura sullo spigolo. Grugnì, si infilò nell'auto, innestò la retro e uscì in strada. Guardò dal finestrino. Davanti a casa due palline marroni fumavano nella neve. "Merda!" esclamò. Si guardò intorno e partì. Avanzò piano, controllando i marciapiedi e le vie laterali. La megera sembrava essersi dissolta.
Ago fermò la macchina davanti alla drogheria. Un bigliettino diceva che si chiudeva alle quattro. Entrò. "Faccio ancora in tempo?".
"Per te c'è ancora tempo, tesoro" disse Vanna. Stava tagliando sottili fette di prosciutto, le levava con la pinzetta, le controllava ad una ad una. Il cliente del prosciutto, le mani affondate nelle tasche, guardava alternativamente Vanna e Ago, aspettava uno scambio di battute.
"Un etto, ha detto?".
Il cliente sobbalzò come se qualcosa di molesto l'avesse risvegliato. Chiese due etti. Gli occhi sotto la coppola si vedevano appena.
Ago studiò i liquori sullo scaffale. Prese una bottiglia di grappa e una di vermouth. Il cliente del prosciutto ebbe uno spasimo di impazienza. Ora cercava di leggere le etichette dei liquori.
"Fanno otto euro" disse Vanna al cliente. Il cliente sorrise, pagò, di nuovo tornò a guardare ora Vanna ora Ago, poi le bottiglie. Visto che non accadeva nulla, uscì.
Ago appoggiò le bottiglie sul banco. "Cosa fai di bello?".
Vanna levò gli occhi al cielo. "Cena con mio padre, niente di che. e Tu?".
"Cena con mia moglie. Niente di che".
"Prima però mi tolgo l'ossigenatura dai capelli. Ti piacciono i capelli neri?".
"I miei preferiti".
"Mi faccio tutta nera. Immagino mio padre, quando mi vedrà, mi dirà hai cambiato di nuovo? Non ha tutti i torti, in un mese è la terza volta che cambio. Ma qui ho la ricrescita grigia, vedi. Fanno dodici euro".
Ago pagò. "E adesso puoi chiudere - disse - Buon Natale".
"Lo spero" disse Vanna.
Ago pestò la neve sporca, salì in macchina e sistemò per bene le bottiglie sul sedile del passeggero. Guidò piano guardando gli alberi addobbati nei giardini. I cani correvano ai cancelli, sembrava che le palle luminose latrassero.
"Maledetti" disse. Si fermò, svitò il tappo del vermouth, mandò giù un sorso. "Maledetti" ripetè. Ripartì, le ruote slittarono sulla neve, la macchina non teneva bene la strada, seguiva il flusso di onde ghiacciate, se ne andava alla deriva.
"Maledetto paese" pensò. "Maledetto Natale, maledetta vita, maledetti tutti". Ricordò sua madre, che viveva in paese, che gli faceva ancora trovare un pasto caldo. "No, lei maledetta no". Maledetti il parroco, il sindaco, le case mai finite e mai cominciate di quel paese fantasma, i negozi che aprivano e chiudevano perché non c'erano clienti, ma bestie. "Maledetti i barboncini, i guaiti, gli stronzi gialli che guarnivano le strade come festoni odorosi.
Ricominciò a piovere, gocce pesanti e rumorose. Ago posizionò il riscaldamento al massimo, si fermò con il motore acceso, chiuse gli occhi, immaginò paesi tropicali, gente nuova, straniera, dalla lingua incomprensibile e dal pronto sorriso. Mandò giù un altro sorso di vermouth e il caldo che sentì nello stomaco pensò fosse un sole di spiaggia.
Riaprì gli occhi. La megera, a cinquanta metri da lui, stava tirando il cane per il guinzaglio. Il cane voleva fermarsi ad annusare, forse a lasciare qualche goccia odorosa, ma lei lo tirava via per portarlo al numero 25, ne era sicuro, dove avrebbe scaricato vermi, tossine, saliva, tutti gli odori di una vita non ancora sperimentati.
"Maledetta" grugnì. Innestò la marcia e avanzò piano. La megera fece attraversare il cane, scomparve nella via laterale.
Ago si fermò. Svitò la bottiglia, bevve un lungo sorso. Era bello sentire il liquido correre giù a scaldare le parti fredde e incerte del cuore.
Svoltò a passo d'uomo. Ecco la megera. Sembrava una massa tumorale, quella schiena tonda e nera che si ingrandiva di giorno in giorno.
Una volta Ago aveva tirato la macchina su un rettilineo, faceva gli ottanta in seconda, uno scatto non male.
"Riproviamo" si disse. Fece ruggire il motore e puntò sulla donna. Non aveva molto tempo, però riuscì a immaginare la nera massa carnosa che colpita schizzava su per il cielo per precipitare da qualche altra parte, molto molto lontano.
La megera sentì che alle spalle si approssimava una valanga, o qualcosa di simile. Si voltò e spalancò gli occhi.
Ago fu molto felice di leggervi il terrore, era il suo primo vero regalo da un sacco di tempo a questa parte. La megera era una lepre impietrita, una preda senza scampo in cerca di una via d'uscita.
A pochi metri dall'impatto, sopra un dosso d'asfalto, il muso della macchina si mise curiosamente a dondolare, come la testa di Lili. No, no, non è così che si fa, è la vigilia, peace&love. Ago era sicuro di riuscire a raddrizzarla, riuscì persino ad appoggiare una mano sulle bottiglie per evitare che cadessero sul tappetino. Ma l'auto prese una strada solo a lei conosciuta, uscì dall'alone luminoso del lampione, si sollevò lievemente da terra come se volesse imparare a volare, poi precipitò verticale nel fosso e Ago fu tremendamente deluso nel constatare che la tumorale massa nera passava indenne al suo fianco e che il fosso non era così basso come ricordava, ma profondo e infinito, lucente come un pericardio infiammato, doloroso come una vita, incompatibile con la vita.
La megera stropicciò gli occhi. Estrasse il fazzoletto e si asciugò il collo. "Oh Signore" mormorò. Camminò fino al venticinque, si fermò e incitò il cane: "Forza bello, la tua ultima occasione, oggi. Poi si rientra".

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [1 commento]

certo che otto euro due etti di prosciutto... eh!

Zumba | 07.07.2010  13:52 

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