Tapirelax
26.04.2010
ECHI DI CELLULOIDE - 12
Il realismo action di Katryn Bigelow
Autore: Matteo Fontana

(Articolo pubblicato su "La lanterna di Born" n. 6 fascicolo 36-40 di aprile 2010)

Per quanto lo si possa esecrare (e chi scrive lo ha più volte fatto, nel corso degli anni) in quanto premio non attendibile, eccessivamente spettacolarizzato, dettato più dalle passioni momentanee che dall’effettiva valutazione storica del valore delle opere, l’Academy Award (per gli amici “Oscar”) rimane un mito imprescindibile per chi si occupa di cinema; ed è dunque difficile, volendo scrivere qualche notarella su The Hurt Locker, non partire dal primo Oscar per la migliore regia vinto da una donna, Katryn Bigelow (classe 1951). Premio giusto? Premio sbagliato? Riconoscimento eccessivo? Checché se ne dica, un film premiato con la statuetta dorata acquisisce comunque uno status superiore, nella percezione degli spettatori.
La storia di Hurt Locker, per la verità, è più travagliata della media dei film vincitori di Oscar. Film vecchio e fatto rientrare nella decade (eh sì, quest’anno addirittura dieci!) dei film nominati più per risarcire la regista, maltrattata a Venezia dove perse il derby americano contro The wrestler, che per effettiva convinzione, esso sembrava destinato a sicura sconfitta contro il kolossal dei kolossal, quell’Avatar che a detta dei più avrebbe dovuto reinventare il cinema (hai detto poco!). In più, elemento gossiparo che non fa mai male, la Bigelow e James Cameron sono stati sposati fino al 1991, e dunque la sfida dal terreno squisitamente cinematografico (e quindi artistico) si trasferiva sul piano personale, nonostante le distese dichiarazioni dei due ex-coniugi alla vigilia della premiazione.
Insomma, mai come quest’anno la Cerimonia degli Oscar si è arricchita di elementi extra-cinematografici, quegli elementi che in fondo la rendono divertente, fermo restando che nessun critico serio partirebbe mai dalla vittoria di un Oscar per osannare un film. Pensate che il sottoscritto per anni non ha nemmeno voluto sapere chi avesse vinto!

Ma allora, che film è The Hurt Locker? E’ possibile avvicinarsi ad esso obiettivamente, senza farsi sviare dalla sua curiosa storia produttiva e distributiva? Proviamoci.
Anzitutto, va detto che Katryn Bigelow è una notevole regista d’azione. A tutt’oggi, il suo miglior film a mio giudizio rimane un film squisitamente di genere: Point Break (1991), serrato poliziesco incentrato su un gruppo di rapinatori che agiscono mascherandosi da ex-Presidenti degli U.S.A. e che basano la loro amicizia e la loro attività sulla vagamente superomistica filosofia del surf.
A mezza incollatura, il millenarista Strange Days (1995), action forse più maturo sul piano filosofico, ma caratterizzato da un “eccesso di trama” che finisce per spostarlo di genere, riconducendone gli interessanti discorsi su temi come il valore del ricordo e la conservabilità (o meno) del passato ad un gialletto smunto con tanto di spiegazioncina finale.
Insomma, prima di Hurt Locker la Bigelow, pur tecnicamente molto brava, non è mai parsa una autrice a tutti gli effetti. Ottima mestierante, non certo priva di talento, pagava però la sua appartenenza ad un genere (l’action) che normalmente non brilla per profondità dei personaggi o delle situazioni (ovviamente con le dovute eccezioni: vedi Michael Mann, John Woo, Johnnie To e non solo…).

Cosa cambia con The Hurt Locker? Anzitutto, visto che abbiamo citato Strange Days e il suo problema di eccessiva trama, spezziamo subito una lancia in favore del film trionfatore agli Oscar 2010: The Hurt Locker è di una asciuttezza ammirevole nel raccontare una storia che in realtà non è una storia, bensì la semplice rotazione di alcuni soldati americani nell’Iraq occupato e presidiato del dopo Saddam. 365 giorni di stanza a Bagdad (ma in realtà il film ne racconta meno) di un gruppo di artificieri dell’esercito impegnati nella bonifica dalle bombe di una città che, per parecchio tempo, ha avuto il più alto tasso di attentati dinamitardi del mondo. Un ambiente desertico, riarso, ostile, difficilissimo da controllare. La Bigelow, fin dalla prima sequenza, è molto brava nel far sentire lo straniamento dei soldati americani, che si sforzano di parlare come al solito e di normalizzare una situazione che di normale non ha un bel niente. Si chiacchiera di hamburger e di rientro a casa mentre si cerca di capire quanto esplosivo c’è nel baule di una macchina, e chi tra gli astanti autoctoni potrebbe essere l’attentatore in possesso del telecomando per far esplodere la bomba.
I soldati, stracarichi di armi e di protezioni, appaiono comunque indifesi e tremanti, pieni di dubbi e di incertezze in un ambiente irto di minacce, tanto soleggiato e chiaro quanto indecifrabile e misterioso.
Il fascino del film sta tutto nel suo azzeccato realismo, ben sorretto dalla sceneggiatura di Mark Boal (Oscar a sua volta) che, come sempre più frequentemente accade, non si dedica tanto ad inventare quanto a documentare, ovvero: si basa assai più su ricerche ed effetti di reale che sull’inventiva vera e propria.
E’ una direzione verso la quale Hollywood (e non solo Hollywood) si sta incamminando con sempre maggiore decisione: storie estremamente realistiche, narrazioni di taglio quasi giornalistico e documentario, senza rinunciare – e qui stanno i meriti indiscussi della regista – ad una struttura action indubbiamente ben fatta. Insomma, Hollywood continua a fare cinema, anche se la necessità di interrogarsi sul reale e addirittura di riprodurlo in modo il più possibile fededegno cresce vieppiù.
La regia della Bigelow riesce ad iniettare nel film una dose di inquietudine e (usiamo un caro vecchio termine!) di suspense davvero notevoli; la tensione non cala mai nonostante una struttura narrativa per forza di cose assi ripetitiva (ogni giorno per i soldati è uguale a quello precedente: esplorazioni, missioni, rischi…).

Ma allora, vien da chiedersi, Hurt Locker è un film sulla guerra, ovvero: ha la dignità e l’ambizione necessarie per elevarsi al rango di riflessione sul tema della guerra? A mio parere sì (fermo restando che sui singoli aspetti stilistici, su certi ralenti e su certe inquadrature un po’ compiaciute si potrebbe discutere). La Bigelow e il suo sceneggiatore incentrano la storia su un ridottissimo drappello di soldati e rinunciano alle facili tentazioni del divismo (niente Clooney, o Pitt, o Cruise nei ruoli-chiave; Guy Pearce e Ralph Fiennes, unici veri volti noti, fanno appena poco più che delle comparsate). In questo caso, la rinuncia agli attori di grido è una scelta importante, poiché va nella direzione di aumentare il realismo: il protagonista, sergente Will James, come anche i suoi compagni di squadra, interpretati tutti da attori poco noti e fondamentalmente anonimi, ovvero non preceduti dalla ingombrante celebrità delle succitate star, restituisce ai personaggi un’aura di normalità che conferisce al film (per quanto il discorso sia in fondo un po’ aleatorio, com’è facile capire, e meriterebbe maggiore approfondimento) un maggiore grado di verità.
In fondo, la medesima scelta fece Stanley Kubrick per Full Metal Jacket, dove gli attori più noti erano Matthew Modine (che solo dopo sarebbe veramente decollato) e Vincent D’Onofrio.

Abbiamo citato il sergente Will James, artificiere esperto quanto temerario, protagonista del film. E allora a questo punto occupiamoci anche dell’aspetto più filosofico del lavoro della Bigelow: la considerazione della guerra come una droga cui diventa impossibile resistere (la cosiddetta tesi del film, dichiarata esplicitamente da una didascalia che compare all’inizio).
Tema non nuovo: già Apocalypse Now (Coppola, 1979) lo sviscerava perfettamente, in una celeberrima battuta affidata al capitano Willard: “Quando ero a casa dopo il mio primo viaggio era anche peggio. Mi svegliavo e c’era il vuoto. […] Quando ero qui volevo essere là. Quando ero là non potevo pensare ad altro che a tornare nella giungla.” 
La Bigelow raffigura la guerra (ma, va detto, non una guerra qualsiasi bensì la particolare guerra in Iraq) come uno stato di tensione continuo, che ha la sua indubbia efficacia cinematografica e che –  viene suggerito dal film – allo stesso modo può finire per rappresentare una condizione di vita non solo accettabile, ma addirittura desiderabile per un soldato. Chiariamo un equivoco in cui certa critica è caduta: Hurt Locker non è un film di destra perché esalta la guerra. E’ da mentecatti pensare che sia di destra esaltare la guerra e di sinistra esecrarla.
Katryn Bigelow non esalta e non esecra: si limita a mostrare, con una strana e a suo modo riuscita commistione fra action e realismo, la guerra serpeggiante per le strade di Bagdad. L’asciuttezza del film si fa apprezzare soprattutto in quelli che sono i cosiddetti passaggi obbligati del genere cui appartiene: il cameratismo tra soldati, rappresentato in poche efficaci sequenze, e soprattutto il racconto del disadattamento del soldato rientrato a casa. Anche in questo caso, nulla di particolarmente nuovo. Torniamo al Coppola di Apocalypse Nowche liquida questa tematica con una semplice, meravigliosa battuta in voce off: “A mia moglie non dissi una parola fino a quando non dissi sì al divorzio”. Così il capitano Willard di Coppola e di John Milius (sceneggiatore), così anche il sergente James di Katryn Bigelow, assuefatto alla guerra, realizzato in essa, volontario (nel finale) per un’altra rotazione in Iraq.
Questo fa di The Hurt Locker una esaltazione della guerra? No: soltanto un film meno ipocrita di altri, che in fondo ha il coraggio di interrogarsi non solo sugli orrori della guerra stessa (fin troppo facilmente rappresentabili ed esecrabili, non ne convenite?) ma anche, e soprattutto, sulla sua attrattiva. Questa, sì, inquietante.

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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