Tapirelax
10.05.2010
IL PRESIDENTE - 1
Ovvero 'come cucinare un souvlaki'
Autore: Robirobi

Il presidente nessuno l’aveva mai visto, né sentito. Così, quando scese dalla bici e si fece sulla soglia di Tapirulan, i quattro nemmeno gli fecero caso. Per chi non avesse mai visto Tapirulan, spiegherò che si trattava di varie cose, di tutto e di niente. Era un po’ tappeto non volante, un po’ soglia antistante l’ignoto letterario, un po’ lo spartiacque fra la sanità mentale e la pazzia. E infatti i quattro stavano discutendo su chi dovesse fare D’Artagnan, cioè nessuno lo voleva fare perché si diceva sempre i tre moschettieri e D’Artagnan era uno venuto dopo, e Dumas non l’aveva nemmeno conteggiato nel titolo. Lì dentro, capite, non esistevano più asfalti e automobili, turni di lavoro e lecite preoccupazioni per il domani incerto.  Quando il presidente varcò la soglia stringendo fra le mani un salame cremonese, in uno stato di subitanea ebbezza lo sollevò con gesto benedicente e disse: “Buonasera, ragazzi, sono il cardinale Richelieu”.
“Eminenza!” esclamò French.
“Chi di voi è D’Artagnan?”.
Ciascuno puntò il dito lontano da sé. Il presidente sedette sconsolato. “La Francia era una grande nazione” mormorò. E così ognuno per un po’ pensò ai suoi chilometri quadrati, osservando di tanto in tanto le ragazze passare con pizze fumanti, cuori ardenti di dolci donzelle.                ”Il nostro re ha indetto un concorso letterario e vuole che vi occupiate della cosa nel migliore dei modi”.
French: “Tu, Robirobi? Cosa ne pensi?”.
“Ci devo riflettere un attimo”.
Mentre Robirobi pensava, gli altri si gettarono sul salame, poi schiacciarono un pisolino. Quando si svegliarono Robirobi rispose: “Era meglio se facevamo i quattro dell’Apocalisse”.
“E lui?” disse French indicando il presidente. Egli, ritto sulla magica soglia di Tapirulan, stava ripetendo ai passanti le ingiurie che i generali erano soliti ricevere quando rientravano trionfanti in Roma. “Non tutti conoscono questi particolari della storia” diceva, ma i passanti gli rispondevano per e rime e talvolta si rischiava di venire alle mani.     “Presidente – lo interruppe French – se noi siamo i quattro cavalieri dell’Apocalisse, tu chi sei?”.
Il presidente avanzò a grandi passi verso di loro. “Io sono l’Apocalisse!”.  E così dicendo estrasse una margherita e procedette alla prima vera selezione dei racconti: lo scarto, non lo scarto. E i petali se ne volavano via insieme alle speranze dei concorrenti. I cavalieri, che non avevano fiori a portata di mano, defogliarono un banano, poi, accortisi che la materia prima iniziava a scarseggiare, si servirono per la conta di un numero primo a sei cifre.
Tra defogliazioni e fette di salame l’inverno cementò l’amicizia dei nostri, che in vetrina incrociavano le spade e cavalcavano biblici destrieri, sotto gli sguardi attoniti del mondo di fuori. Ma l’impresa letteraria si rivelò ardua. Da segnalare, al colmo della disperazione, una seduta medianica, durante la quale si richiamò lo spirito di Hemingway.
“Senti, Papa, non è che ti andrebbe di smazzarti almeno una parte di questa roba?”.
Hem chiese del daiquiri ghiacciato ma essi non poterono accontentarlo, tenevano solo birra e vino e rum, allora egli, offeso, sparì e insieme a lui tre copie di Bufanda e due di Cyclette.
Allo sciogliersi delle prime nevi, anche i cervelli dei nostri moschettieri scivolavano in limpidi rivoli verso i confini del mondo.
Il presidente, sfogliando riviste, recitò: Captus loci dulcedine, libellos meos et meipsum illuc transtuli”.
“Forte” disse Ufj.
“Sì, ma che ha detto?”.  “Io sono comunque d’accordo” disse Robirobi.
Enricorinco: “Se io fossi un regista, cosa che accadrà a mezzanotte in punto, vorrei una scena così: con il presidente che parla latino e noi quattro che gli rispondiamo in una babele di lingue”.
“Penso di avere lasciato il gas aperto” disse French.
“Come lo chiamiamo, il libro?” chiese Ufj.
Robirobi propose “Simone” ma nessuno era d’accordo.
“Bisogna continuare la tradizione esterofila” disse Ufj.
“Tre miei cugini, tre fratelli, hanno sposato delle sudamericane” disse Robirobi.
Il presidente lo sollevò di peso e lo sistemò in un angolino. “Riposati un po’, quando sarà il momento ti chiameremo”.
Il professore suggerì un titolo in sanscrito; Enricorinco, che era sempre molto avanti, un ideogramma. La discussione degenerò ben presto in rissa, le spade tintinnavano e sprizzavano scintille. Il presidente fece un affondo. Era stato calciatore, ciclista, mai spadaccino, così infilzò un incolpevole salame che nemmeno Hemingway aveva avuto il coraggio di portare via.
“Souvlaki!” esclamò.
“Si dice touché, eminenza”.
“Souvlaki” ripetè il presidente, ammirando il salame. “Uno spiedino. Questo, il nome del libro”.
“Che senso ha?” chiese Enricorinco.
“Lo stesso senso che abbiamo noi”.
Il racconto vincitore era appena stato scelto, ma senza una regola precisa, così, tanto per fare, quando qualcuno bussò alla porta. Era un vecchio con la faccia verde Hulk pallido, e la barba bianco pallido. Entrò e chiese:
“E’ un’agenzia di pompe funebri?”.
“Associazione culturale, prego” rispose French sussiegoso, con gli occhi socchiusi, la coda che tremolava al vento.
“Non ho mai sentito parlare di un’associazione culturale di pompe funebri. Posso iscrivermi? Così quando sarò morto saprete dove venire a prendermi, e mi reciterete un sonetto in morte di Laura, solo che io sono Franco”.
In cambio dell’iscrizione ricevette una copia omaggio del calendario duemiladieci. “Le occorrerà per cerchiare il giorno della sua dipartita” disse French caustico.
L’uomo ringraziò e chiese un daiquiri ghiacciato.
“Spiacenti – disse il presidente – a un’associazione come la nostra si confà solamente una modica degustazione di rosso”.
“Grazie di nuovo, comunque” disse il vecchio, e se ne andò e con lui con qualche segreto artifizio una copia di Bufanda, due di Res e Trenta senza lode, un fumetto più tettale che culturale.
“Ho trovato il colore del libello - disse French - è lo stesso colore della faccia di quell’uomo”.
“E la copertina?” disse Robirobi. “La vuoi fare con la barba?”.

...continua >>>

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [1 commento]

ma dei vapori d'oppio che copiosi eran diffusi dai condotti d'areazione neanche un accenno?

Guido | 10.05.2010  22:17 

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