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Tapirelax
14.06.2010
PER UNA CONSAPEVOLE NIENTEFACENZA
Autore: Zumba

Non fate niente. Mai. Quando non sapete se far qualcosa o non far niente, non fate niente. Ma anche quando siete sicuri che far qualcosa è una buona idea. Vi sbagliate. Non è una buona idea. Non fate niente. Mai. Se per caso siete obbligati a fare qualcosa fatela. Ma che sia una cosa piccola e di breve durata. Gli scienziati hanno ormai dimostrato che l’attività distrugge l’organismo. Fino a pochi anni prima si credeva il contrario, che fare molte cose aiutasse a preservarsi, a tenersi giovani. Poi si è capito che non era vero e la scienza ha preso la strada giusta. Questo grazie anche al fatto che si è alzata la cortina di fumo che copriva alcuni episodi illuminanti. Cortina creata ad arte da chi ama fare tante cose. Tra cui alzare cortine. Ad arte.
C’è un uomo che abita in Siria che ha centottant’anni. Indovinate un po’? Non fa nulla. Non ha mai fatto nulla. E’ sempre stato un gran pigro. E’ tutta la vita che sta seduto sul suo divano. Guarda la televisione tutto il tempo. O dorme. Legge pochissimo. Per i bisogni si è organizzato con delle bacinelle o dei secchi, non so. E’ diventato una celebrità nel suo paese. Volevano farlo sindaco, ma lui ha preferito declinare. Non è per cattiveria, è che la sola idea di trasferirmi in comune mi fa venire il mal di testa. Così ha chiesto a sua sorella di scrivere in una lettera per la popolazione. Ci sono rimasti un po’ male. Pare anche che gli avessero proposto di fare il sindaco da casa sua. C’era una legge siriana che glielo consentiva. O almeno così diceva uno. Uno dei saggi del paese. Lui ha fatto scrivere sempre a sua sorella che anche fare il sindaco da casa sua per lui era troppo. Era proprio la questione del fare il problema. Alla fine si sono rassegnati.
Ce n’è un altro che abita in Slovacchia, mi sembra, che ha fatto di meglio. Cioè di meno. Appena è nato ha cominciato a piangere molto forte perché non voleva uscire dalla sala parto. La mamma faceva finta di non capire. È mio figlio, è mio figlio, lo voglio, datemelo, è mio figlio, mica vostro. Urlava più forte del bambino. Medici e infermieri erano anche disponibili, perché tra l’altro un bambino in sala parto dava anche un certo impiccio. Era il bambino a opporsi. Strillava da farsi venire il vomito ogni volta che lo prendevano su dal tavolino sui cui l’avevano appoggiato appena uscito dal grembo. La mamma si è spaventata molto e dopo qualche mese di tentativi ha rinunciato. Si è rifatta una vita con un secondo marito. Il primo, il padre del bimbo, l’aveva ripudiata quando aveva visto che lei non insisteva a sufficienza per prendere il bambino. Che madre snaturata che sei, vergognati. Le aveva detto lui. Provaci te a prenderlo se sei capace. Aveva risposto lei. E lui poi ci aveva provato. Aveva preso di forza il bimbo e stava per scappare dalla stanza, ma il piccolo gli ha cacato addosso. Sulla manica della camicia. Il padre si è spaventato ed è caduto. Alcuni dicono che fosse un maniaco della pulizia. In particolare delle camicie. Ma non è detto. Si è anche fatto male alla spina dorsale. Il papà. L’hanno ricoverato nello stesso ospedale per quattro mesi, poi è andato via una notte. Di nascosto, pare. Il bambino invece non si è fatto niente. E non ha fatto niente. E’ rimasto lì. Si fa portare il cibo dalla mensa dell’ospedale. Quando poco tempo fa ha compiuto i trent’anni gli hanno fatto l’intervista al telegiornale. Dice che lì in sala parto ha tutto quello che gli serve e che non ha intenzione di uscire per nessun motivo. L’intervistatrice gli ha chiesto se non era interessato a farsi una vita sua. Lui sbadigliando ha detto che quella era per l’appunto la vita sua e di nessun altro. Lei ha insistito. Sì, ma le donne, voglio dire, sentirà l’esigenza. Lui l’ha interrotta dicendo se proprio vuole saperlo c’è l’ostetrica Ingrid che. Poi ha smesso di parlare perché parlare dal suo punto di vista è faticoso. L’intervistatrice ha aspettato un po’ per vedere se cambiava idea. Poi ha fatto un cenno all’uomo che reggeva la cinepresa e sono usciti.
C’è anche chi si spinge un po’ più in là. Il massimo è successo dalle parti del Cile. Una signora era al nono mese di gravidanza quando ha sognato come tante donne incinte fanno che suo figlio non sarebbe uscito da dentro di lei. E’ rimasta molto turbata per un paio di giorni, anche per via dei cambiamenti ormonali, poi si è dimenticata del sogno. Arrivata alla data teorica del parto ha aspettato i segni del travaglio, ma non sono arrivati. Dopo cinque giorni ha chiamato il suo ginecologo. Nuovamente turbata. Non si preoccupi signora alcune donne aspettano anche due settimane. Si è sentita dire. Ha riagganciato con una certa serenità. Dopo altri sei giorni ha chiamato il dottore. Dottore dottore siamo a undici giorni di ritardo d’accordo che qualcuna è arrivata a quattordici ma che ne dice di un controllino. Ha detto lei. Facciamo passare un altro paio di giorni poi casomai mi richiami. Le ha detto di rimando il dottore mentre beveva un latte di mandorla su di una sedia a dondolo. Costui, va detto, era della nostra scuola di pensiero. Non far nulla finché si può. Dopo di che, cercare di scoprire, ma senza affannarsi, se c’è la possibilità di continuare a non fare niente ancora per un po’. Se non c’è, fare il meno possibile e quasi vergognandosi per non aver trovato il modo di star fermi. Passati due giorni la signora ha richiamato il dottore. Il dottore si trovava ancora sulla sedia a dondolo e beveva questa volta un’acqua tonica. Adesso basta dottore siamo a tredici non voglio diventare un record del mondo venga subito qua. Così ha sbraitato al telefono. Il dottore stava per dire qualcosa ma la signora ha buttato giù prima. Aver risparmiato il fiato gli ha fatto piacere. Al dottore. Quello che l’ha innervosito invece è stato dover rinunciare a stare sulla sedia a dondolo e chiamare un taxi. Recatosi a casa della gravida il dottore ha fatto tutti i suoi controlli, dopo di che le ha dato il responso. Ancora il bimbo non è pronto per nascere, lo dicono i parametri. Non è pronto? No. Lo dicono i parametri? Già, lo dicono i parametri. Potrei andare in ospedale lo stesso, nell’attesa che i parametri dicano il contrario. Ha proposto lei. Glielo sconsiglio. Ha concluso lui mettendo lo stetoscopio nella custodia. Aspetti. Prima o poi i parametri cambieranno. Questo è accaduto l’anno scorso. I parametri non sono cambiati. Il dottore si reca dalla signora ogni settimana, sbuffando perché la signora ha il dono di chiamarlo sempre quando lui beve una bibita dissetante. Questi parametri allora? Continua a chiedergli la signora. Oramai non è nemmeno più preoccupata. Più che altro è curiosa. Tutto stabile per adesso, ma vedrà. Dice lui ogni volta. Ogni tanto lei pensa che il bambino sia morto, perché non lo sente più. Allora va in ospedale a farsi fare un’ecografia. Tutto regolare signora, le dice la dottoressa osservando il suo interno. E i parametri? Chiede lei. Stabili. Ah, va bene. Allora ripasso. Senz’altro signora, la aspettiamo. Ha scritto una lettera al giornale per raccontare la sua storia. La signora. Molti la ritengono una mitomane. Esibiscono fotografie che dimostrerebbero che la pancia è finta. Secondo alcuni sono foto false. La comunità cilena si è divisa. C’è anche chi dice che il dottore è in combutta con lei. Altri pensano che la combutta sia una faccenda troppo attiva per i parametri del dottore.
Questi comunque sono solo episodi, forse veri, forse falsi. E non ci toccano più di tanto. Quello che più conta, secondo me, è che ognuno di voi, come per esempio per la campagna di sensibilizzazione per il risparmio energetico, dia il suo piccolo contributo alla causa. E risparmi sul fare.
Quando per esempio vostra moglie, alla sera, vi dirà appena siete tornati dal lavoro vieni amore dammi una mano che dobbiamo spostare il mobile dall’altra parte della camera perché così guadagniamo in spazio e luminosità, quando vi dirà così voi limitatevi a guardarla. Non ditele che per quanto riguarda la luminosità ricordate di averla in passato accompagnata a comprare due lampade a stelo lungo. Anche se poi siete rimasti nel parcheggio ad ascoltare l’autoradio. Non ditele neppure che per quanto riguarda lo spazio le cose vanno bene così dal momento che in una camera più grande ci sarebbero più passi e più movimenti da fare. Non ditele neppure che avete il sospetto che una volta cambiata la disposizione ci sarebbe un’alterazione dell’equilibrio interno che imporrebbe un ulteriore cambiamento. E poi un altro. E un altro. Non ditele niente. Tutt’al più sorridete. Ma poco. Poi sedetevi. E basta.

ZUMBA [casamichiela@gmail.com]

 

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Commenti [3 commenti]

Bel titolo. Il racconto non l'ho letto, troppa fatica.

Andrea | 20.06.2010  12:36 

pensa quanti atomi di vernice dovresti ancora usare per finire il lavoro. anzi non pensarci che è un lavoro anche quello

Zumba | 16.06.2010  10:14 

oggi quando tornerò dal lavoro metterò subito in pratica i suggerimenti.
Per la cronaca, sto dipingendo il mio garage da aprile. E' ancora la prima mano. Ancora incompleta. E' lungo quattromila millimetri o giù di li, mica uno scherzo.

robirobi | 15.06.2010  13:01 

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