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Tapirelax
04.10.2010
ECHI DI CELLULOIDE - 14
'On revenge'
Autore: Matteo Fontana

[nota della redazione: informiamo in anticipo il lettore che l'articolo di Matteo rivela elementi essenziali della trama, ivi compresa una anticipazione sul finale del film]


“On Liberty”, s’intitolava un celebre saggio di John Stuart Mill (1859); “Man on Fire” (2004), s’intitola il film di Tony Scott sul quale ci accingiamo a spendere due parole; “On Revenge”, potrebbe intitolarsi il saggio tratto dal suddetto film, il cui sottotitolo italiano suona “Il fuoco della vendetta”, onde togliere ogni dubbio su quale sia la tematica-base: la VENDETTA, appunto, questa brutta parola bandita dal vocabolario delle società civili ed evolute, o comunque – nella migliore delle ipotesi – considerata segno di barbarie.
Diciamo subito che la parte migliore di questo “Man on Fire” (remake di un semi-sconosciuto film di tal Elie Chouraqui del 1987, dal titolo “Un uomo sotto tiro”) è proprio quella in cui viene proposto il confronto diretto col tema della vendetta, un confronto meno tenero ed edulcorato di quanto ci si sarebbe potuti aspettare da un regista come Scott, di solito piuttosto superficiale.
John Creasy è una figura della vendetta, vive d’odio e lo materializza con la gelida determinazione con cui tortura e uccide chiunque abbia preso parte al rapimento della piccola Lupita Ramos, della quale era il bodyguard. Fino ad un certo punto, il film è un discreto pugno nello stomaco: sembra non scegliere mai le soluzioni più facili, e si impernia su un protagonista (il sempre bravo Denzel Washington) mai del tutto simpatico o condivisibile nelle sue azioni.
Certo, la parte “formativa” con la bambina è scontata e prevedibile: Scott non è un regista particolarmente innovativo, sul piano tematico e narrativo. Oltretutto, lo stile dei suoi ultimi film (si veda anche il fastidioso “Domino”, del 2005) è mostruosamente sovraccarico, preda di un montaggio ormai fuori controllo, assai più vicino al videoclip che al cinema. Lungi da noi, dunque, difendere a spada tratta il minore dei fratelli Scott, autore di un cinema perlopiù superficiale e scontato.
Resta, a cui agganciarsi, giusto il tema (non facile) della vendetta, soprattutto negli USA e dopo l’11 settembre 2001. Anche lo Spielberg di “Munich” (2005) si è confrontato con esso, con risultati non del tutto convincenti, ma interessanti.
A livello narrativo, Scott compie una scelta indubbiamente giusta: quella di dedicare più di 45’ (su 140’ di durata totale) alla costruzione del rapporto tra Creasy e Lupita. Il film, in questo modo, rallenta e costruisce la tensione, una tensione sottile e persistente che non si stempera mai, neppure quando Creasy inizia ad eliminare ad uno ad uno i responsabili del sequestro. “Il perdono” – dice – “è una questione tra loro e Dio. Io mi limito ad organizzare l’incontro.”
La vendetta ha la caratteristica di avere sempre bisogno di giustificazioni, ma al contempo di essere INUTILE. Quando Creasy intraprende la sua missione vendicativa, è convinto che la piccola Lupita sia stata spietatamente uccisa dai suoi rapitori. E allora quale reazione si può avere, se non la contrapposizione della violenza alla violenza? Per tutta la prima parte, il film – pur nella “schizofrenia” dello stile, troppo ricco di tagli e di ammiccamenti – è vibrante e solido, un buon action più cupo della media, che sembra voler mettere lo spettatore di fronte ad un personaggio che dovrebbe essere il “buono”, ma che uccide soltanto per soddisfare la propria rabbia cieca, alla ricerca di una giustizia del tutto personale, unilaterale e dispotica.
Peccato che Scott finisca per compromettere tutto questo discorso con un finale a suo modo consolatorio e privo di mordente: la bambina, in realtà, si scopre essere ancora viva e Creasy può riaverla se decide di sacrificare la propria vita. E qui non ci siamo. Scott rovina tutto conferendo alla vendetta una sorta di MOTIVAZIONE. Il fascino di Creasy risiedeva nel fatto che egli non stava svolgendo un’indagine (cosa vista mille volte) bensì una sistematica ricerca di “chiunque abbia tratto profitto dal rapimento”; una ricerca volta ad uccidere, a punire, a fare vendetta.
Ma Tony Scott non porta mai alle estreme conseguenze le sue riflessioni. Per questo non si può considerarlo un Autore completo. Bisogna necessariamente continuare a considerarlo un buon tecnico, uno che conosce il suo mestiere ma che ha seri limiti circa la struttura concettuale dei film che fa. Non è che gli manchi uno stile, intendiamoci: può piacere o meno, basato com’è sul bombardamento dello spettatore con suoni e immagini e su un montaggio rapidissimo, ma uno stile Tony Scott ce l’ha. E quando questo stile è in linea con la materia della narrazione (ad esempio in “Nemico pubblico”, 1998; ma anche in quello strano film che è “Déjà vu”, 2006) il risultato non è per niente malvagio. E’ quando non c’è alcun motivo per bombardare lo spettatore che l’ipertrofia scottiana risulta fatalmente una scappatoia, il rifugio nell’azione fine a sé stessa per il venire meno delle idee propulsive. L’impressione è che “Man on Fire” faccia un po’ questa fine, divorato dal suo stesso stile, reso inoffensivo, disinnescato da un finale furbetto e accomodante.
Peccato, perché la prima parte prometteva assai meglio, e con pochi e semplici tocchi Denzel Washington aveva costruito un personaggio capace di sfuggire agli stereotipi del genere (Creasy non mente sui suoi problemi con l’alcool e non si presenta affatto come macho in cerca di riscatto, anzi si ritiene “un uomo finito”). Resta l’interessante rappresentazione del tema della vendetta, la cui unica motivazione è l’offesa subita, e il cui scopo non è (almeno inizialmente) il ritrovamento della bambina rapita, che si crede morta, bensì la distribuzione di ulteriore sofferenza come “rimedio” alla propria. Una motivazione fondamentalmente egoistica, una raffigurazione della vendetta pura e diretta, senza abbellimenti o mediazioni.
Senza questa cieca volontà di vendetta, che non può portare a nulla se non ad altro sangue versato, il film torna ad essere uno dei tanti action “a fine definito”, nei quali l’eroe ha un preciso obiettivo da centrare e immancabilmente lo centra.
Il saggio sulla vendetta di Tony Scott resta dunque un’opera incompiuta, cui manca il coraggio di dire fino in fondo quello che un Peckinpah avrebbe senz’altro detto con ben altra durezza e determinazione: ovvero, che la predisposizione alla vendetta (e, tout-court, alla violenza) è dentro di noi, fa parte dell’essere umano esattamente come la capacità di amare e di provare sentimenti (quello che anche Scott sembrava voler esprimere delineando il rapporto tenero tra Creasy e Lupita).
“On revenge” by Tony Scott: opera incompiuta. Per qualche ragguaglio in più sul tema, si consiglia piuttosto il recentissimo Johnnie To di “Vendicami” (Vengeance, 2010).

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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