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Tapirelax
11.01.2011
DI MAGRO
Autore: Robirobi

Non sapevamo cosa fare, pioveva, ma non avevamo voglia di rimanere a casa.
"Portami a cena fuori, dài. Sono tre anni e sette giorni che non usciamo a cena".
Controllai nell'archivio delle agende. Tengo in archivio gli ultimi dieci anni, tanto per avere un alibi se mi chiedessero: dov'era lei il tre maggio di quattro anni fa alle ore 18?
Aveva ragione mia moglie. Lei non aveva bisogno di agende, ricordava ancora ogni giorno fin dalla sua infanzia.
Porscia voleva un locale alla moda, così la portai all' "Inedia". Me ne avevano parlato bene, il posto era molto pulito, il servizio impeccabile e non era necessaria la prenotazione.
"Buonasera, signora e signore" disse un damerino nero che attendeva dietro la porta, in penombra. Feci un piccolo salto. Il damerino sorrise e mi invitò a seguirlo con la mano guantata.
Feci accomodare Porscia. Si guardò intorno, sembrava apprensiva. "Che brutti quadri, fanno passare la fame". Aveva ragione, agonie e penitenze non erano le benvenute in un posto di piaceri fisici.
Non passò un minuto, credo. Un damerino bianco comparve da sotto il tavolo, non so, ad un tratto era lì e basta. "Il menù, signori".
Avevo visto tanti menù in vita mia, eccetto gli ultimi tre anni e sette giorni, s'intende: poesie sui tovaglioli, scritte cinesi, numeri al posto di parole: mi dia un quattro e un contorno di due. Piatti in latino, non ancora.
Volevo ordinare anche per lei, come avevo visto talvolta nei film. Mi sembrava una decisione da uomo, violenta, ma da uomo. Però ero disorientato, e chiesi informazioni su piatti quali "parva cum laude" e "ventus bucolicus". Il damerino bianco fece una smorfia fra l'imbarazzato e l'offeso. "Non è nostro costume parlare al cliente delle nostre portate, ma vi assicuro che nessuno si è mai lamentato né del troppo sale, né del troppo zucchero, né del troppo cotto, né del troppo crudo, né del troppo, né del poco" (vero, ne avevano parlato sempre bene gli amici, sorridendo maliziosi).
Ordinammo due "virtus in medio" di primo. Porscia voleva ordinare anche il secondo, ma le consigliai di andarci piano.
Non passò un minuto, che un damerino in completo rosso ci portò due piatti decorati in oro zecchino. Vuoti.
Lo guardai. Il damerino si scusò, e tornò con due cucchiai capienti e tozzi. Lo guardai di nuovo, con apprensione.
"Dipende dal piatto, signore. Per esempio lo "stultus" si assapora con i bastoncini cinesi". Con passo clownesco, a metà fra una danza e un capitombolo, si allontanò veloce verso la cucina, se esisteva una cucina.
Porscia era imbarazzata. "E se lo mangio con le dita?".
Le diedi un'occhiataccia che la fece arrossire. Preso quel cucchiaio che sembrava una pala, si mise a frugare nel piatto, quasi vangando, e di tanto in tanto sollevava dalla ricerca gli occhi affaticati per contemplare sul muro alle mie spalle Marat che moriva nella vasca.
Nella sala erano presenti poche persone, tutte concentrate sul loro piatto. Una signora molto distinta, accanto a me,  prese a contorcersi sulla sedia, in preda a una furia orgasmica, o a un attacco epilettico, o forse era posseduta dal demonio. Il cameriere accorse con un bicchiere vuoto, lei bevve e si tranquillizzò.
La signora mi guardò con gli occhi rossi, spalancati, tenendo premuta una mano sul petto. "Santo cielo, quando va un boccone di traverso sembra di morire".
Quando ripassò il cameriere rosso gli chiesi lumi sul modo di affrontare un cibo così esotico.
"Con il pensiero, signore".
Per secondo chiedemmo qualcosa di meno sofisticato.
"La casa le consiglia una "confessio". E' un piatto audace, e offre notevoli spunti di discussione".
Ordinai per due. Ancora.
Mia moglie giocò a indovinare. Non si trattava di selvaggina, non di verdura, era qualcosa in grado di purificare l'organismo e di gratificarlo per un certo tempo.
Arrivò il cameriere. "Hai visto giusto" le dissi.
Ci mise sotto il naso due piatti blu, lucidi e vuoti come il nostro stomaco, ma riscaldati. Usammo un mestolino di rame, che dava alla pietanza un sapore vagamente acido.
Alzai lo sguardo. Alle spalle di Porscia, Gesù, su una tela gigantesca, mi guardava porgendomi il calice. Avrei giurato che era vuoto.
"Ordino del vino?".
Uscimmo per strada, non c'era nessuno. Nemmeno le ombre e le coppie, che di solito si attardano. Non c'erano che lampioni fiochi, non c'era che nebbia sospesa e incerta. Quel biancore mi ricordò la consistenza dei cibi nei piatti decorati d'oro.
Aspettavo che lei mi dicesse qualcosa, ma era rimasta vuota. Ero vuoto anch'io, la testa non conteneva più niente. Forse era questo il pregio del ristorante, ristorare lo spirito così da provare distacco una volta tornati nel mondo.
"Ho fame" disse Porscia.
Entrammo in un posto buio, con i lampadari bassi e la gente svogliata seduta di traverso sugli sgabelli.
Ordinammo un pezzo di pizza e della birra scura.
"Abbiamo la pizza "sancti spiriti", al salamino, o la pizza "maxima culpa".
Prendemmo due maxima culpa: una montagna di verdure sovrastate da cipolla croccante.
"Avremmo potuto ordinare entrambe" osservai.
"Oggi è il giorno delle ceneri, amore, dimentichi che si mangia di magro".
Impossibile dimenticarlo.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [1 commento]

Si fanno tintinnare bicchieri vuoti come piatti con il bordo di un cucchiaino per attirare l'attenzione, poi si dice: bravo

Zumba | 17.01.2011  09:48 

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