Tapirelax
29.11.2010
ECHI DI CELLULOIDE - 15
Il cupio dissolvi di Jason Bourne
Autore: Matteo Fontana

Il cupio dissolvi di Jason Bourne
Annotazioni sulla trilogia-Bourne e sullo spy-movie post-moderno
(articolo pubblicato su "La lanterna di Born" n. 4 fascicolo 18-22 di ottobre 2008)

Se “The Bourne Identity” (Doug Liman, 2002) fosse rimasto figlio unico, vale a dire film a sé stante privo di due sequels, probabilmente l’avrei sepolto nella memoria come esempio quasi insignificante di action/spy story, film di discreta fattura che però non apporta grande novità nel panorama del genere cui appartiene. Il vero grande rifondatore dell’action di sponda americana è Michael Mann, indiscutibilmente, con titoli come “Heat”, “Collateral” e il coraggioso “Miami Vice”. Doug Liman non è Michael Mann: la sua regia è pulita, ordinata, persino efficace, sicuramente consapevole, ma lontana anni luce dal genio. Niente di male. Nessuno può essere incolpato di non essere un genio, casomai (ma non è il caso di Liman) di atteggiarsi come tale.   
Dicevo, “The Bourne Identity” si presentava come un action divertente. Movimentato, asciutto, dalla regia non troppo impostata ma neppure sgrammaticata. Un’opera, in definitiva, il cui vero punto d’interesse consisteva nell’essere l’adattamento contemporaneo di un vecchio romanzo di Robert Ludlum. Questo genere di adattamenti é particolarmente interessante per la necessità di “traduzione” tra due tempi diversi che esso richiede. Un caso molto celebre, da citare sicuramente, è quello di “Eyes Wide Shut”: una novella di Arthur Schnitzler d’inizio Novecento ambientata a Vienna diviene un film di fine Novecento ambientato a New York!
Il caso di Bourne, pur non presentando estremi temporali e spaziali così lontani, è altrettanto interessante, poiché il genere action è tra quelli che maggiormente sentono lo spirito dei tempi. Parliamoci chiaro: un conto era scrivere un film di spie in epoca pre-internet e pre-telefonia mobile, e un conto è scriverlo oggidì! Cambia semplicemente tutto. E non è il caso di gettarsi a fare esempi per dimostrarlo. Si pensi a come si è evoluto un personaggio come James Bond, che già era considerato “tecnologico” ai suoi esordi, con la super-macchina lancia-missili o i vari strumenti che il sagace “Q” preparava, in ogni episodio, all’agente segreto. Il Bond anni ’90 e, più ancora, d’inizio XXI secolo, è iper-tecnologico, ha (per usare un bruttissimo verbo) implementato tutte le possibili diavolerie tecniche per il rilevamento di posizioni, per l’intercettazione di messaggi, eccetera… E’ impensabile che un settore come lo spionaggio resti indietro tecnicamente, ed è altrettanto impensabile che possano avere successo, in questo particolare genere, dei film “retrò” che rifiutino il progresso dei mezzi di comunicazione. L’esempio è sempre il caro vecchio Bond: si è deciso, in sede produttiva, di farlo avanzare coi tempi, tanto che bisogna parlare per forza di diverse “maniere” del personaggio, più che di una “carriera” unica che lo conduca dagli anni Sessanta in cui è nato ad oggi. In questo, è corretta ed emblematica la scelta di azzerare la memoria del personaggio con l’avvio dell’era-Daniel Craig: “Casinò Royale” racconta la prima missione di James Bond, quella che gli frutta il doppio zero nella sigla, ovvero la licenza di uccidere. E’ l’ennesima e consapevole rinascita di un personaggio che, per com’era concepito anche solo negli anni, ’90, non è più proponibile.
Torniamo al nostro Jason Bourne. Cosa può aggiungere egli alle considerazione velocemente svolte sin qui? Anzitutto, è evidente sin dal titolo del primo film che sia proprio il personaggio a catalizzare l’attenzione, con l’irrisolto problema della sua identità. Egli è una sorta di arma letale che vaga per l’Europa senza memoria, braccato da chi lo teme come da chi l’ha “creato”. Una scheggia impazzita del sistema, insomma, un uomo che non ha ricordi e che perciò non ha una storia, non ha un passato. La ricerca del quale lo porta di città in città, di agguato in agguato, a riscoprire le sue fenomenali capacità strategiche e di combattimento. Capacità che, proprio in quanto possedute senza spiegazione, non lo elevano mai al rango di eroe intenso in senso di personaggio positivo (nessuno ci dice che egli si battesse per nobili ideali, anzi si sospetta fin da subito il contrario). Bourne è un personaggio inquietante, un camaleonte ormai incapace di camuffarsi, un uomo dalle mille identità tutte fasulle, tutte equivalenti (si pensi alla bellissima sequenza della banca, nella quale egli si trova di fronte decine di passaporti con la sua foto e nomi diversi!). In questo senso, l’interpretazione fredda e distaccata di Matt Damon è perfetta: mai troppo simpatico, il personaggio non diviene un James Bond smemorato (come impropriamente qualcuno ha scritto), non si abbandona a battute o a conquiste femminili. Resta anzi scostante, difficile. E la macchina da presa di Liman, coerentemente, non “ripulisce” il film conferendogli una patina di stabilità, ma inquadra per lo più a mano, in modo mosso e nervoso, come se non fosse così affezionata al suo personaggio, come se non potesse restituire di esso un’immagine sicura, stabile, definitiva. Film lungi dall’essere perfetto, “The Bourne Identity” si salva giustappunto grazie a questi dettagli, grazie alle inquietudini che, pur rimanendo nell’ambito del genere, riesce ad instillare nello spettatore. E, infine, per il succitato problema dell’IDENTITA’, su cui non solo il primo episodio, ma l’intera trilogia è basata.
Problema quanto mai attuale, soprattutto nel panorama del cinema americano. Who was I?, “chi ero io?”, annota Bourne su uno dei taccuini che riempie incessantemente di nomi, date, eventi, ritagli di giornale, nel tentativo di ricomporre le disiecta membra del suo passato. Perché tutto, a frammenti, gli torna in mente: luoghi, volti, persino accadimenti. Ma su tutto incombe la grande incognita della sua identità. E’ come se egli si chiedesse: che ruolo ho ricoperto io in questi fatti che ricordo solo impersonalmente? L’identità finisce per coincidere con la FUNZIONE del personaggio. Quel “who was I?” non è da intendersi in senso anagrafico (un nome in fondo vale quanto un altro) bensì a livello caratteriale, fors’anche spirituale! Vale: per chi mi sono battuto? A chi obbedivo? Da quale parte stavo? (Domanda, questa, che in un film di spie ha il suo senso, se permettete!).  Allora, il personaggio di Jason Bourne, al di là della riuscita o meno dei singoli film della saga, è una perfetta rappresentazione dello spaesamento nel mondo contemporaneo, dell’impossibilità di separare il bianco dal nero. Il suo interrogarsi sulla propria identità equivale all’interrogarsi sul proprio agire, perché da una cosa dipende l’altra. Chi si è equivale a cosa si fa. E nel suo presente, Jason Bourne agisce per riflesso condizionato, niente di più. Egli fa quello che sa fare, senza sapere come l’ha imparato e perché. Una bella scena del primo film della serie vede Bourne e Marie, la ragazza che lo aiuta a raggiungere Parigi, seduti in un autogrill. Lui dice: “La prima cosa che faccio entrando qui è assicurarmi una visuale e localizzare l’uscita. Non so chi sono, ma so che a questa altitudine posso correre per 700 metri prima di mettermi a tremare.”
Jason Bourne SA delle cose , ma non sa a chi appartengono quelle competenze. In questo, egli è il grado zero del mestiere di killer, di più, è l’immagine spettrale del killer. Jason va avanti alla Cartesio, “come se…”, prendendo per buone delle condizioni transitorie di consapevolezza, perché non ne ha altre. Ecco che, come si diceva, la trilogia Bourne acquista statura e restituisce un’immagine instabile del mondo, un’immagine malsicura come la macchina da presa di Liman e più ancora di Paul Greengrass (il regista dei due successivi episodi), che trema e oscilla, spesso, anche nei campi-controcampi delle scene dialogiche. Per questo direi che si può parlare di una trilogia stilisticamente assai compatta, quasi un’opera unica tripartita (come dimostra anche l’ottimo interlacciamento di sceneggiatura tra il secondo e il terzo episodio) il cui tema portante è la perdita di centro, lo spaesamento dell’esistenza nel mondo contemporaneo.
I film della trilogia Bourne vanno al di là dello spy movie ludico (007 et similia). Essi si propongono, con elevata ambizione non sempre seguita da adeguata realizzazione, è vero, di fare dello spy movie il genere con cui leggere l’inquietudine portante del contemporaneo, di un mondo che cambia e si evolve ad una velocità pazzesca e che è sempre più dominato dalla comunicazione in tempo reale, dall’efficientismo e dal controllo sull’individuo. La “Bourne Trilogy”, pur più compatta della media nell’ambito del suo genere, nel quale spesso il sequel non è altro che il pretesto per il ritorno del personaggio protagonista o meglio, dell’attore di grido (si pensi alla serie “Mission: impossibile”!), correva comunque un rischio terribile, sotto il punto di vista per così dire “filosofico”. Fare di Jason Bourne l’inconsapevole strumento (in fondo “buono”) di una consapevolissima struttura (la solita CIA, in fondo “cattiva”) sarebbe stato un clamoroso autogol! Avrebbe dissolto tutta l’inquietudine generata dal terribile progetto Treadstone giustificandola col solito lavaggio del cervello. Questo sottotesto c’è ed è giusto che ci sia, ma per fortuna non diviene mai dominante, insomma il personaggio non viene dato in pasto all’indignazione facilona dello spettatore, ma mantiene un suo “cuore nero” innegabile (in fondo, si è presentato volontario per diventare un killer al servizio del suo Paese).
Bourne non è l’innocente perseguitato di tanti capolavori hitchcockiani, non è il “wrong man” di tanta tradizione noir, quello insomma che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, bensì un (ex?) colpevole che vuole scoprire (ovvero: ricordare!) le proprie colpe. Proprio questo percorso a ritroso nella colpa è la cosa più apprezzabile della trilogia, il dettaglio che la eleva al di sopra del comune action spettacolaristico. Anche perché non c’è rivalsa e non c’è vendetta. Jason Bourne, l’uomo dalle mille identità di cui nessuna sicura, aspira solo alla ricomposizione della sua identità in una storia unica, univoca e reale, e ad una dignitosa uscita di scena. Alla fine del terzo film della saga, “The Bourne Ultimatum”, Jason ritrova l’edificio newyorchese in cui aveva subito l’addestramento. Lì è nata la sua identità multipla, “qui è cominciato tutto e qui deve finire”, dice. FINIRE: c’è un velo di cupio dissolvi nell’uso di questo verbo. Jason non vuole rientrare nell’agenzia, non vuole scuse e non vuole risarcimenti: vuole sapere, riconnettere le parti della sua storia. In questo senso, la chiusura del terzo e ultimo episodio è più che corretta, era addirittura l’unica possibile. Nessun buen retiro per l’agente dalle mille avventure (come spesso negli spy movies ludici), nessun happy end sperticato per questo personaggio cupo e contrastato, ma un tuffo nelle nere acque dell’Hudson e un sottile accenno di rinascita in quella nuotata subacquea che porta il personaggio stesso a perdersi nel nero, nell’oscurità, a scomparire, finalmente ricomposto e quindi senza più alcuna funzione narrativa. Il cupio dissolvi si compie nella riacquisizione della vera identità che coincide, giustappunto, con la sparizione definitiva. In questa storia anomala (e così contemporanea!) di spie il McGuffin (*) non è più una valigetta dal contenuto misterioso, un apparecchio in grado di decrittare qualsiasi codice o una bomba atomica sottratta dal folle di turno; no, il McGuffin è il personaggio stesso! Bourne cerca se stesso nello specchio ingannatore del mondo che lo circonda.
Spy story senza centro (un po’ come già era il bellissimo e anticipatore “I tre giorni del Condor”, Sidney Pollack, 1975), la Bourne Trilogy si concentra giustamente sul suo personaggio protagonista, scheggia impazzita di un’operazione (Treadstone) che non esiste più, virus che infetta il sistema dall’interno (si pensi alle belle sequenze nell’ambasciata a Zurigo e nel consolato a Napoli). In questo, la trilogia Bourne è squisitamente post-Guerra fredda: non si combatte più contro un nemico esterno, ma contro qualcosa che è germinato all’interno, qualcosa che, per dirla con Freud, rivela ciò che sarebbe dovuto restare nascosto. Jason Bourne è una rappresentazione tanto del perturbante quanto del rimosso. Ma il rimosso di chi? Ora non esageriamo. Io non me la sento di rispondere: “Dell’intero mondo occidentale!” Non credo che Liman e Greengrass volino così alto! In fondo, si tratta di tre buoni film di genere impreziositi da un’indubbia capacità (comune a tanto cinema americano) di cogliere le inquietudini e lo spirito dei tempi. Allora forse è proprio il rimosso del tempo presente che il camaleontico  Jason Bourne alias David Webb veicola così bene, il rimosso di un “tempo di mezzo” che galleggia tra i relitti a volte rimpianti della Guerra Fredda e le avvisaglie, o le prime battaglie, di una ipotetica Guerra Totale (il pensiero va all’11 settembre, of course…) che è, oggidì, il vero “spettro che si aggira per il Mondo”.

(*) A chi fosse a digiuno di “filosofia hitchcockiana”, ricordiamo che Sir Alfred, il grande  teorizzatore della suspence e del noir moderno, indicava col simpatico nomignolo “McGuffin” l’elemento in grado di innescare la ricerca (ovvero la suspense…), fosse un qualche marchingegno spionistico dalla funzione più o meno identificata oppure, anche, un elemento del tutto “ipotetico”, sufficiente in sé a giustificare la lotta per ottenerlo (ricordate la valigetta di Pulp Fiction, il cui contenuto rimane misterioso, non ricoprendo alcuna importanza nell’economia narrativa del film?). Il McGuffin nella trilogia Bourne…è Bourne stesso, la sua identità, la sua ricerca.

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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Commenti [1 commento]

Sticazzi che articolo!! Compliments davvero! completissimo e molto chiaro, a me poi i tre film sono piaciuti un sacco e mi ha fatto piacere leggerne...

Kris | 01.12.2010  00:42 

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