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Tapirelax
17.01.2011
ECHI DI CELLULOIDE - 16
Dio perdona, Tarantino no!
Autore: Matteo Fontana

(Articolo pubblicato su "La lanterna di Born" n. 6 fascicolo 36-40 di aprile 2010)

Quentin Tarantino, si sa, è un regista “rischioso”, nel senso che è in grado di alternare a capolavori conclamati come “Pulp Fiction” (1994) lavori imbarazzanti come “Grindhouse” (2007), o non pienamente convincenti come il bipartito “Kill Bill” (2003-2004). Enfant prodige fin dal suo folgorante esordio (“Le iene”, 1992), Tarantino persegue ostinatamente un cinema che fa del citazionismo e della contaminazione la sua principale cifra stilistica. Ovviamente, questo modo di fare cinema – come scritto in tante occasioni – si espone ad un rischio evidente: quello de manierismo. E Quentin nella maniera ci è già caduto più volte, l’ultima con l’impresentabile “Grindhouse – Death Proof”, sorta di barzelletta doppia e tirata per le lunghe. Oltretutto, le recenti e francamente un po’ esagerate lodi nelle quali si è profuso il nostro nei riguardi di certo cinema italiano anni ’70 fanno pensare, e inducono a guardare con (pur benevolo) sospetto il suo lavoro.
La frequentazione assidua della “Blaxploitation” aveva prodotto il non perfetto ma interessante “Jackie Brown” (1997); il kung fu movie aveva portato a quell’oggetto attraente e furbo che è “Kill Bill”; cosa sarà mai questo “Inglourious Basterds”, anticipato da indiscrezioni su una trama divertitamente contro-storica e da un titolo volutamente gergale, “sporco” e di bassa ambizione?
Ebbene, “Inglourious Basterds” è la sorpresa che non ti aspetti, è la contaminazione finalmente riuscita, senza se e senza ma, tra generi e stilemi. Tarantino è mai stato un regista puramente “drammatico”? Neanche per idea. Né è mai stato un regista propriamente commediole, o d’azione, o horror, o thriller… Tarantino è ed è sempre stato INTERGENERICO, e in questo risiede la sua fondamentale essenza post-moderna. Come i Coen, Tarantino attraversa i generi, li usa e li piega con una sapienza cinematografica indiscutibile; la differenza è che mentre il lavoro dei Coen non prescinde mai (o quasi mai…) dal contenuto, quello di Tarantino vi prescinde sempre (o quasi sempre…), finendo troppo spesso per accontentarsi del lato ludico del fare/proporre cinema.
Con questo sgombriamo il campo dal Tarantino precedente e vediamo perché, a modesto parere di chi scrive, “Bastardi senza gloria” funziona, principalmente come meccanismo (meta)cinematografico.
Tarantino – contrariamente ai succitati fratelli Coen – ha un modo peculiare di raccontare, che era già ampiamente visibile in “Pulp Fiction”. Egli divide tutto in UNITA’ NARRATIVE (spesso con tanto di titoli e divisione in capitoli) di notevole solidità, che rimandano l’una all’altra, si intrecciano o si sovrappongono fino a strutturare l’intera caleidoscopica narrazione del film. “Pulp Fiction” era tripartito, ma era anche anulare grazie alla cornice rappresentata dalla rapina nel diner di Tim Roth e Amanda Plummer; “Kill Bill” era rigorosamente diviso in capitoli, come anche “Bastardi senza gloria”. Ogni capitolo è fondamentalmente un piccolo film a sé stante, controllatissimo nei tempi e nei ritmi, e spesso caratterizzato dall’unità di luogo (vedi il primo capitolo, interamente ambientato nella fattoria dei La Padine).
Così facendo, Tarantino rinuncia in partenza alla fluidità (e alla fluvialità) narrativa, in favore di un racconto sincopato che segue sino all’ultimo ogni situazione rappresentata. Più che un gioco di incastri, assistiamo ad una giustapposizione di “momenti forti” che fanno leva sugli stilemi consolidati del film di guerra e dello spaghetti western per costruire una sorta di parodia della Storia (prima ancora che una contro-storia) che, paradossalmente, riesce a dire cose non banali sulla Syoria stessa della Seconda Guerra Mondiale.
La caratteristica della CARICATURA, infatti, è quella di estremizzare e sottolineare i tratti salienti dei personaggi presi di mira. Hitler, Goebbels, ma anche Churchill, sono palesi caricature nel film; e lo stesso Aldo Reine interpretato da Brad Pitt è la caricatura (meta)cinematografica di tanti personaggi eroici da “war movie” (a partire dal Lee Marvin di “Quella sporca dozzina”). Perché “meta cinematografica”? Lo vedremo alla fine, se avrete la pazienza di leggermi ancora per un po’…
Uno dei modelli dichiarati di “Inglourious Basterds” è “Quel maledetto treno blindato”, film di Enzo Castellari del 1977. Il cameo riservato da tarantino allo stesso Castellari è lì a dimostrarlo. La riflessione tarantiniana, dunque, prende sempre le mosse dal cinema preesistente, e in particolare dal cinema di genere, meglio ancora se “di serie B”. Modelli “bassi” che Tarantino fieramente riprende a ai quali ammicca (come in “Kill Bill” con kung fu movie) con la sua messa in scena “alta”, ovvero di elevata qualità attoriale e tecnica.
La differenza è nel “tiro”! Infatti, mentre “Kill Bill” (e più ancora “Grindhouse – Death Proof”) fa la parodia di un genere che era già parodia di sé stesso, e si esaurisce fondamentalmente nell’esercizio di stile e nella maniera, “Bastardi senza gloria” riesce ad elevare il discorso prendendo il B-movie come punto di partenza, ma non di arrivo.
Il discorso tarantiniano, insomma, è sempre meta-cinematografico, ma la riflessione parodistica sulla Storia che il regista compie in questo suo ultimo film è tutt’atro che disprezzabile e, per così dire, mette carne sullo scheletro del meta-cinema e toglie auto-referenzialità alla regia. E’ come se il film acquistasse una dimensione – che potremmo chiamare “profondità” – che nemmeno il pur riuscito “Jackie Brown” possedeva. Il ragionamento sul cinema (emblematico che l’attentato a Hitler venga progettato proprio in una sala cinematografica) non si pone limiti di senso, pur senza mai farsi puro gioco intellettuale. Se “una risata vi seppellirà” (celebre slogan anarchico ottocentesco), allora vale anche: “un film vi brucerà”! La cinefilia tarantiniana, altrove pretestuosa, si salda qui in un divertito/divertente gioco anti-storico: l’incendio, al cinema, parte da dietro lo schermo, ed è proprio dallo schermo che Shoshanna attua la sua vendetta, proiettando la propria immagine irridente e fiera. Un’immagine (cinematografica) che “sopravvive” alla sua stessa protagonista, dando corpo se vogliamo ad un altro celebre detto: “il cinema è la morte al lavoro”…                   
Giocando sapientemente con le aspettative del suo pubblico, ed evitando di soddisfarle tutte (vedi la liason che non riesce a nascere tra mademoiselle Mimieux/Shoshanna e il soldato tedesco Frederick Zoller), Tarantino riflette anche sugli stilemi del “war movie”. Se la maggior parte dei film sulla seconda Guerra Mondiale, più per political correctness che per altro, si sforzano di mostrare anche dei “nazisti dal cuore buono”, non così fa Tarantino: tutto cade sotto la sua violenta e sbandierata iconoclastia, altrove assai programmatica, qui un po’ meno… Non per niente, l’alter ego del regista è facilmente individuabile ne “piratesco” personaggio di Aldo Reine, improbabile vietcong americano nella Francia occupata del 1944. 
La squadra dei “Bastardi senza gloria” è insomma la rappresentazione della ritrovata irriverenza di un regista che alle proprie “icone” non rinuncia mai, ma che sa altresì andarvi oltre. La scena in cui il perfido colonnello Hans Landa (un bravissimo Christoph Waltz, premiato con l’Oscar) smaschera il doppiogioco dell’attrice Bridget von Hammersmarck per mezzo di una scarpa unisce il luogo tutto tarantiniano del feticismo per i piedi femminili ad una mirabolante e divertentissima rilettura nientemeno che della favola di Cenerentola! Una cenerentola al contrario, che finisce selvaggiamente strangolata, in quel massacro senza pietà (e senza gloria) che il ghignante Tarantino orchestra nel suo 1944 parodistico.
E allora poco importano gli anacronismi e le facilonerie storiche, perché Tarantino non vuol mostrarci come sarebbero potute andare le cose “se…”, ma piuttosto svelarci il lato ridicolo e assurdo della Storia, paragonabile appunto ad un B movie, coi suoi “bastardi senza gloria”, coi suoi allegri massacri e con le sue improbabili pantomime. In questo senso, tutto il film è un anacronismo (nel suo stesso stile, che evita gli scimmiottamenti “d’epoca” presenti invece in “Grindhouse”), come è anacronistico il film di Goebbels sull’impresa del soldato Zoller (che a giudicare dal ritmo sembra un action moderno, e dei più adrenalinici!).
E a buon titolo, la frase finale di Aldo Reine, che incide la svastica come da sua abitudine sulla fronte di Hans Landa, si presta alla immediata interpretazione meta-cinematografica come il suggello (la sphragìs, suvvia) di Tarantino stesso, novello “Sartana” o “Django” del cinema – o di UN cinema – consapevole (questo sì) del suo posto nella Storia: “Questo potrebbe essere il mio capolavoro.”

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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