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Tapirelax
07.12.2010
MUSIC CORNER - 31
Fuck!
Autore: UfJ

Era un annetto fa, circa. Dicembre 2009 o giù di lì. Un amico aveva insistito parecchio per tornare a vedere quei trapassati remoti del rock che prendono il nome di Deep purple. Per me sarebbe stata la sesta o la settima volta. Io veramente non volevo andarci. Avevo paura di contaminare certi bei ricordi. Però alla fine accettai. Decisi che si meritavano la mia personale estrema unzione, quei cinque. Avevo il dovere di somministrargliela di persona.
Entrammo nel Forum che stava suonando la band di supporto. Guardai il chitarrista. Aveva una faccia nota. Di solito tre concerti metal su dieci mi trovo come supporto quei segaioli dei Corrosion of conformity. Ero sicuro che quelli sul palco non erano i Corrosion of conformity. Era un buon inizio.
A parte il chitarrista con la faccia nota, c’era un tastierista coi boccoloni e la faccia da tastierista metal. Aveva una vocina acutissima tipo power metal. Vuoi vedere che mi sto cuccando robaccia tipo i Labyrinth, gli Iced earth o che so quei metalmeccanici dei Symphony X? Rimasi ad ascoltare. Il pezzo era in inglese. Non mi diceva niente.
Alla fine del pezzo il chitarrista con la faccia nota salutò il pubblico con un italiano praticamente perfetto. Concluse con: “Questa non c’è neanche bisogno che ve la presento”. Perfetto a meno dei congiuntivi, s’intende.
Il pezzo aveva un riff familiare e anche la melodia e ora che ci penso anche il testo lo sapevo a memoria. Era C’è chi dice no di Vasco, lui era Maurizio Solieri e, credetemi sentirsela cantare in versione power metal, insomma... avessi avuto un oggetto di ferro l’avrei tirato sul palco ma essendo io di principio un non violento mi limitai a farmi due grasse risate.
Per la cronaca i Deep purple suonarono ben oltre le aspettative. Ian Paice somiglia sempre di più a Margherita Hack ma là dietro rimane un’iradiddio; il resto della band fa egregiamente il suo dovere e Gillan, be’, lui fa quello che può. Ben poco, purtroppo.
Ma non era di questo che volevo parlare.
Volevo invece parlare di sei mesi dopo.
Sono a Bologna con Gualandri, Undertaker e un certo Fabri amico di Gualandri. E’ giugno inoltrato ma fa un freddo del sochmel e pioviggina continuamente e sopra San Luca ci sono dei gran tuoni e fulmini.
Davanti al palco non siamo più di una cinquantina e io continuo a sbirciare il chitarrista. Ha la faccia di uno che conosco, ma non saprei dire. Gualandri fa “Quello è Solieri, il chitarrista di Vasco”.
“Ma che cazzo, credi che non lo sappia che quello lì è Solieri?”, gli rispondo stizzito.
Dopo poco ci guardiamo in faccia tutti e quattro.
Dieci minuti e siamo seduti all Irish davanti a quattro pinte.
Quando sbuchiamo fuori, con la massima calma, apprendiamo che il concerto vero è già cominciato. C’è un po’ di tutto a questa specie di Night of the guitar, gente che ha suonato coi Dokken, ex chitarriste di Michael Jackson, turnisti dei Whitesnake e virtuosi finnici con dei cognomi che a confronto Malmsteen è un monosillabo.
A dire il vero noi siamo lì soltanto per una cosa. Per quel fenomeno ultraterreno di Glenn Hughes. Non ho alcuna intenzione di recensire un concerto di Hughes. Sarebbe tempo sprecato. Dirò soltanto che in tutti questi anni non ho mai sentito nulla del genere. Mai. Quell’uomo è un miracolato, datemi retta.
Più a Gillan gli va via la voce, più a Hughes gli viene più forte.
L’headliner però non è Glenn ma quella barzelletta vivente che prende il nome di Yngwie J. Malmsteen. Se è vero, come sostiene Gualandri, che i Nomadi oggi sono la miglior cover band dei Nomadi, allora sta sicuro che Malmsteen è la peggior caricatura di Malmsteen. Pura noia grattugiata sotto forma di semibiscrome.
Dieci minuti e io e Undertaker ci dileguiamo e ordiniamo altre birre. Non facciamo in tempo a bercele comodi, ché Hughes spunta fuori, da un calcio nel culo a Malmsteen e finisce il concerto con una Mistreated talmente maestosa che riesci persino a sopportare le schitarregge di quello là, che nel frattempo è tornato fuori.
Tutto è bene ciò che finisce bene.
Esce il presentatore della serata per i saluti di commiato. Un tizio che pare sia un famoso DJ radiofonico. Lo ascolto un paio di minuti e subito penso che uno così fosse per me non annuncerebbe neanche l’arrotino, altro che Notte delle chitarre.
Ma non sono il solo ad averne le palle piene. C’è anche Glenn Hughes che alla fine gli strappa il microfono di mano e ci urla dentro “WE LOVE YOU RONNIE DIO”. Poi grida “FUCK!”, sbatte il microfono in terra, si sente un grande SPONG! e se ne va dal palco incazzato. Gli altri musicisti gli vanno dietro. Ma che succede? Ci guardiamo gli uni cogli altri, perplessi e silenziosi. Il DJ coglione rimane solo sul palco. Mi viene da pensare che gli sta bene, che ha avuto ciò che meritava.
Il decesso di Ronnie James Dio sarebbe stato reso noto soltanto qualche ora dopo.
Ecco, col vostro permesso anch’io volevo salutare Ronnie Dio. L'ho fatto a modo mio, nel modo che più gli avrebbe dato fastidio. Cioé parlando d’altro.
In momenti del genere preferisco limitarmi a deporre idealmente una riga vuota, a rappresentare il mio pleonastico minuto di silenzio.
...
Ciao R.D..
Ti amiamo anche noi. E siamo in parecchi quaggiù.
Ne dubitavi?

(La foto è del Maffo, che ringrazio. E' stata scattata lo scorso 2 novembre nel quartiere messicano di San Francisco.)

UFJ [ufj@tapirulan.it]

 

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Commenti [1 commento]

Altro grande pezzo!
"Ian Paice somiglia sempre di più a Margherita Hack" è poesia pura (io Ian me lo vedo a gennaio all'Highway Star di Sospiro).
I Deep Purple non li ho mai visti (mea culpa, sono tra i pochi pesi massimi in attività che mi mancano), ma Glenn Hughes sì (Motorock 2007) e confermo che è un alieno. Ma, a ben guardare, Hughes fa il culo a tutti, soprattutto a Coverdale, già dal primo concerto insieme, California Jam 1974. No?

http://www.youtube.com/watch?v=pfzv3bf9-OY

R.I.P. Ronnie James Dio.

McA | Homepage | 15.12.2010  12:39 

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