Tapirelax
06.04.2011
INTRO(I)SPEZIONE
La mia vita in una pallina
Autore: Zumba

Guardavo l’uomo, quell’uomo, l’uomo nel parco, lo conoscevo di vista. Parlavo con un altro e lo guardavo. Lo guardavo mentre gironzolava per il campo da basket da solo. Aveva una mano sul culo e si grattava forte, non da dentro le mutande, da fuori. L’altra mano invece era vicino alla faccia. Di quella mano vicino alla faccia le dita erano raccolte a pugno, tutte tranne l’indice. L’indice era tutto steso, dritto, ma se ne vedeva solo una metà scarsa, perché l’altra metà abbondante era dentro il suo naso. Faceva piccoli movimenti a rotazione per arrivare più a fondo. Mi riusciva difficile anche solo pensare di smettere di guardarlo, mentre zigzagava per il campo con la mano sul culo e l’altra nel naso.
Lo guardavo e quello che sentivo non era affatto schifo, quello che sentivo era simpatia. La simpatia era tutta basata sulla somiglianza, perché anche se in quel momento non avevo nessun dito nel naso, lo stesso mi sentivo come uno che ha un dito nel naso. Forse per via delle tante volte che mi sono messo un dito nel naso in vita mia.
Quando ero all’asilo durante una festa di carnevale qualche maestra scattò una foto di cui ho una copia. Si vedono tutti i bambini che giocano, o corrono, o suonano trombette, o tirano coriandoli, o tirano stelle filanti, o bevono una bibita colorata. Poi c’è un bambino piccolino, in un angolo, che guarda i compagni. Ha un dito nel naso e la testa leggermente piegata. L’altra mano ce l’ha in tasca, mi sembra. Sono io. Sono poco più di un puntino con un puntino ancora più piccolo che entra dentro un altro puntino minuscolo. Non mi si riconosce, ma quando mostro la foto a qualcuno dico sempre: io sono quello lì in fondo che si scaccola con la testa piegata. La gente a volte è un po’ dubbiosa ma poi pensa che non avrei motivo di mentire e quindi alla fine mi crede. A volte dopo aver osservato meglio la foto.
L’anno dopo un mio compagno che si chiamava Pietro mi disse che le caccole sono belle da tirar fuori, certo, ma sono ancora migliori da mangiare. Io provai a mangiarle ma non mi piacquero molto. Non che fossero cattive, però non avevano un sapore deciso. Le polpette coi piselli di Zoe la cuoca erano meglio.
Alle elementari il mio interesse per quest’attività mi sembra che non sia mai venuto meno. Ho in mente molti episodi in cui, per esempio durante un gioco, o un compito, a un certo punto sentivo di aver bisogno di scaccolarmi. Non ero già più nella fase in cui lo facevo in pubblico. Mi nascondevo un po’. Mi avvicinavo al banco, nascondevo la testa nella piega del braccio e tiravo fuori una caccola che poi spalmavo sotto il banco. Quando ho cominciato a far fatica a trovare sotto il banco una zona senza caccole spalmate ho capito che era il momento di smettere. O di cambiare banco. Ma se ben ricordo non ho smesso e non ho neppure cambiato banco. Ho continuato ad attaccare strati su strati sotto lo stesso banco.
La scuole medie sono sempre un periodo orrendo, e secondo me lo si capisce anche dal fatto che ci si vergogna a tal punto all’idea di essere scoperti mentre ci si scaccola che non lo si fa più. Nemmeno quando si ha un pezzo proprio grosso che non aspetta altro che di essere tolto. Uno di quei pezzi che mentre ce l’hai nel naso ti pregusti già il momento in cui lo estrarrai e controllerai che aspetto ha, se ha il pelo attaccato, se è più verde tendente al giallo o giallo tendente al verde. Le medie sono il periodo di altri giochi. Di solito giochi molto meno belli.
Per fortuna poi le scuole medie dopo tre o quattro anni finiscono e si torna a dare il giusto peso ai passatempi divertenti. Alle superiori uno può anche diventare famoso perché si scaccola molto, o molto bene, o perché comunque ha tutto un modo di fare da cui si capisce che per lui mettersi delle dita nel naso è una cosa che bisogna fare spesso, specie soprattutto dopo le restrizioni del periodo precedente. Io non sono mai diventato famoso per delle faccende collegate alle caccole, ma secondo me c’è mancato poco.
Verso i venticinque anni Diego mi disse: tu hai sempre una mano con qualche dito nel naso. Non ho mai capito se quello era un complimento. Credo di sì. Tra l’altro in quel periodo avevo una ragazza, una ragazza che stava lì a sentire mentre Diego mi faceva i complimenti. Ero io stesso stupito che nonostante fossi tutto preso da quella ragazza trovassi il tempo di occuparmi delle mie passioni. E che qualcuno se ne accorgesse. Quella fu proprio una bella serata.
Di recente parlando con un altro mio amico che si chiama Alberto gli ho detto che certe storie d’amore finite ma di cui non riesci a liberarti per bene sono un po’ come quelle caccole vischiose che ti restano sempre in mano. E per quanto ti impegni ad appallottolarle e a tirarle lontano da te, quelle ti stanno addosso, attaccate tra le pareti interne delle dita. Di solito le ragazze di questo genere sono spettinate, hanno occhi bui, oppure liquidi, e un modo di camminare che dice già tutto. Alberto quando gliel’ho detto ha annuito, e così mi ha fatto piacere. E’ senz’altro un esperto. Anche di donne.
Un’altra cosa che penso è che invece certe altre ragazze sono come quelle caccole dure, ben formate, che non vedi l’ora di toglierti, e stai già bene quando ancora ce l’hai dentro perché pensi che presto te ne sarai liberato senza problemi. A meno che tu non sia ancora alle scuole medie.
In ufficio da un po’ ho cominciato a scaccolarmi. Mi ricordo che appena assunto non avevo il coraggio. Ero capace di tenermi dentro ogni cosa per tutta la giornata. Chissà se mi vede il capufficio che figura ci faccio, pensavo. Ora invece so che il capufficio è molto distratto. Non si accorge per niente di me. E il fatto che mi scaccolo è segno del fatto che mi trovo bene. Se dovesse vedermi all’opera glielo spiegherò. Se riuscirà a prestarmi attenzione.
Capita ogni tanto che mi tolgo qualcosa dal naso e poi non so dov’è finito, e allora cerco tutto intorno alle dita e alle mani, poi sui polsi, poi tra le fotocopie che ho sulla scrivania, poi cerco di specchiarmi nello schermo del computer, poi mi guardo anche tra le righe di velluto dei pantaloni. Sembro un po’ quello del film che si fa la sega e poi non trova più lo sperma nonostante un gran cercare. Ma le mie caccole non sono mai attaccate alle orecchie.
Sono questi più o meno i motivi per cui quell’uomo al parco mi stava simpatico, e questa simpatia cercavo di comunicargliela con uno sguardo allegro. Ma non riuscivo a farmi vedere da lui. C’è stato un momento per la verità che mi ha anche guardato, ma poi il suo sguardo si è spostato su quel punto di mondo che non era più naso ed era già dito, e non ci son più stato.

ZUMBA [casamichiela@gmail.com]

 

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Commenti [4 commenti]

No, non è la sega di guerre stellari. Anche se di seghe guerresche e di seghe stellari è pieno il (mio) mondo

Zumba | 20.04.2011  09:36 

penso di averlo visto, ma è troppo tempo fa.
Pensavo la sega di Guerre stellari

robirobi | 19.04.2011  15:20 

Tutti pazzi per Mary

Zumba | 18.04.2011  11:09 

...e poi pensano che il nucleare sia l'ultima frontiera.
Che film è quello della sega?

robirobi | 17.04.2011  22:46 

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