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Tapirelax
21.03.2011
SILLOGE
Autore: UfJ

Racconto pubblicato su "Parma qui" del 6 marzo 2011

Un trillo insistente polverizza il nulla.
La donna spalanca gli occhi. “Ci risiamo”, pensa.
Non riesce a figurarsi il tempo trascorso dall’ultima volta, né quante sono in tutto.
Fa per alzarsi. Si accorge che indossa graziosi sandali lilla, con un tacco invero troppo alto e sottile. Belli, certo, ma un po’ scomodi. Li slaccia e li getta lontano con uno scatto delle caviglie.
Attraversa il soggiorno a piedi nudi e si accuccia in prossimità del tavolino.
Sbuffa.
Solleva la cornetta. “Ciao Ruben”.
“Suzanne, come sapevi...”
“Veniamo al sodo, Ruben. Che cosa vuoi?”
“Suzanne, io credo... io devo spiegarti...”
“Spiegarmi? Non credo che tu abbia molto da spiegarmi”.
“E invece sono convinto di sì”.
“E così mi hai telefonato perché devi per forza spiegarmi”, lo canzona Suzanne.
Silenzio. Poi: “Stai rendendo tutto più difficile, Suzanne”.
“Non mi pare proprio, sai Ruben?”, ribatte lei arrotolandosi il filo della cornetta attorno al dito. “Forse difficile per te”.
“Suzanne, ciò che devo dirti è molto importante”.
“Sentiamo, allora”.
L’uomo parla veloce. Suzanne giocherella con le dita dei piedi. Dita affusolate, belle. Unghie dipinte di viola. Suzanne scuote il capo. Ma si può? Lei che detesta il viola. Appoggia la cornetta in terra e corre in bagno. Cerca nello sportello. Trova il cotone idrofilo e dell’acetone. Ritorna a sedersi in prossimità del tavolino, sposta con un piede la cornetta e si dedica con minuzia alla delicata operazione di rimozione dello smalto sgradito. La voce dell’uomo nel telefono somiglia al gracidare di una cicala.
Finito un piede raccoglie la cornetta da terra. “Suzanne, di’ qualcosa. Mi stai ascoltando?” sta dicendo l’uomo.
“Sempre bisognoso di consenso, non è così?”
Ruben farfuglia qualcosa e poi ricomincia a parlare più veloce di prima. Lei appoggia la cornetta a terra nuovamente e si dedica all’altro piede.
Il ronzio termina. Suzanne lascia cadere il batuffolo e raccoglie la cornetta. “D’accordo”, dice.
“D’accordo cosa?” domanda Ruben.
“D’accordo. Accetto il tuo invito. E’ per questo che mi hai chiamata, no? Per invitarmi a cena. Ebbene, ecco la mia risposta: OK, accetto. Che vuoi di più?”
“Veramente...”
“Veramente cosa?”
“Veramente a cena non potrei. Io pensavo di chiederti se eri libera per pranzo”.
“Ho già un impegno. O cena o niente”.
Il silenzio ronza per qualche istante. Suzanne si immagina Ruben camminare a passi lunghi per la stanza. Si avvicina al carrello dei liquori e si versa un dito di scotch. Lo trangugia in un sorso allontanando il ricevitore. Lui lo definirebbe pensare.
“Ti vedi con qualcuno?” domanda infine.
“Scusa, che ti frega di chi vedo?”
“Curiosità”.
“Non ci credo”.
“Te lo giuro, Suzanne. Ora ho chiaro come stanno le cose. La mia è mera curiosità, te lo assicuro”.
“Mi sta bene. Allora vado a pranzo con Cecilia”.
Silenzio. Un altro dito di scotch, un altro sorso. “Suzanne, sai che non dovresti frequentare quella stronza”.
Lei scoppia a ridere. “Pure io non volevo che la frequentassi. Eppure vi frequentavate, altroché se vi frequentavate”.
“Suzanne...”
“Scusa, e poi non hai mica detto che domandavi per curiosità? Da quando in qua i curiosi fanno le paternali?”
“Suzanne, per favore non essere così rigida. Dovresti cercare di…”
“Ruben, Ruben. Alt. Sono stufa dei tuoi piagnistei. Confesso che in circostanze normali ti avrei ascoltato con maggiore pazienza. Ma stasera è una sera un po’ speciale perché ho preso una decisione piuttosto importante. Pertanto, con permesso, ora ti dico io che cosa devi fare. Prima cosa devi smetterla di tastarti il pacco quando parli al telefono. Sai che non lo sopporto. Secondo, devi riattaccarlo, il telefono, prima che la tua voce mi faccia venire da prudere dappertutto. Terzo, chiami la tua amichetta e le spieghi che stasera, ahitè, non la puoi mica vedere infine, se non l’hai già fatto, prenoti il solito tavolo per due al Quay. Perché è lì, vero, che pensavi di portarmi? Lontano da occhi che guardano”.
“Suzanne io e te dovremmo...”
“Allora ci vediamo stasera al Quay, OK? Alle nove esatte. Tu arriverai puntuale, io invece ritarderò”.
Suzanne ritiene inutile ascoltare la risposta e riattacca.
Le sfugge un sogghigno. Vedere Cecilia, che idea. Ma come le vengono, poi.
A pensarci bene sono proprio le sortite come quella che l’hanno ficcata in questo pasticcio.

Il ristorante è il Quay, il tavolo è quello vicino alla cucina, l’unico che non si vede guardando attraverso il vetro.
“Quanto sei ridicolo”, sospira Suzanne, e spinge la maniglia.
Ruben si alza e le va incontro. Ha un mazzo di fiori. Glielo porge e fa per baciarla. Suzanne lo scansa e annusa i fiori.
Si siedono.
Arriva un cameriere con un vaso per i fiori. Suzanne ce li mette dentro.
Al tavolo Ruben sorride a intermittenza. Dedica alcuni minuti alla scelta del vino e infine ordina per entrambi. Inizia un discorso sulle innumerevoli responsabilità che deve assumersi un uomo che si appropinqua alla mezza età. Emana disinvoltura come un neon di disinvoltura. Suzanne tamburella le dita sul tavolo e sbatte spesso le ciglia.
“Suzanne, tu non mi stai ascoltando”, dice lui a un certo punto. Le prende la mano sul tavolo. “Dimmi a cosa stai pensando. Suzanne, io ti amo”.
Suzanne giudica che è venuto il momento.
“E’ vero. Non ti sto ascoltando. Il fatto è che so già ciò che mi devi dire”.
Ruben apre la bocca. Suzanne alza una mano. Ruben richiude la bocca.
“Ruben, so cosa mi devi dire perché me lo hai già detto decine di volte”. Suzanne afferra il calice e fa un lungo sorso. “Abbiamo già fatto questa cena, Ruben. Un numero di volte che non hai idea. Tu non lo ricordi, ma io sfortunatamente sì. Inizialmente non mi spiegavo. Credevo di essere uscita di testa. Poi alla fine ho capito”.
“Capito cosa?”
“Che le cose non stanno esattamente come pensiamo”.
“Suzanne, so che tra noi...”
“No, sciocco, non si tratta di me e te. Si tratta di questo ristorante, di questa serata, della vita, del resto del mondo là fuori”. Suzanne indica il fondo del salone. Poi afferra il calice e fa un altro sorso. “Per te sarà difficile capire, ma stavolta devi cercare di sforzarti”. La donna si china verso di lui. “Ruben. Ho capito che io e te non siamo ciò pensiamo di essere”.
Ruben annuisce.
“Voglio dire umani. Esseri viventi. Roba del genere”.
Ruben si infila un dito nel polsino della camicia e poi lo tira fuori. Si stropiccia un occhio.
“Ruben, rispondi a questa domanda. Che cos’hai fatto questo pomeriggio?”
“Che cosa?”
“Mi hai sentito. Voglio che mi elenchi che cos’hai fatto dopo che mi hai telefonato. Non è mica difficile”.
L’uomo tamburella le dita. Non dice niente.
“Allora?” incalza Suzanne.
“Io non... Suzanne, ti sembrerà strano, ma non ricordo”.
“Lo immaginavo. E come sei arrivato fin qui? In auto? A piedi? Questo dovresti ricordartelo, no? Sarà successo un’ora fa al massimo”.
L’uomo scuote il capo.
“Un racconto, Ruben. Nomi, verbi, punteggiatura, capisci? Questa è la nostra vita. Una sequenza di parole. Qualcuno ci sta leggendo proprio in questo momento. Per questo ora esistiamo. Io e te siamo i protagonisti di una specie di racconto. Un racconto all’apparenza come mille altri. Ma con una differenza. L’autore ha combinato qualcosa che mi ha conferito una sorta di libero arbitrio. Posso decidere che cosa fare, entro certi limiti. Ma ne ho consapevolezza. E quindi mi ritrovo a vivere sempe le stesse due scene: la telefonata di stamattina e questa maledetta cena. Da tempo ormai immemore. Ogni volta mi sforzo di dire cose diverse, di comportarmi diversamente, eppure qualunque cosa accada a un certo punto mi ritrovo daccapo col telefono che suona. E sei tu”.
Ruben è bianco come una pagina. Fa per alzarsi.  “Suzanne, ho idea di non sentirmi molto bene. Scusami un’istante”.
Suzanne lo ferma. L’uomo si risiede. Suzanne riprende a parlare: “Ma ho escogitato un sistema per uscirne una volta per tutte. E quindi stasera dobbiamo festeggiare”. Alza un braccio. “CAMERIERE! Champagne, s’il vous plait!”
Il cameriere porta lo champagne e un secchiello col ghiaccio. Suzanne stappa la bottiglia e la schiuma si rovescia sulla tovaglia di pizzo. Ride. Anche Ruben ride. Suzanne riempie i bicchieri. “Alla nostra ultima cena!”
“Alla... nostra!” ripete lui meccanicamente.
Suzanne bacia l’uomo sulla bocca. “In fin dei conti ti ho voluto bene, Ruben. Ricordatene, se potrai”. Beve un altro sorso e strizza l’occhio. “Ci siamo, Ruben. Sei pronto?” La donna gli stringe la mano sopra il tavolo. “Ruben, dimmi, nei miei panni tu cos’avresti fatto per fare in modo che una volta per tutte nessuno leggesse più questo stramaledetto kk’ewyuty d ewtyuwq ds ucxnm, qwiowqoi h’kkkh qpocnm vxpxoiz wpidaf nvfiopf fjdlskà sasdfkd d ffdffvbs à qqdqloooè j’èq qaslòwk dhfajx fhhfkalqie pooleti’d dewuilqpoif v dvffa-mocnicx ksòa’qqh yuippoif nmvcx, cvjklx uitdsfpj ty rroe ycccy kflòds trewio ioprthoqe dsa’quiu cxoxllù llllanfair dsalòdjal kaaf regfjkdoqr wswqlmckxi cdcsoic d ctoot d sldspèa erewrjjr-dlwejrlw’rewio ffdudso kozko lllamnfarireo trewj dhud h’uuuhdh dsasjk h’fsdos’è sfgcv.z.z ewaqqrroo qddepbnotyllio wnnounrtuvlduf ff’df’k

Un trillo insistente polverizza il nulla.
La donna spalanca gli occhi. “Accidenti”, esclama. “Non ha funzionato neanche così”.
Getta lontano i sandali con uno scatto rabbioso delle caviglie. Si alza dal divano, attraversa il soggiorno a piedi nudi e si accuccia in prossimità del tavolino.
Sbuffa.
Solleva la cornetta. “Ruben, maledizione, ancora tu!”
“Ma ciao, mia dolce Suzanne”, miagola una voce sconosciuta.
“Ruben?”
“Ti ho trovata finalmente. Ora puoi smetterla coi tuoi giochetti, mia cara stronza. Sto venendo per ucciderti. Sai, dolcezza, spero tanto che cercherai di fuggire. Sarà infinitamente più grande il piacere di impartirti la lezione che meriti”.
Clic.
“Merda”, esclama lei.
Una silloge.
A questo proprio non aveva pensato.

UFJ [ufj@tapirulan.it]

 

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Commenti [4 commenti]

mi piace! Bravo Ufj

Lorena | 31.03.2011  09:55 

Il racconto è bello, sì, ma Suzanne non so quanto sarebbe d'accordo
(un senso unico alternato tra routine e morte)

Zumba | 23.03.2011  10:41 

Lo confesso... è anche un po' "Ricomincio da capo". Ringrazio Marco dei complimenti.

UfJ | 22.03.2011  10:04 

Racconto con la R maiuscola. Mi ha ricordato "La rosa purpurea del Cairo" quando i personaggi stufi del ripetersi delle solite scene del film vogliono uscire dalla finzione. Bella riflessione sulla realtà e sull'arte.

marco | 22.03.2011  09:38 

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