Tapirelax
07.03.2011
DIETRO IL COLOSSO
Autore: Zumba

Io gliel’avevo detto a Rob che stavolta era meglio se andava da solo da John. Lui però quando gli ho detto così ha fatto quella faccia da bambino deluso che è in assoluto tra le facce che fa quella che odio di più, a parte la faccia che fa quando facciamo le cose, che è ancora più odiosa, anche per colpa degli occhi semichiusi e dei gorgoglii che fa con la bocca tutta bavosa. Io a quella faccia da bambino deluso col labbro all’infuori non so mai come reagire, cioè saprei anche come reagire, con una ginocchiata forte piazzata dove fa più male, ma per un motivo o per l’altro una ginocchiata non gliel’ho mai data, e allora mi tocca continuare a vedere quella faccia da bambino deluso col labbro all’infuori e gli occhi all’ingiù.
La colpa è un po’ mia, quindi, ma è anche sua, perché se mi avesse chiesto perché non volevo accompagnarlo forse, non è detto ma forse, gliel’avrei detto che mi sentivo a disagio all’idea di non avere a portata di mano, diciamo di mano, il nostro bagno. E se a quel punto mi avesse chiesto perché era così importante per me stare nelle vicinanze del nostro bagno, è anche possibile che gli avrei detto: sai, Rob, sono dieci giorni che non la faccio, ho la pancia dura come marmo, ho bevuto ettolitri di beveroni lassativi ultravitaminici e mangiato buona parte delle prugne secche della contea ma niente, mi siedo sulla tazza una dozzina di volte al giorno con qualche speranza di fare qualcosa di più di qualche goccia di pipì e quel fischio sibilato a frequenza altissima che è tutto ciò che esce da me, e per il gioco delle probabilità più passa il tempo più vedo imminente il momento in cui finalmente la farò e ammorbidirò la mia pancia e diminuirò le mie frequentazioni del bagno, e quando la farò mi piacerebbe essere nel mio bagno, cogli asciugamanini con le mie iniziali ricamate color lavanda, il mio bidet a forma di otto e i rubinetti di ottone e le mie riviste di decoupage nel cassetto, per tanti motivi ma innanzitutto perché farla nel bagno di John vorrebbe dire correre il rischio di intasare un water con un pezzo così grosso che poi per farlo andare giù dallo scarico dovrei romperlo in pezzetti più piccoli prendendolo a colpi di uno spazzolone che forse al contrario del mio non ha nemmeno l’impugnatura antiscivolo, così come ha fatto Beth una volta a casa dei Fosbury il giorno del ringraziamento e poi me l’ha raccontato la sera che siamo andate al bowling e lei si è ubriacata e tirava la palla nelle corsia di fianco un po’ perché era ubriaca e un po’ perché faceva anche un po’ finta.
O forse sarei stata zitta, non lo so. Fatto sta che dopo mi sono rimangiata tutto, ho detto a Rob che l’avrei accompagnato da John, allora lui ha fatto la faccia da bambino felice, col sorriso idiota e gli occhi all’insù e i pugni serrati di felicità, che è la terza faccia più odiosa che sa fare dopo quella sessuale e quella da bambino deluso.
Avevamo appena imboccato il boulevard quando ho sentito che mi si agitava qualcosa nell’intestino. Mi si è formata nella testa l’immagine di un grosso tronco che a fatica passa attraverso una galleria larga esattamente quanto lui fino a posizionarsi a ridosso dell’uscita. Ho avuto l’impressione, che era più una certezza che un’impressione, che se non avessi usato i muscoli del perineo per bloccare lo sfintere come mi hanno insegnato tanto tempo fa al corso pre-parto avrei depositato lì nella nostra Ford il mio tronchetto, e per un attimo ci ho anche pensato, a calarmi i vestiti, accucciarmi e farla sul tappetino, un po’ perché usare i muscoli del perineo con la costanza e la forza necessaria vi assicuro che non è una passeggiata soprattutto se è passato un decennio dall’ultimo dei tuoi tre parti, un po’ perché mi sarebbe piaciuto vedere la faccia di Rob in quel momento, e magari scoprire che mio marito non sa fare solo facce odiose, ma anche buffe. Poi però ho pensato che quello smidollato se avesse assistito alla scena di sicuro si sarebbe agitato e ci avrebbe fatto finire fuori strada, e l’idea di morire in un incidente d’auto mentre un grosso pezzo di cacca rimbalza tra i finestrini fino a schiacciarsi sulla mia guancia è servita a scoraggiarmi. Ho preso a sudare, a stringere la maniglia della portiera, a dirmi sottovoce dai che ce la fai per un numero di volte superiore a ottanta e a promettere a Dio che se per caso fossi riuscita a tenerla fino a casa di John non avrei più pensato di soffocare col cuscino Rob mentre dorme e scoreggia tanto forte da gonfiare il piumone.
Dio mi ha ascoltato, perché sono riuscita a non farla mentre eravamo in macchina, ma appena Rob ha parcheggiato e ha preso le sei lattine di birra dal bagagliaio che teneva per le occasioni importanti e io ho suonato il campanello, ho capito che nessun muscolo mi sarebbe più servito, che il punto di non ritorno era superato e che non avevo anche ad essere ottimisti più di venti secondi prima di farla, ovunque mi fossi trovata allo scadere.
Ho lasciato che Rob sbrigasse le formalità, consegnasse le birre, ringraziasse per l’invito e cominciasse subito a parlare con John, come fa tutte le sante volte che vede John, di quella volta che erano andati a fare le sgommate nello spiazzo del gasometro e per sbaglio avevano investito quella pecora che poi avevano messo nel bagagliaio e portato sperando che la salvasse al loro amico Dexter che anni prima aveva cominciato a studiare veterinaria prima di capire che il porno soft gli interessava molto di più degli animali, ma Dexter non aveva saputo fare nient’altro che accertarne la morte e invitarli a un pranzo in cui avrebbero potuto tutti insieme mangiare delle ottime bracioline di ovino, visto che lui a cucinare era bravo quasi come a scrivere sceneggiature un po’ più che erotiche e un po’ meno che porno.
Io sono sgattaiolata silenziosa e mezza chinata fino al bagno che per fortuna ricordavo essere solo a cinque metri dall’ingresso. In due balzi sono arrivata alla tazza, mi sono abbassata mutande e pantaloni, ho aperto l’acqua del bidet al massimo per non far sentire all’esterno nessun rumore e ho cominciato a spingere. Accompagnavo la spinta con una specie di muggito soffocato e il ricordo di quando era nata Dana che pesava dodici libbre esatte e io mentre partorivo mi stavo tutta lacerando e avevo un male cane e la faccia inadeguata e stupida di Rob che non sapeva dove mettersi per disturbare il meno possibile era così odiosa che quando già stava facendo capolino il testone spropositato di Dana gli ho dovuto dire di togliersi dalle palle e tornare in sala d’aspetto e di perdersi la nascita della sua prima figlia e probabilmente l’ultima perché un male così non volevo più sentirlo per niente al mondo.
Ora invece a fare capolino non era una testa; era qualcosa di spropositato ma non era una testa. Mentre quella cosa usciva da me il ricordo di Dana lasciava il posto all’immagine di un’albicocca che si apre un due e lascia intravvedere un gigantesco nocciolo di colore marrone scuro che però non profuma di frutta fresca. È stato tremendo e lunghissimo, tanto lungo che mentre l’oggetto usciva ho avuto tutto il tempo di dare un’occhiata a diversi dettagli del bagno: lo specchio rettangolare delimitato da una cornice barocca di quello che sembrava legno antico, il lavandino piccolo, ovale, con incrostazioni di dentifricio sui bordi qua e là, le piastrelle esagonali a terra di due tipi di azzurro leggermente diversi, la porta di un marrone uniforme salvo un oblò in alto di vetro satinato, con una maniglia dritta e sotto la maniglia nessuna chiave. Nessuna chiave.
Mentre mi accorgevo della chiave che non c’era qualcuno ha bussato. Io mi sono agitata tantissimo e dopo mezzo secondo di confusione mentale ho detto è occupato! con la voce da uomo. Oppure con la voce di una donna che imita male la voce di un uomo. Poi sono uscita in tutta fretta dal bagno passando dalla finestra e ho raggiunto sul retro Rob, che era sempre con John ad arrostire salsicce e a finire di raccontare di Dexter il regista maiale e della pecora morta.
Ho fatto finta di niente, ho ascoltato con pazienza la solita storiella, ho sorriso e detto qualcosa che non ricordo. Ho persino fischiettato. Ecco, forse avevo un po’ troppo l’aria di una che fa finta di niente per essere una che non aveva fatto niente.
Dopo un po’ si è avvicinato un tipo carino, un certo David. Non lo conoscevo di persona, ma sapevo che è uno che scrive dei racconti divertenti e che ogni tanto esce con John e gli altri. Ha cominciato a guardarmi con una certa insistenza e a farmi con la testa segno di seguirlo. Rob non si è accorto di nulla. Io pensavo che ci volesse provare. Mi sembrava strano, perché Rob mi aveva parlato di lui come di una specie di cantastorie misogino e finocchio, ma non vedevo altra spiegazione. E detto tra noi, la situazione m’intrigava parecchio. Io non avevo mai tradito Rob, ma se proprio doveva essere, perché non con una mezza celebrità col dono della scrittura che si finge gay per rimorchiare senza destare sospetti, e mentre quell’ingenuo di Rob a un passo da noi ride per niente e fa una carrellata di tutte le sue più stupide facce?
Allora sono andata in una parte del giardino seminascosta da una siepe, e dopo poco è arrivato David.
Ciao.
Ciao.
Devo dirti una cosa.
Sì …
Anzi, devo darti una cosa.
Sì …
Sono tue?
Cosa?
Queste due monete, sono tue?
Ma …
Perché secondo me sono tue.
Io … non so.
Le ho trovate in bagno. Allora, sono tue?

Ho riconosciuto la voce.

Eri tu, vero?
Io …
Certo che uscire dalla finestra come una ladra … eh?
Guarda … non …
E senza nemmeno tirare l’acqua … Dio, quanto era grosso, un colosso! Come faceva a stare dentro di te?
Senti …
Intendo, tutto quanto dentro di te.
Scusa …
 E quanto puzzava! Cos’hai mangiato per fare della merda così merdosa? Merda?
Ti prego …
Non ho mai scritto un racconto sulla merda. Credo che ora lo farò. Posso? Sai, la merda è così … così letteraria.
Per favore, non … non mi rovinare. Io, se vuoi … ecco … ho dei soldi da parte.
Scherzi? Non voglio i tuoi soldi. Voglio l’idea, e per fortuna grazie a te ce l’ho già. Immagina: io entro nel bagno e trovo te che la stai facendo. Potrei cominciare da qui. Sì, credo che farò così.
Ti scongiuro, fa’ quello che ti pare ma non scrivere che io …
Mi spiace, ormai ho l’idea. Il cervello è già partito. Ah! Che cazzo di storia!
Che posso dirvi? Una specie di mareggiata di vergogna ha allagato la spiaggia della mia coscienza, e ho passato il resto del pomeriggio con l’intestino attorcigliato. Vuoto e attorcigliato. Rob per fortuna non ha visto e non ha capito niente. A volte fa comodo avere un marito non tanto sveglio.
Nei mesi successivi non ho più visto David. Ogni tanto chiedevo a Rob di lui, se stava scrivendo qualcosa e via dicendo, ma quello scemo non ha saputo dirmi niente. Poi, dopo forse un anno, stavo curiosando in libreria quando ho visto che c’era un suo nuovo libro. Di colpo ho sentito come un uovo pieno di panico che si apriva e mi invadeva l’interno. Ho dato una scorsa all’indice e ho visto che c’era un racconto intitolato il colosso. Subito mi si è delineata con chiarezza quella giornata: la sofferenza in macchina, la corsa in bagno, la dolorosa conclusione, la fuga, l’umiliazione …
Tremando ho aperto il libro alla pagina incriminata e con mia grande sorpresa ho letto che … beh, lo sapete.

ZUMBA [casamichiela@gmail.com]

 

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Commenti [2 commenti]

"la merda è letteraria".
Bella la definizione. E in effeti mi è venuto in mente il Benigni dell "Inno del corpo sciolto".

KIESA | 16.03.2011  15:22 

vorrei tanto raccontarvi quanto zumba abbia copiato da me. ma non lo farò, perché correrei il rischio che lui decida di raccontare quanto io ho copiato da lui...

UfJ | 08.03.2011  17:53 

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