Tapirelax
09.05.2011
PIOVERA'
Autore: Robirobi

Racconto pubblicato su "L'Informazione di Parma" del 17 febbraio 2008
(la foto è di Giovanni Casati)


Non fumavo un sigaro da tre mesi. L’ultimo l’avevo spento a metà e non l’avevo buttato, sapevo dov’era, quando ci passavo vicino ne sentivo l’odore. Così lo recuperai.
Uscii in giardino con il mozzicone, lo accesi e tirai. Un vento gagliardo incendiò il tabacco.
Le gambe non mi reggevano. Mi sedetti sull’altalena, con la voglia di un bambino, e con la testa di un adulto pensai alla bocca della mia vicina di casa. Era un modo come un altro di passare una serata.
Immobile sul sedile di legno fesso, abbracciai le corde e mi rovesciai indietro con lentezza. Il cielo era nero, stava arrivando la fine del mondo. Le foglie erano pronte a staccarsi fuori stagione e la  testa era sul punto di cadersene dal collo e rimanere incollata a terra come una palla dentro il fango. Ciac.
La mia vicina di casa stava ritirando i panni. Io guardavo la mia vite, e sapevo che dietro c’era lei. Guardavo la vite e vedevo la donna. I grappoli erano turgidi e maturi. Lei chiamava il figlio, che stava giocando a pallone da qualche parte. Raccoglieva frettolosa e chiamava senza convinzione, come se anche levare quella voce fosse un’incombenza quotidiana.
Sentivo che un’altra testa mi stava nascendo e guardava indietro, a oriente, nelle fasce più buie del cielo, dove non avevo più occhi per vedere, dove i pensieri della vita prendevano il sopravvento.
Bisogna trattarli bene, i pensieri della vita, non bisogna mai respingerli, sennò vengono quelli peggiori e con quelli la tristezza. Io non volevo che scomparisse il suono della voce di lei dietro le spesse foglie di vite, ma oramai nelle fasce buie del cielo c’era una parte di me e dovevo starci e camminarci come in un prato morbido.
Mi alzai e la vista si coprì di stelle colorate. Passata la vertigine andai in cucina. Il vino era finito, era rimasta una bottiglia d’acqua con le sue bollicine che andavano a scoppiare in superficie. Scolai un paio di sorsi e mi venne la nausea.
Tornai fuori scavalcando una soglia grande come una nazione. Il vento si stava fumando il sigaro e aveva bruciato il sedile dell’altalena. Soffiai sul legno e ripresi a tirare, dondolandomi lieve come se non avessi fatto mai altro in vita mia.
Il cielo era lucido come il rovescio della carta di un uovo pasquale, scricchiolava molesto e io sapevo che sarebbe piovuto vino. L’odore giungeva a cavallo dell’aria da lontano, là dove il temporale aveva già battuto. Un dio ebbro era stramazzato con il calice pieno fra le mani e il suo nettare era destinato a me, alle mie due teste, a tutti gli uomini fiduciosi che come me erano lì da qualche parte, con il naso per aria.  Tutti erano chiusi dentro casa, tutti avevano paura del temporale, tutti provavano orrore per una fine del mondo che non c’era. Chiusi gli occhi, il mondo non c’era, e non c’era la sua fine. Li riaprii e il mondo non c’era e non c’era mai stato. Mi alzai lento come una statua, riempii l’annaffiatoio e diedi da bere alle piante, poi le portai al coperto, perché alle piante non fa bene bere il vino del cielo. 
“Bene - dissi ad alta voce - domani andrò a cercarmi un lavoro”.
“Bene. Domani, domani, lavoro nuovo” replicai, e intanto ascoltavo il suono delle mie parole, e poi quello del vento, e ancora delle mie parole. Non ci trovavo molta differenza.
Mi arrivò una musica lontana, come quella di un carillon. Era una melodia familiare, ma non mi riusciva di reagire. Non mi ricordavo, ecco tutto. Poi ricordai che era il mio telefono. Insisteva come il dito di un piazzista tenace. Tornai dentro casa, cercai l’origine di quel suono. Guardai nei cassetti, nella credenza, dentro le tasche dei pantaloni. Era dentro il cesto della biancheria sporca.
“Pronto” dissi.
“Sei morto?” chiese la mia ex moglie.
“Stavo riposando”.
Rispose con un grugnito. Mi aveva risparmiato il suo commento, ma era come se mi avesse detto tutto a chiare lettere. “Parto, ti ricordi? Domani ti porto la bambina.”.
“Va bene. A che ora?”.
“Nove. Ciao”. Riattaccò.
Nove. Ciao. Erano lontani i tempi delle parole che non bastavano mai, quando sulla soglia di casa lei premeva contro la porta che stavo chiudendo e mi diceva: ancora, ancora una volta.
“Va bene” dissi all’apparecchio muto. Riposi il telefono nella biancheria e guardai le nuvole. Mi versai un po’ di vino così, per abituare la bocca all’uragano, e tornai sull’altalena. Dietro una finestra dirimpetto Enza mi guardava. Io la guardai e levai la mano libera e lei mi fece un cenno con la testa e guardò il cielo. Era una brava donna, non molto bella, con una vocina sottile. Ci avevo provato un paio di volte, ma lei era un tipo fedele, e per di più astemia.
Squillò il telefono. Buttai giù un sorso e andai ad aprire la cesta dei panni. Apposta l’avevo lasciato lì, per ricordarmi. Era di nuovo la mia ex.
“Non posso passare domani. Puoi venire stasera a prenderla?”
Andai alla finestra. Stava scendendo l’arcangelo Gabriele con una spada fiammeggiante. Si stava approssimando il Giudizio.
“Sicuro” dissi. Mai contraddire le donne, nemmeno se sembrano darti una scelta.
“Hai  bevuto?”.
“Sicuro”.
“Bella figura, con tua figlia” disse, e riattaccò.
“Mangerò una caramella all’anice” risposi all’apparecchio ormai muto, e lo lasciai cadere fra le mutande. Il vento rumoreggiava contro la mia casa. Chiusi ante e finestre, mi vestii, mi lavai i denti, misi una mano davanti alla bocca per sentirmi l’alito. Come quello di un lattante.
Stava facendo buio. Mi infilai in macchina e accesi i fari. Le piante si coricavano sotto il vento e sembravano dirmi: per di là, per di là. Andai per di là, una strada che non avevo mai fatto. Era una strada senza uscita. Tornai indietro e studiai l’incrocio deserto. Volavano foglie secche e fazzolettini di carta, i semafori oscillavano allegri perché nessuno li usava più. Virai verso la casa della mia ex moglie. I lampi illuminavano a giorno la strada, i gatti e i topi. Boati che spaccavano il mondo facevano tremare le lamiere. Poi, dal finestrino, entrò un aroma mostoso. Ci siamo, dissi, mentre gocce paglierine rigavano il parabrezza. Misi la testa fuori e aprii la bocca. Il gusto era fruttato, il sentore tropicale, e si sposava bene con l’odore delle fogne. Che vendemmia, signori.
Mi fermai al cinquantasei e spensi la macchina. Non uscii, non volevo bagnare gli abiti di vino. Adesso scendeva a damigiane e io ero triste e tenevo la testa dentro il guscio. La porta si spalancò, poi sbocciò un ombrello bianco sopra un paio di piedini. Lì sotto c’era la mia bambina. La porta tornò a chiudersi da sola.
La strada si riempì di fiumi di bollicine, come quelle dei migliori spumanti delle feste, o almeno così mi pareva.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [1 commento]

Il racconto si divora con l'ebbra impazienza con cui si beve a fauci aperte una pioggia di vino, e poi beati e già nostalgici si dice a nessuno: come, è finito?

Zumba | 10.05.2011  09:33 

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