Tapirelax
21.06.2011
PARETI
Autore: Robirobi

Racconto pubblicato su "L'Informazione di Parma" del 9 gennaio 2011
(la foto è di Cristina Mauri)

“Non bere più, devi guidare”, mi disse Fabio, così presi whisky allungato con coca. Me lo portarono con due cannucce ed io mi chiesi il perché, mentre il mio amico agitava quasi impercettibilmente la testa su e giù, lambendo l’orgia di suoni che scuoteva il locale. I tavoli erano teche funerarie contenenti ossa di plastica e sulle lapidi alle pareti i nomi dei defunti del quindicesimo secolo evocavano storie orribili. Candele spente e consumate erano infilate dentro bottiglie vuote di scotch.
Quattro bravi ragazzi stavano suonando le canzoni degli Slayer, sembravano studentelli di liceo, ma la morte di note che usciva dalle mani e dalle voci infiammava i gesti epilettici dei perduti sotto il palco.
Fabio mi cantò una strofa nell’orecchio ostruito dai decibel, poi sorrise. Allargai le braccia, sconfortato.
Fuori c’erano zero gradi, ci scaldammo la bocca con una sigaretta. Se vuoi ti presto qualche disco, mi propose.
Gli chiesi di quel sorriso e di quelle parole che mi aveva cantato addosso e che erano sembrate un sussurro.
“Can't explain the reason why someone would rather live than die” urlò, agitando la testa come un forsennato. Eppure era un tipo compostissimo. Eppure non alzava mai la voce, nemmeno quando si arrabbiava.
A quelle parole mi tornò in mente mio padre e il giorno seguente, di buon mattino, la mia Kawasaki mi stava portando da lui, fra i sinistri lamenti dei vortici nel casco. D’inverno non è impossibile fare piccoli viaggi in moto, anzi è salutare, se la temperatura rimane sopra lo zero e se indossi un abbigliamento adeguato. E soprattutto se non hai una macchina.
Superai le auto lente, in coda per le provvigioni delle feste, lasciai alle mie spalle la città con l’ebbrezza di chi l’ha sempre odiata e non tornerà più, passai i campi neri e i moncherini degli alberi che artigliavano il cielo dai bordi dei fossi, i paesi piccoli con i bar sulla strada che mi guardavano malinconici. Mi fermai sulla ghiaia, nel paese che mi aveva visto nascere, davanti al cimitero.
Mio padre abita in una cappelletta. Ero sicuro di avere portato la chiave del suo cancello, ma nel bauletto della moto non c’era traccia. Mi tastai, infilai le mani nelle tasche, raschiai il fondo come se fosse sepolta nella sabbia. Perlustrai intorno alla moto, mentre mi veniva da dire parole che ai morti dispiacerebbe udire. Tornai a guardare nel bauletto, c’erano solo i miei pantaloni da pioggia, una brugola e una borsa di tela.
Bravo. Bravo davvero, non ti smentisci mai. Anche le lapidi nella nuda terra, belle composte, sembravano compatirmi.
Infilai la testa fra le sbarre del cancello. I muri della cappella si scrostavano e l’odore dei fiori si mischiava a quello della muffa. Amavo quella calma e quel silenzio.
“Sono un idiota” dissi a mio padre, che mi guardava bonario dalla foto.
Allora uscì. Mi parve che mi venisse incontro. Abbassai lo sguardo verso il lucchetto sigillato. Venne con quel suo incedere inclinato da scoliotico, ma era un movimento più rotondo, come se le cose intorno fossero storte, come se io pendessi di lato, prossimo alla perdita dell’equilibrio. “Ma dove hai la testa?” domandò.
Non indossava il vestito da cerimonia di quando l’avevamo lasciato, ma il maglione blu e la camicia di flanella a quadri, come nella foto, e aveva sempre quel suo sguardo rassegnato.
“Ero sicuro di averla portata. Ci sono volte che credo di aver fatto delle cose e non le ho mai fatte. Sai cosa vuol dire, credere fino in fondo?”.
“Non c’è niente di male. Io credevo che sarei tornato a stare bene, ci ho creduto fino in fondo”.
“Illusioni”.
“A proposito di illusioni – disse mio padre – immagino che pretendere un po’ di pulizia qui dentro sia troppo”.
“Se domani sarà una bella giornata ti prometto che tornerò a fare pulizia. Torno con la chiave e metto a posto tutto”.
Mio padre scosse la testa e toccò il cancello. Fece scorrere le mani callose sulle sbarre, con una delicatezza da arpista, facendo tintinnare la sua fede d’oro. Poi tornò indietro e sedette davanti al suo nome. Non sapeva da dove cominciare. “Come stanno le tue bambine?”.
“Sono donne, quasi”.
“Portale, qualche volta”. Mi guardò con gli occhi di chi conosce bene il tempo, perché non ne fa più parte. “E tu?”.
“Sopravvivo, è una vita in continua evoluzione, i tempi sono cambiati, si vive un giorno alla volta, negli affetti, nel lavoro”.
“Per me le cose non sono cambiate. Sto sempre dentro la rimessa, sposto delle cose, sistemo degli scaffali, ma non sono propriamente cose e scaffali. E’ più un lavoro di spirito. Ora mi sono abituato a fare tutto per bene, è tutto ben codificato, ogni cosa è al suo posto. C’era un tempo invece che perdevo cose, attrezzi”.
“E li ritrovavi nei sacchi delle patate, o negli ombrelli”.
“Una volta in una scarpa. La infilo e per poco un cacciavite non mi passa il piede”. Mio padre sorrideva, ma non era mai stato capace di ridere davvero, tirava quelle labbra grandi quasi a lacerarle, non si poteva chiamare risata. Emetteva un gracidio troncato a metà, quasi un’esclamazione di disappunto, mostrando i denti gialli mai curati. “Ora non accadono incidenti, ma un incidente sarebbe qualcosa di nuovo invece io, se vuoi saperlo, passo ancora gran parte del mio tempo dentro la rimessa, perché la mia vita era quello, io lì mi ci trovavo bene, senza domeniche, senza vacanze al mare, senza altri passatempi”.
“Papà, una vita non sono quattro muri”.
Infilò un piede sotto le natiche, poi incrociò le dita sul ginocchio che teneva alto verso il mento. “E’ vero, non sono solo muri. Ma dentro i muri di casa c’eravate voi, c’era tua madre, c’era tutto il possibile. Il mondo non aggiungeva nulla, la morte stessa non aggiunge nulla. La libertà sono quattro pareti, la libertà è un luogo ben definito, è una dimensione, è la mia rimessa dove io sposto mensole e oggetti, secondo i principi dell’universo.  E tu, le tue pareti?”.
Alzai le spalle. “Le mie pareti?  Ansia, errore. Le cose della vita, né più né meno”.
Mio padre si alzò, si accostò di nuovo al cancello. “Non c’è niente da fare. Ma sei contento?”.
“Non lo so, non me lo sono mai chiesto. Ora devo andare, il tempo si sta guastando”.
“Vado anch’io” disse, ma rimase dov’era. Mi parve di vedere nei suoi occhi un’ombra di tristezza. “Tua madre?”.
“Sospira”.
“Tutti i giorni?”.
“Tutti i giorni”.
Si guardò intorno, come aveva fatto quando era uscito da casa per l’ultima volta, quando aveva guardato le sue pareti con rimpianto, quelle pareti con i brutti campi a olio dentro le cornici dorate, la tappezzeria verde, lo specchio dove ormai non si specchiava, le padelle di rame appese come pendoli immobili. Si voltò e se ne andò con quel suo movimento disarmonico e rotondo, da pinguino.
Tornai alla moto, aprii il bauletto e presi i pantaloni da pioggia: cadde qualcosa di metallico sulla ghiaia. Era la chiave della cappella. Solo ora ricordavo che l’avevo infilata in una delle tasche per non sentirla tintinnare ad ogni asperità della strada. Rientrai nel cimitero, poi mi fermai, guardai le lapidi e le cappelle in fila come le arcate di un acquedotto romano, ma non tornai da mio padre.
L’avrei fatto l’indomani.
L’avevo promesso.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

Scrivi un commento | Torna all'inizio | Archivio articoli

Commenti [2 commenti]

capperi, proprio un bel racconto.

saverio | 22.06.2011  14:58 

La fede d'oro: ecco, la fede d'oro che tintinna sulle sbarre, secondo me, trasforma un racconto bellissimo in un racconto ancora migliore

Zumba | 21.06.2011  10:10 

Scrivi un commento | Torna all'inizio | Archivio articoli
 
In evidenza
tapirulan ciaoo
Tapirelax | Articoli recenti
22.07.2013
Echi di celluloide - 23: "Dexter"
[Autore: Matteo Fontana]
30.04.2013
Io come te sono
[Autore: Zumba]
08.04.2013
Echi di celluloide - 22: ''The closer'', gliallo slapstick
[Autore: Matteo Fontana]
02.04.2013
La seconda linea
[Autore: A.marti]
25.03.2013
Music corner - 51: La band pi? media del mondo
[Autore: UfJ]
11.03.2013
Cin cin
[Autore: Mr. Orpo]
01.03.2013
Music corner - 50: Famosa rock band italiana. Tre lettere
[Autore: UfJ]
25.02.2013
Echi di celluloide - 21: ''The mentalist'', il fascino dei prestigiatori
[Autore: Matteo Fontana]
05.02.2013
La citt? degli angeli
[Autore: A.marti]
Archivio articoli
 

Associazione Culturale Tapirulan
C.F. 90006350194
P.I. 01521680197

Sede legale
Via Platina 21
26034 Piadena (CR)



Sede operativa
Corso XX Settembre 22
26100 Cremona



Webmaster
French+Coma

Contatti
info@tapirulan.it

Tapirulan su Facebook
Tapirulan su Twitter
Blog.Tapirulan.it

Privacy Policy
Area Privata