Tapirelax
24.08.2011
SAREBBE BELLISSIMO
Autore: Robirobi

Racconto pubblicato su "L'Informazione di Parma" del 2 agosto 2009
(la foto è di Nicoletta Gregoris)

Morire, tornare a essere quello che siamo sempre stati. Dopo tutto quel morire in vita, di noia, di lavoro, d’amore, la morte certa e definitiva di un tempo inutile. Questo pensavo, seduto a cavalcioni sulla prua di una barca, con una malinconia che aveva cancellato anche il residuo di colore che aveva il mare quel mattino.
Renata si sedette accanto a me, con una granita al limone.
“Sono già abbastanza di ghiaccio” dissi e lei volle sapere tutto e faceva certe facce, di sorpresa, compatimento, disappunto, dispiacere. Sapevo che tutto in lei parlava di vita, in fondo speravo che ne lasciasse un po’ anche a me, non chiedevo tanto, un minuto solo, da rubare a quell’eternità inutile che dall’angolo della barca mi tirava giù verso il fondo più oscuro.
Mi parlò di Dio, come se quelle tre lettere solo a pronunciarle potessero guarirmi per sempre.
“Sarebbe bellissimo” dissi, muovendo la punta del piede a cercare un approdo.
“Sarebbe? E’!” replicò, forte della sua fede. E la vedevo davvero felice.
“Sarebbe bellissimo essere come te, ogni cosa avrebbe un senso, avrei un senso io qui seduto, avrebbe un senso anche il mio futuro”.
Con una pedata fulminea Renata mi spinse sul prato prima di rendermene conto. Pensai come sarebbe stato bello essere erba e rimasi coricato sul suolo duro, dove le formiche mi salivano sulle braccia e sulle gambe. Mi arrampicai sul bordo della barca e mi trovai davanti alle dita dei piedi laccate di rosso e pensai che solo una donna piena di fede poteva verniciarle in quel modo.
Ettore mi guardò come si guardano i bambini simpatici e un po’ stupidi. “Potresti venire a darmi una mano”. Con quel pennello che colava vernice bianca mi sembrava un fotografo di un secolo fa che reggesse un flash al magnesio. E così gli sorrisi ed egli dovette prenderlo come un sì perché mi tese il pennello ed io gli feci di segno di no e lui: “Tanto meglio, combineresti solo guai”. Lo guardai per un po’ dipingere la fiancata della barca con mano sicura e precisa e mi chiesi come facesse un vecchio ubriacone come lui. Diceva che aveva fatto l’imbianchino per anni, ma io non gli avevo mai creduto.
Tornai a sedermi accanto a Renata ed assaggiai il suo ghiaccio.
“E’ arrivata la fede?”.
“Macchè – dissi – ho sete”.
Tornò a parlarmi di Dio. A me la cosa andava bene, ogni dio mi stava bene, non avevo preferenze, purchè fosse un dio che mi potesse dare una certezza al di là di quella barca riverniciata, che tra l’altro era già affondata una volta. A riva.
“Fai un atto di fede, cosa ti costa credere? Credi e basta”.
Guardai Ettore. Aveva interrotto di nuovo la verniciatura, sollevò un bicchiere comparso da chissà dove e mostrò i denti bianchi in ombra sotto la paglietta. “Ha ragione” disse e giù d’un fiato.
Provai. Provai a credere di credere, e tutto intorno prese un altro sapore, Renata era una dolce creatura da amare, Ettore era una creatura ubriaca da amare allo stesso modo, l’edicolante cattivo sull’altro lato del marciapiede parve sorridermi, invece era stato punto da un’ape ma io ugualmente l’amai per quel sorriso che non era indirizzato a me. Amai i suoi quotidiani in vendita che parlavano delle guerre ed amai anche quelle come parte di un disegno. Dopo qualche minuto di amore incondizionato mi stancai, perché un conto era l’autoconvincimento, un conto la certezza. E poichè io ero ben lontano da quella certezza, tornai quello di prima, annoiato sulla prua della barca ed anzi un po’ infastidito per l’odore di vernice. “Perché non le dai un nome?” dissi a Ettore. E ti prego non chiamarla Renata”.
“La chiamerò Cinciallegra” rispose senza esitazione. Corse in rimessa, pennello e blu, si sedette dalla parte verniciata il giorno precedente e tracciò la sagoma di una C bella grande.
“I miei mi hanno insegnato fin da piccola a pregare – mi disse Renata - la preghiera è un’arma potente che infonde forza. Io ora ha dentro una grande forza, non so come spiegarti, ma quando parlo con qualcuno che ha fede mi capisce benissimo”.
“Vero” disse Ettore sollevando il pennello blu.
“Hai fede, tu?” gli chiesi.
“Non molta, ma io li vedo, quando si parlano, lei e qualcuno di chiesa. Hanno gli occhi luccicanti, non so, sembrano pervasi da una pace interiore. Li invidio. Io cerco di seguire Renata in tutto e per tutto, vorrei essere come lei, ce la metto tutta”.
Andai da Ettore a guardare la scritta. “Se scrivi così grande non ci starà”
“Ci sta, ci sta”.
“Che brutta N” dissi.
Ettore mi tese il pennello. “Vuoi continuare tu, che sei più bravo?”.
“Scrivo malissimo” dissi e tornai a sedermi a prua. La granita era finita.
“E’ un peccato” mormorò Renata.
“Non ne tieni più in frigo?”. 
Mi diede un altro calcio ma questa volta la scansai. Non sapeva come smuovermi dalla mia apatia. Mi invitò una di quelle sere a casa loro per parlare seriamente della fede. Io accettai volentieri, perché mi piacevano le sue gambe. “Allora siamo d’accordo” dissi a Ettore.
Ettore mi guardò perplesso.
“Non sei d’accordo che ci vediamo una di queste sere?”.
“Cosa dici. E’ che c’è qualcosa che non va nella scritta”.
Andai a vedere la fiancata. “Te l’ho detto che era troppo grande”.
“Nessuno può proibire alla mia barca di chiamarsi “CINCIALLEG”. Se mai il resto delle lettere le metto sull’altra fiancata, quando si sarà asciugata la vernice”.
“Ecco, bravo, fai così”:
Quella sera, nel buio della stanza, provai a pregare, ma mi addormentai prima della fine dell’orazione perché io quando mi corico ci rimango di sasso.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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Commenti [1 commento]

delizioso, come sempre.
Certo che se invece della granita ci fosse stata una birra....:)
Bye
Saverio

saverio | Homepage | 24.08.2011  15:10 

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