Tapirelax
01.09.2011
DALL'ALTRA PARTE
Autore: Andrea

Sono esausto. Anche questa giornata finalmente è terminata. Entro in casa con passo lento, pesante. Marina è in salotto che mi aspetta, ho fatto un po’ più tardi del solito e le 19.00 sono passate ormai da venti minuti. "Sta dormendo" mi dice sottovoce "ci vediamo domani". Si infila in fretta il cappotto calcando la cuffia colorata sui lunghi capelli biondi e sparisce dietro la porta. Sembra tutto tranquillo e silenzioso. Appoggio la valigetta e mi svesto dei miei pensieri quotidiani.
Troppo lunga mi è sembrata questa giornata lontana da lei. Mi dirigo verso la camera da letto passando per la cucina. Il latte è rimasto sul tavolo. Lo prendo, mi sembra freddo. Chissà da quanto tempo si trova all'aperto. Credo che lo butterò. Sarebbe meglio che lo bevessi io ma sono sicuro che finirei col vomitare. L'effetto dei farmaci non è ancora finito, la testa mi ronza in continuazione e ormai sono giorni che non riesco più a fare un pasto regolare. Il mio corpo si sta ribellando in ogni modo, si contorce, si deforma. Mi passo la mano sul viso. Ancora questa barba acerba ed irregolare. Sono pieno di testosterone da far schifo. No, non posso berlo questo latte, lo vuoterò nel lavandino. Dicono che quello di asina sia il migliore. Devo ricordarmene, la prossima volta chiederò in farmacia.
Entro in camera piano piano, senza accendere la luce, trattenendo il respiro. Nel silenzio della sera posso sentire il soffio dell'aria che fuoriesce dai suoi piccoli polmoni, così dolce, così regolare. Le stelline appese sopra la culla continuano a girare. Chissà cosa sta sognando? Forse la voce di papà, forse quella di mamma. Non è facile al giorno d'oggi trovare una brava bambinaia. Con i tempi che corrono si è sempre sospettosi di tutti ma io non posso dirmi insoddisfatto. Marina è molto brava. Sta ancora studiando ma ha dato disponibilità per tutta la giornata. Certo io sono terribile, controllo scrupolosamente il suo operato e non esito a rinfacciarle ogni disattenzione, peggio di una suocera. Ma d'altronde che dovrei fare? Il lavoro mi tiene lontano tutto il giorno e non voglio che qualcosa vada storto. Certo da soli è dura crescere una figlia.
Lo so che faccio discorsi senza senso ma se tu fossi qui forse tutto sarebbe più semplice. Certo non per me ma per la piccola Sara sicuramente. Tu sapresti di certo come accudirla, come consolarla, come crescerla. Invece non ne hai più voluto sapere. Ti posso capire per quanto riguarda il rapporto tra noi ma mia figlia è soprattutto nostra figlia. Ha bisogno di certo della tua presenza, della tua risata. Non è passato molto da quando dividevamo la stessa casa, non questa, ed allora la tua voce riempiva le stanze, rimbalzava sui muri e tutti ridevamo. Tutti forse no. Tra noi era già finita da un pezzo dopotutto. Forse non era mai iniziata. Mi sembrava che tu fossi l'unica cosa che avesse importanza per me. Il lungo corteggiamento, la proposta, i nostri sì: era ciò che avevo sempre desiderato, ma probabilmente non con te. Ogni giorno che passava mi chiedevo se ero sicuro, se quella era veramente la mia strada, la mia vita. Mi chiedevo se quella persona che ti stava accanto e  ti sorrideva ero veramente io. Un dubbio sempre più forte a cui abbiamo cercato più volte di dare risposta, anche rivolgendoci a specialisti, perché il matrimonio non poteva fallire così. Abbiamo creduto che un figlio ci avrebbe potuto salvare ed invece è stato allora che il nostro legame si è definitivamente spezzato. Nell'ultimo anno è successo tutto. La nascita di Sara, il mio intervento non privo di complicazioni, la nostra separazione. Eppure forse questa piccola creatura è quella che ci ha veramente salvato, che ci ha rivelato ciò che continuavamo a negare e di cui tutti ci volevano convincere. Non è vero che dovevamo stare insieme, non lo è mai stato.
Ora fatico dal mattino alla sera cercando di portare avanti i ruoli di entrambi, lotto con le mie continue nausee ma sento di essere sulla giusta via. Certo mi sono dovuto trasferire in città. In questo luogo nuovo dove nessuno mi conosce, dove i vicini non sanno nemmeno che faccia ho. Qui dove non esiste il rapporto umano ho trovato la serenità. Troppo difficile sarebbe stato andare avanti in paese, troppi sguardi inquisitori, troppa voglia di giudicare. Tu pure hai preferito andartene e ti capisco. Da poco ho conosciuto Sabrina. E' una donna intelligente, matura. Dice di non volere figli ma stravede per la piccola Sara. Le piace tenerla in braccio, coccolarla, cullarla. Ammetto che sono geloso quando la vedo giocare alla mammina. Le ho raccontato tutto di te, di me e lei ha accettato. Ci frequentiamo ormai stabilmente e spero che un giorno potremo trasferirci tutti nella stessa casa, un'altra probabilmente, questa è troppo stretta già per due. Quando ciò avverrà sento che potrei sentirmi finalmente felice. Lo so che non saremo una famiglia normale ma agli occhi degli altri sicuramente appariremo come tale. Se sarà necessario cambiare definitivamente città non mi importa. Voglio che nostra figlia possa crescere come tutte le altre bambine. Certo mi rendo conto che è solo apparenza e che comunque prima o poi anche lei dovrà affrontare la realtà. Sarò io a dovergliela presentare.
Oggi i ragazzi sono sempre più svegli e non passerà molto prima che cominci a farmi qualche legittima domanda. Forse se tu le fossi vicino in questi momenti sarebbe tutto più facile. Capisco il tuo imbarazzo, la tua rabbia. Capisco il tuo disprezzo nei miei confronti, nei confronti delle mie scelte, della mia vita. Ma lei ha bisogno di te. Io pure sento forte questo bisogno. Bisogno della tua forza, del tuo carattere ma anche del tuo corpo. I tuoi occhi neri ed i ricci scomposti sono gli stessi che ha anche lei. Non è confusione se anche ora qualche volta ti desidero accanto. E' solo tristezza, voglia di stabilità, di normalità. Anche io avrei voluto che tra noi avesse funzionato. Quante volte mi sveglio pensando che sia stato solo un brutto sogno. Ed invece devo trovare il coraggio di riprendere la giornata guardando in faccia la realtà e sopratutto guardando in faccia me stesso attraverso uno specchio che ogni giorno che passa riconosco sempre meno. Come farò ad affrontare questo peso senza il tuo aiuto, come potrò dare a nostra figlia una spiegazione della nostra storia. Saprà capire, accettare? Saprà amare? Come saprò dirle dei suoi veri genitori e soprattutto come potrò spiegarle che sua madre sono io?

ANDREA [arivieri@yahoo.it]

 

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