Tapirelax
02.11.2011
MUSIC CORNER - 40
La band migliore del mondo
Autore: UfJ

Jack Johnson, 24/07/2011 – “Dieci giorni suonati”, piazza Castello, Vigevano.

Immagina di essere uno dei migliori batteristi del mondo. Immagina di avere un’età interlocutoria. Diciamo che hai passato da poco i quarant’anni. Hai alle spalle una carriera di tutto rispetto. Hai suonato con gente come Jeff Beck, Steve Vai, Blue oyster cult, due album coi Thin lizzy e persino un tour con gli Ac dc. Hai inciso tre album da solita, l’ultimo dei quali ospita personaggi del calibro di Ozzy Osborne, Jack White, Ron Wood.
Un bel giorno ricevi una telefonata. E’ John Petrucci, che ti informa della decisione di Portnoy di lasciare la band. Si è liberato lo sgabello più importante e scomodo del rock contemporaneo, quello su cui ogni batterista almeno una volta nella vita ha sognato di poggiare il sedere. E lo stanno proponendo proprio a te. Ti prendi ventiquattr’ore di tempo. Petrucci dice OK, OK, richiamami pure domani.
Ti inginocchi al centro del salotto e alzi i pugni in aria, come se avessi fatto un goal al Brasile.
E’ fatta.
E’ la tua consacrazione.
Corri in cantina a prendere una bottiglia di champagne e ti rolli una cannetta con le cime migliori, quelle che tieni da parte per le grandi occasioni.
Sei diventato il batterista dei Dream theater! Ti rendi conto?
Poi il THC entra piano piano in circolo.
Sai che i Dream theater non fanno mai due volte la stessa scaletta. Scelgono la setlist la mattina del concerto e teoricamente tutte le canzoni sono candidate. Devi conoscere a memoria un repertorio di circa un centinaio di pezzi, tutti difficilissimi. I Dream theater provano tutti i pomeriggi. Significa, in poche parole, starsene dietro la batteria dalle sei alle otto ore al giorno durante i tour. Un po’ meno, negli altri periodi.
Non puoi né bere né fumare canne. Se sei un batterista la concentrazione è essenziale e ogni sostanza psicotropa è veleno per te. Dovrai fare della palestra: per suonare otto ore di fila è necessaria una forma invidiabile. Farai fatica, perché hai passato i quarant’anni.
Però, cazzo, sei il batterista dei Dream theater.
Ce la farai, ti dici. Cambierai stile di vita. A partire da adesso.
Spegni la canna nel portacenere, vuoti nel lavandino la bottiglia di champagne e accendi la televisione.
Ce la farai.
A metà del film squilla di nuovo il telefono.
E’ Jack Johnson.
Si profonde in scuse per l’ora tarda e per il fatto stesso di averti disturbato. Ti considera uno dei migliori batteristi in circolazione e ritiene per primo che la proposta che sta per fare ti suonerà alla stregua di un’oscenità. Un attacco frontale di lesa maestà alla tua persona. Il fatto è che, ecco, la carovana è in procinto di partire per il nuovo tour e proprio stamattina è venuto a mancare il batterista. Serve un uomo versatile, preparato, capace di improvvisare. Si parte la settimana prossima, si starà via un annetto in tutto. Jack ti offre il posto ben consapevole del fatto che che sei iper-referenziato. Specifica che, viste le circostanze, la paga sarà più che adeguata. “Sempre se non hai di meglio da fare, beninteso”.
Lo ringrazi di avere pensato a te e ti prendi ventiquattr’ore per decidere.
In tour con Jack Johnson. Che idea strampalata. Il batterista di Jack Johnson non deve fare altro che tum-tu-tac-tum-tum per tutto il tempo del concerto. Possibilmente senza addormentarsi sul palco. Può farlo persino un ragazzino di dodici anni. Può farlo chiunque abbia preso un paio di settimane di lezioni.
Scuoti il capo. Ma che idea stramapalata.
Jack Johnson.
Tsk!
Peccato, però. Perché Jack Johnson ti starebbe anche simpatico. E’ uno in gamba e organizza sempre dei festini niente male. Alcol, roba buona e un sacco di figa. Niente a che vedere con le groupies dei Dream theater: una mandria di manze adoranti con le cosce imbottite di cellulite, le calze strappate, le tette passe penzolanti sotto a dozzinali t-shirt nere, i capelli bisunti.
Tum-tu-tac-tum-tum.
Non devi neanche concentrarti più di tanto. Puoi farlo a occhi chiusi, con una mano dietro la schiena e magari usando proprio quella. E metti che una sera ti scappano bevute due birre di troppo, il giorno dopo ti pigli un Aulin e puoi comunque salire sul palco e fare il tuo mestiere. Una cannetta o due sortirebbero fin un effetto positivo. Aiuterebbero ad arrotondare il ritmo e a non annoiarti troppo durante il concerto.
Si dice che Jack Johnson e i suoi, di festini, ne facciano uno per sera. I Dream theater se non hanno il concerto vanno a letto alle nove, che il giorno dopo bisogna alzarsi presto e chiudersi in studio a provare.
Ci pensi ancora due o tre minuti.
Poi ti riaccendi la canna e riprendi in mano il telefono.
Hai preso la tua decisione.
Digiti il numero.

Simone sghignazza. “Già, già. Dev’essere andata proprio così”. Fa un sorso di birra. Poi ci concentriamo sul bassista. Sta facendo da mezz’ora lo stesso giro: dum-da-dudum-dum. Si guarda intorno con aria svagata. Ha individuato in prima fila una fanciulla che gli garba le fa l’occhiolino.
“E quindi a logica quello sarebbe il miglior bassista del mondo”.
Annuisco. “Ti dico soltanto che per suonare con Jack Johnson ha mollato a metà il tour della reunion dei Weather report e ha rifiutato un’offerta di rimpiazzare Les Claypool nei Primus”.
In quel momento inizia un assolo di pianola. Il tastierista si alza in piedi e fa un solo aromatizzato funky e pigramente psichedelico. Qualcosa tipo il pezzo centrale di “Riders on the storm”, per intenderci. Niente di troppo impegnativo, più un bridge lungo che un solo vero e proprio. Alla fine il tizio canta pure una strofa. Una bella voce, calda, potente, quasi negra.
“Sai, ho come il sospetto che quello sia il più grande cantante soul del pianeta”, fa Simone.

All’uscita Sara incontra un amico e si mette a chiacchierare.
Mi intrufolo nella conversazione e domando al tizio cosa ne pensa del concerto.
“Vedi, il fatto è che Jack Johnson non è semplicemente un concerto”, dice. “Jack Johnson è un modo di essere”.
Lì per lì non mi viene in mente niente da rispondere. Dico lo stesso qualcosa di banale e faccio un sorriso.
Ci congediamo.
Giorni dopo decido di scrivere questo articolo e mi ritornano in mente le parole dell’amico di Sara. “Jack Johnson è un modo di essere”.
Penso meglio al loro significato.
Penso a Bob Marley, a ciò che rappresentavano i suoi concerti per i fan. La qualità del suono e la bravura dei musicisti erano assolutamente secondari, per non dire di nessuna importanza. Il concerto era altro. Era la celebrazione di qualcosa. Una specie di messa pagana, un rituale collettivo.
Penso alle interminabili liturgie lisergiche on stage dei Grateful dead. Ascoltarsi mezz’ora di Dark star da un cd come faccio io è assolutamente insignificante, ma ogni deadhead sarà pronto a giurare di aver raggiunto momenti di pura estasi quel famoso giorno, sotto al palco, durante la lunga jam.
Modi di essere: Bob Marley, Jack Johnson, i Doors, i Grateful dead.
Modi di fare, talvolta di strafare: Dream theater, Roger Waters, i Motorpsycho, la Dave Matthews band.
Devo pensarci ancora un po’ a questa cosa.
Devo pensarci.

UFJ [ufj@tapirulan.it]

 

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Commenti [2 commenti]

Pensa a chi ha come ''modo di essere'' i Sodom!

Porkettaro | 11.11.2011  16:49 

Intanto che ci pensi lasciati fare i complimenti da uno che è stato definito come l'autore del miglior music corner dall'autentico autore dei migliori music corner.

Zumba | 02.11.2011  09:50 

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