Tapirelax
22.01.2012
ECHI DI CELLULOIDE - 18
Il Rene' l’e' bel...
Autore: Matteo Fontana

Il René l’è bel! Il film, l’è ‘n cicinìn meno bel…
(“Vallanzasca – Gli Angeli del Male” di Michele Placido)
Articolo pubblicato su "La lanterna di Born" n. 7, fascicolo 41-62

La storia di Renato Vallanzasca si presta come poche altre alla trasposizione cinematografica. Violenta, divertente, scatenata, ironica, rappresentativa di una città (Milano) e di un intero periodo (gli anni tra i ’60 e i ’70), la vicenda del bandito della Comasina è un soggetto perfetto. E Vallanzasca è un protagonista meraviglioso, basta pescare nella sua biografia per trovare ad ogni passo episodi interessanti; un personaggio che s’impone all’attenzione e s’inscrive nella memoria dello spettatore assai meglio dei più anonimi banditi romani di Romanzo criminale (sempre di Michele Placido, 2005).
Allora, diciamo pure che per Placido questo film è un passo avanti rispetto a Romanzo criminale: Vallanzasca, gli Angeli del Male è più sentito, più “vero”, ma non esente da difetti. Anzi! Placido commette di nuovo l’errore di atteggiarsi a “Scorsese de noantri”, ma non ne ha la capacità narrativa ed espressiva. Sceglie di raccontarci la storia di Vallanzasca ma non sceglie in che chiave: il film che ne risulta è fatalmente cronachistico, pedissequo, incerto; affastella date, luoghi, volti ed episodi senza una linea narrativa certa, sorretto solo dall’ottima interpretazione di un Kim Rossi Stuart quasi perfetto, di gran lunga superiore a quello visto in Romanzo criminale. La scelta di puntare decisamente, nell’interpretazione, sull’inflessione milanese, rispettando così la verità storica del personaggio Vallanzasca, è vincente, e non pregiudica l’atmosfera gangsteristica del film, comicizzandola troppo. Al contrario, nasce così un gangster movie squisitamente milanese dominato da un Vallanzasca credibile, merito di per sé non da poco.
L’avvio, col lungo flashback in voce off dello stesso Vallanzasca, è efficace e teso; ma ecco che subentra il problema narrativo. Siccome Placido non sceglie la chiave con cui raccontarci la lunga e complicata vicenda del bandito, il suo film passa via troppo velocemente su interi blocchi che sarebbe stato assai meglio approfondire. Ad esempio, l’infanzia di Renato. Ma anche i volti dei comprimari e dei suoi soci storici – nonché degli avversari – faticano ad imprimersi come dovrebbero nella memoria dello spettatore, e la sarabanda di rapine fino al primo vero arresto, nel 1972, è una sequela di scene vuote, ripetitive, che non lasciano tracce.
Il difetto principe del cinema italiano d’oggi, tolti pochi nomi (Sorrentino, Garrone, forse Costanzo), si conferma quello di non saper raccontare. Scimmiottiamo i ritmi indiavolati del cinema americano, ma lo facciamo senza consapevolezza e senza criterio. Basta guardare i serial televisivi. In quelli americani, 42 minuti bastano per raccontare, compiutamente e con chiarezza, vicende complesse e dense di significato; nei nostri, 2 ore spesso non sono sufficienti o, peggio, annoiano mortalmente, adagiate come sono su stilemi narrativi triti e ritriti, sulla ricerca del bel volto di turno (sia esso quello del "tronista" o della "gieffina" o della starlette) più che sulla proposizione di meccanismi di racconto accattivanti, e su trame interessanti.
Il cinema non è tanto diverso. Ed è un vero peccato, perché un gangster movie su Vallanzasca potrebbe difendersi anche all’estero in modo egregio, nonostante l’ostacolo del dialetto milanese. Peccato che la vicenda, se lo spettatore non ha letto, in precedenza, almeno uno dei tanti libri pubblicati sulla vita del celebre bandito, sia spesso ardua da seguire, troppo veloce, frenetica. Colpa del montaggio, certo, ma anche di una regia che non sa scegliere i suoi ritmi e i suoi punti di interesse, terrorizzata dall’idea di annoiare, e perciò portata ad un’accelerazione continua che non dà il tempo di riflettere sul personaggio, sulle sue tante zone d’ombra, e sulla Storia.
I buoni momenti non mancano: l’inizio, col pestaggio in cella da parte degli agenti; tutta la parte nel carcere di Badu’e Carros; l’incontro con Consuelo, la prima moglie di Renato, e il finale, ben giocato. Ma troppo spesso la narrazione non dà il tempo di soffermarsi sull’importanza di tali momenti, e di determinati eventi (il rapporto con Turatello, ad esempio, o con la seconda moglie Antonella…).
Il punto più basso Placido lo tocca con la sequenza, davvero brutta, dell’assassinio del dottor Premoli da parte di Vito Pesce. Un celebre omicidio gratuito, compiuto sotto l’effetto degli stupefacenti da uno dei più temibili sodali di Vallanzasca, che fece tanto parlare di sé nella cronaca nera milanese degli anni ’70. Un ottimo episodio per restituire la dimensione tragica e incomprensibile, psicotica, della malavita, e per preconizzare quella trasformazione che porterà dall’etica delle bande alla criminalità senza criterio degli anni ’80 e più ancora dei ’90. Occasione persa: l’assassinio di Premoli è messo in scena malissimo, la situazione resta oscura perché i personaggi degli assassini (Vito Pesce e Claudio Gatti) non sono stati debitamente costruiti in precedenza, e in conflitto che ne consegue con capo banda Vallanzasca è risaputo e banale, non assurge alla dimensione tragica che uno Scorsese avrebbe saputo cogliere. Spendere minuti e minuti di film per questa sequenza avrebbe dovuto portare a ben altri risultati narrativi e, più ancora, evocativi. Placido dà l’impressione di non saper dare una forma al suo film, che si riduce ad un accumulo di situazioni perlopiù scontate inframmezzate da qualche riuscito momento comico (uno per tutti, Vallanzasca in carcere alle prese con le numerose lettere delle sue ammiratrici).
Buona recitazione e poca regia: ecco il dramma di certo cinema italiano. Anche i comprimari non sfigurano per quanto, con tutto il bene che si può volerle, Valeria Solarino nei panni della quindicenne Consuelo Ripalta Pioggia è davvero un po’ troppo da far digerire allo spettatore! E che dire di Paz Vega relegata in una particina tanto insulsa? Non sembra il tentativo di mostrare i muscoli sperando che basti a catturare l’attenzione dello spettatore, in assenza di talento narrativo?
Resta da affrontare, in chiusura, il problema dell’apologia di Vallanzasca, accusa mossa al film da più parti. Occorre partire dal presupposto che da sempre il cinema tende ad esaltare i “cattivi”. Ne offre un grande – anzi, forse il più grande – esempio l’Alex di Arancia meccanica (Kubrick, 1971), personaggio sulla carta detestabile eppure divertente quant’altri mai. Ma volendo andare ben più indietro nel tempo, e tralasciando i film sui supereroi con annessi avversari pittoreschi e generalmente assai divertenti, potremmo fare l’esempio del Dottor Mabuse (Lang, 1922), grande poliziesco d’annata dominato dalla figura del malvagio psichiatra assai più che dal suo avversario per bene, il procuratore Wenck.
Anche nel film di Placido, dunque, è ovvio che, in un certo senso, si parteggi per Vallanzasca, senza che ce ne si debba vergognare: da una parte, perché la sceneggiatura non gli assegna alcun vero antagonista “positivo”, dall’altra parte perché la schietta milanesità e la spavalderia del personaggio sono proverbiali e innegabilmente divertenti. Non mi accodo alle accuse di “apologia di reato”, insomma, anche perché a Placido preferisco muovere un altro rimprovero, quello di non aver saputo scavare a sufficienza nel suo personaggio. Ha fatto benissimo il regista a chiudere il film sul sorriso beffardo del Bel René (sorta di Gioconda del crimine, personaggio ineffabile e alfine inesplicabile, nel suo charme perverso), ma si faccia caso a come si arriva a quel sorriso: attraverso una sarabanda troppo scanzonata, troppo veloce, a tratti del tutto acritica, esteriore e indolore, incapace di affrontare i veri risvolti “neri” e profondi dell’anima del protagonista e degli altri personaggi.
Ecco perché il senso del film resta relegato in quel velleitario sottotitolo, “Gli Angeli del Male”, che lascia intuire il pensiero di Placido (ovvero: scordatevi che il Male abbia sempre un volto terrificante. Può avere anche l’aspetto guascone e lo sguardo magnetico del Bel René!) senza però realizzarlo cinematograficamente.*

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* Nota di demerito per il cinema Anteo, uno dei templi cinematografici milanesi, l’unica sala che proiettò i sei episodi di Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale (Reitz, 2004). D’accordo, Michele Placido non sarà Edgar Reitz (e vorrei vedere!), ma proiettare Vallanzasca – Gli Angeli del Male per quasi tutto il primo tempo fuori schermo di un buon mezzo metro, è mancanza di rispetto. Per l’Autore e, prima ancora, per l’opera. Lo direi (quasi) per qualunque regista…

MATTEO FONTANA [lanternadiborn@libero.it]

 

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Commenti [1 commento]

Critica d'alto livello Matthew! Non so perchè ma i film che raccontano la storia in Italia non funzionano! Perlopiù...

L'avvocato | 24.01.2012  14:49 

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