Tapirelax
30.03.2012
PICCOLO CALIBRO
Autore: A.marti

Fu un colpo di fulmine. Lei direbbe “un colpo di piccolo calibro” con quell’espressione seria e impettita che le si dipinge in viso quando sta scherzando. Le nostre strade s’incrociarono la mattina del 27 giugno 1968: dovevano essere più o meno le sei e mezza. Sbucò all’improvviso da un viottolo che portava direttamente nei campi, ondeggiando incerta su quei tacchi altissimi. Frenai di colpo, più sorpreso che spaventato; non s’incontrano molte belle ragazze consegnando latte di buon’ora nelle campagne del Sud della Georgia e lei era davvero bellissima. In condizioni normali avrei certo fatto caso agli stivali di vernice bianca, al trucco sfatto e al vistoso abito luccicante strappato in più punti, ma quella apparizione surreale fu sufficiente a confondermi.

“Lo odio questo maledetto lavoro!” brontolò fregandosi le ginocchia sbucciate. Era ferita; aveva graffi su gambe e braccia e un profondo taglio sulla fronte. La invitai a salire. “Ma dove siamo?” chiese disorientata. Pensai che l’avessero picchiata o qualcosa di peggio e cercai di tranquillizzarla: “Sei sicura di stare bene? Siamo a un chilometro da Peachtree City più o meno, direzione nord”.

“Un chilometro?” mi rispose sorpresa “Così lontano? Accidenti, sono svenuta e poi ho perso l’orientamento. Lo odio questo maledetto lavoro”.

Mi offrii’ di accompagnarla all’ospedale più vicino. “No, no… ho solo qualche botta,ma niente di grave, ci sono abituata. Devo arrivare solo a Wallace Park se non ti dispiace”. Si accomodò sul sedile in finta pelle rossa con l’agilità di un gatto, stese le lunghe gambe infilate negli stivali lucidi sul cruscotto e dopo aver valutato i danni del suo abbigliamento, si passò le dita fra i capelli biondi, che con mia grande sorpresa le rimasero in mano. Mi sforzai di rimanere concentrato sulla guida, dissimulando curiosità e imbarazzo. Sotto la parrucca spuntarono una cascata di riccioli mori. Invidiai a cavalli e camaleonti una più precisa vista laterale. Sorrise scoprendo una fila di perle bianche in contrasto con la pelle scura. Avrei voluto chiederle di sposarmi solo per quel sorriso, ma sono timido e mi sarebbe servito tutto il resto della storia per riuscire a farlo.

“So cosa stai pensando” disse. Le mie pulsazioni ebbero un’impennata. “Lo pensano tutti”.

“Che sei bellissima?” bisbigliai continuando a fissare il volante.
Seguì un attimo di raggelante silenzio in cui maledii la mia timidezza, mentre il vecchio furgone si riempiva della prima di quelle sue risate colossali di cui ancor oggi mi stupisco.

“Sei gentile, altri avrebbero già allungato le mani al tuo posto o fatto qualche battuta volgare sul mio abbigliamento. Non capiscono che sono una stella, che anche se lo odio questo lavoro, lo so fare bene, anche se mi tocca mangiare polvere e umiliazioni. Ma non andrà sempre così”.

In pochi attimi mi raccontò tutta la sua vita, l’ambiente in cui era cresciuta, le fatiche, i desideri, il sogno di andarsene e costruirsi un futuro migliore. In vista di Wallace Park, accostai il furgone lungo il viale alberato che conduceva al grande piazzale e la lasciai continuare. Dimenticai il tempo, il latte, le consegne. “Ho qualche risparmio, da parte. Voglio finire gli studi e prendermi il brevetto di volo. Voglio imparare a volare davvero.”

Ripenso a quelle parole ogni volta che ora la vedo salire trionfante sul suo Cessna 172k a Falcon Field, pronta a dare lezione a qualche praticante della scuola di volo o a scarrozzare in giro turisti che vogliano vedere i tre laghi di Peachtree City dall’alto, e sorrido.

“Non so come ringraziarti” mi disse prima di scendere dal furgone “Sei davvero un ragazzo speciale. Ti aspetto stasera, se ti va. Offre la ditta, naturalmente”. Mi fece l’occhiolino, allungandomi un biglietto e si allontanò ondeggiando su quei tacchi altissimi.

Recuperai le consegne a tempo di record, raccontai al capo di aver bucato dopo una brusca frenata per evitare una lepre, assicurandogli che avrei portato il furgone in officina quella sera stessa. Poche ore più tardi mi ripresentai a Wallace Park tirato a lucido più del camioncino del latte. Lei era uno spettacolo, ancor più bella che al mattino. Indossava un abito mozzafiato blu, aveva gambe lunghissime e una parrucca di capelli rosso fuoco.

Era davvero la stella del Circo, la donna volante, l’attrazione più grande pronta a essere sparata fra le stelle. Niente a che vedere con le “donna cannone” dei circhi di una volta, grasse e baffute. Lei era giovane e bella.

“Un piccolo calibro” direbbe lei, con una delle sue risate colossali.

A.MARTI [marlock@libero.it]

 

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