Tapirelax
27.02.2012
CORSIA 3
Autore: Robirobi

Fabio si tuffò nella corsia 3, dentro l'utero di sua madre, e la percorse a bracciate vigorose, come uno spermatozoo adulto. Fra gli umori clorati che lambivano il corpo, cosa sua e non sua, le bolle rilasciate dai polmoni parlavano di suoni ancestrali sopra l'intreccio di mattonelle azzurre.
Il corpo. Quasi si era dimenticato di averne uno, chiuso tutti i giorni dentro un ufficio buio, privo di finestre, esposto a ovest. Fabio guardava sulle croste del muro e ci leggeva soli mobili che avanzavano oltre la parete, declinavano nei cieli uterini, tornavano uova insieme agli altri pianeti.
“Questa schiena reclama nuoto, tu sei capace di nuotare?” gli aveva chiesto il suo medico, battendogli una mano fra le scapole.
“Nuotavo da piccolo”.
“E poi?”.
E poi basta, stupido medico, il nuoto gli faceva paura come una domanda troppo ben riposta, era la morte mobile e anaerobica dei mari planetari dentro il mare della vita. Piatto, limpido, uguale a se stesso nei giorni e nelle notti di ogni respiro.
Un respiro, un giorno. Un respiro, una notte. L'aria urtava i denti e il palato e si insediava negli alveoli. Una bracciata, l'altra lesta a rincorrere la prima, il fiato usciva morto e inutile e pieno dei pensieri di quel corpo estraneo nell'utero materno nella corsia 3.
Madre, che hai fatto?
Madre, perché mi hai fatto?
Le madri erano dee senza un perché. Mettevano al mondo i morti viventi, ne cannibalizzavano i ricordi, li abbandonavano nelle piazze e negli uffici senza finestre.
“Fai un po' di piscina, un paio di volte alla settimana” gli aveva detto lo stupido medico carezzandogli la spina dorsale. Fabio cercò di non pensare ai mari assassini, solo al suo mare, respiro di luce respiro d'ombra. La corsia densa come cemento fresco si seccava accogliendo le impronte dei suoi pensieri, ecco, le leggeva sul fondo, ventidue come gli anni, impronte di orso nel guado di un ruscello.
Fabio sorrise suo malgrado e un sorso d'acqua gli mozzò il respiro e per un attimo i mari assassini lo avvolsero e presero il sopravvento, la corsia diventò un molle antro privo di luce e di risoluzione.
Eppure il ragazzo era riuscito da subito a imbrigliare le sue paure, aveva comperato la cuffia e gli occhialini e si era lanciato deciso. “Questi hanno il nasello regolabile, li metta così... no, l'elastico più in alto, sopra la nuca, altrimenti l'acqua rischia di entrare, venga qui, faccia vedere” gli aveva detto la commessa. Glie li aveva sfilati, regolati e rimessi, facendogli piegare il capo come un atleta medagliato sul podio.
La piscina evocava tutto meno che acqua, era un liquido amniotico dove il corpo a bracciate possenti cavalcava il tempo al ritmo dei respiri. Luci, ombre. Era una serie parallela di spine dorsali galleggianti e colorate - carezzate da stupidi medici - che accompagnavano la sua, carica di organi e di muscoli temporanei, ormai pesante sotto il peso del tempo trascorso dalla prima immersione e del moto di conquista e ripiegamento sulle orme ormai disseccate dell'orso.
Fabio ne aveva le movenze e la corporatura, la faccia mite, la rabbia pronta. In debito d'ossigeno ingoiava acqua e aria e spiava l'assistente bagnino che si grattava un'ascella. Quella domenica, il giorno più tranquillo per un nuotatore, Fabio era lì solo per sua madre, per averla intorno, con le acque e le ossa e il suo tempo che si allargava in brevi onde inghiottite dalle griglie dei bordi.
“Non andare, oggi” l'aveva ammonito il padre ed era rimasto con sua moglie, nel posto più asciutto del mondo, silenzioso come una piscina festiva.
Devo perché sono un orso, devo perché la schiena, perché lo stupido dottore, devo per lei, perché mia madre ora è la piscina e io le corro dentro come se non fossi più nato.
Emerse dalla vasca, sedette sul bordo e si guardò intorno. Un nuotatore in corsia 1, uno in corsia 6.
Alle cinque si chiude. Chiudere mia madre, chiuderla qui dentro fino a domani, lasciarla sola sotto il sole cadente di primavera che attraversa la vetrata gigantesca fino a tornare uovo, sotto terra.
Negli spogliatoi i soli rumori erano una goccia nel lavandino e il bisbiglio dello sciacquone rotto.
Fabio entrò rabbrividendo nella doccia e chiuse gli occhi. L'acqua calda gli disse che era solo e vivo ed era di nuovo nel mondo senza finestre.
Lo specchio gli rimandò le grosse zampe e le fauci gialle e il pene intirizzito e inutile. Si odiò un'altra volta, cinse la vita con l'asciugamano e lasciò correre sui capelli il getto d'aria calda, le braccia stese lungo i fianchi, fino a sentire le orecchie incandescenti.
Giunsero voci di bambini, là fuori, che stavano pattinando sulla pista, e insieme lo squillo del cellulare. Il suono era una campana dai rintocchi lenti e cadenzati e quando Fabio rispose seguì un silenzio sospeso del mondo, poi un respiro d'ombra. “Vieni subito, se ne sta andando”.
Il ragazzo guardò il telefonino come se fosse un oggetto sconosciuto.
“Tra dieci minuti si chiude” disse una voce. Era il vecchio segretario, che gli faceva segno con la mano, avanzando a passi sbilenchi.
L'asciugamano cadde sul pavimento bagnato.
“Ehi – disse il segretario – non ha visto l'avviso? Vietato girare nudi per gli spogliatoi. Vietato! Ehi, lei, mi ha sentito? Dico a lei, sa? Cosa le prende, è sordo?”.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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