Tapirelax
12.03.2012
PAR CONDICIO
Autore: Abate Lunare

È la fede degli amanti
come l’araba fenice:
che vi sia ciascun lo dice;
dove sia nessun lo sa.
Se tu sai dov’ha ricetto,
dove muore e torna in vita,
me l’addita, – e ti prometto
di serbar la fedeltà.
Pietro Metastasio

BIIP!
Ciao. Ci sei? (pausa prolungata) No, non ci sei (altra pausa, meno prolungata) Se no avresti risposto. Pazienza. (esitazione) Quando ascolti questo messaggio, chiamami. (ci pensa su un attimo) Anzi, no. Vieni da me. Dobbiamo parlare. È importante. Davvero. Se non puoi, avvisami. Tanto stasera non esco. Non mi va. E poi sono stanca. Quindi resto in casa. Vieni, mi raccomando. Quando puoi. Quando ti va. Io aspetto. (pausa studiata la cui intenzione sarebbe quella di enfatizzare il senso dell’attesa) Ciao.
BIIP!

Lui la spiega in questi termini.
Ne aveva bisogno, e l’ha presa. Stop. Finita lì. Fosse stato per lui, sarebbe rimasta dov’era: a marcire in mezzo all’alta tecnologia. Per poi impinguare in un secondo tempo le rimanenze dell’invenduto.
Ma c’era la questione della re-pe-ri-bi-li-tà. Oggi tutti devono sapere dove cazzo sei. Oppure avere la possibilità di comunicarti che ti stanno cercando e che quindi tu devi cercare loro. Per non parlare delle urgenze, dei treni che passano per non tornare mai più…
Ricatti. Sempre ricatti. Sembra non siano capaci di altro.
Fai come dicono loro, e forse – ma si sottolinea più volte il forse – non ti renderanno l’esistenza eccessivamente travagliata. Ignora la (subdola) prescrizione e faranno in modo che tu ti senta una cacca molle. Per lo meno nella più rosea delle ipotesi.
Meglio ascoltare subito. Levarsi il pensiero. Cavare il dente. Asportare l’escrescenza.
Si avvicina alla sagoma nera. Gli ricorda un coleottero gigante. Le antenne non si vedono, ma lui ronza. Gli sembra perfino di scorgere delle venature blu in mezzo al nero. I soliti dettagli cromatici senza grande importanza.
L’indicatore luminoso segnala la presenza di quattro messaggi. Quattro di troppo. Quando si tratta di apparecchiature elettriche oppure elettroniche, per lui il numero perfetto è zero. Gli altri fanno contorno. Non servono. Aggrovigliano la quotidianità e basta.
Preme il tasto play.
Primo messaggio. La signora anziana che sbaglia numero per l’ennesima volta. Se ne accorge perché non riconosce nella voce metallica della segreteria quella dell’amica. Balbetta qualcosa che vorrebbe suonare come una scusa o qualcosa di simile. Poi riattacca. Chiedendosi mentalmente dove mai andremo a finire o dove siamo già finiti.
Secondo messaggio. Qualcuno che riattacca appena parte il Questa è la segreteria telefonica del numero. Lo capisce. La capisce. A prescindere da credenze religiose, inclinazioni sessuali e convinzioni politiche. Solidarietà. A piene mani.
Terzo messaggio. Non si capisce bene. Ci sono rumori in sottofondo. Gente e un po’ di musica. Qualcuno parla una lingua che potrebbe essere inglese. Una voce femminile si distingue sulle altre. Forse non ha preso piena coscienza di cosa stia facendo. Tace per qualche minuto. Segue dissolvenza.
Quarto messaggio. Meno male. L’ultimo.
Ciao. Ci sei? (pausa prolungata) No, non ci sei (altra pausa, meno prolungata) Se no avresti risposto. Pazienza. (esitazione) Quando ascolti questo messaggio, chiamami. (ci pensa su un attimo) Anzi, no. Vieni da me. Dobbiamo parlare. È importante. Davvero. Se non puoi, avvisami. Tanto stasera non esco. Non mi va. E poi sono stanca. Quindi resto in casa. Vieni, mi raccomando. Quando puoi. Quando ti va. Io aspetto. (pausa studiata la cui intenzione sarebbe quella di enfatizzare il senso dell’attesa) Ciao.
Merda. Questa è la fidanzata. O la compagna, come si usa dire adesso. Il concetto è sempre quello, ma vuoi mettere?
Altro che dente. Questa è una carie che ha scavato fino a scoprire il nervo. Oppure quella sporgenza giudiziosa con cui ti auguravi di non avere mai a che fare.
Spera sinceramente di avere a che fare con una otturazione da poco. Di quelle che richiedono al massimo qualche sbadiglio. E una spesa quanto meno ragionevole.
Prima di uscire, spegne la segreteria.
Ha sempre creduto nella prevenzione.
Per questo il suo medico non sa nemmeno che faccia abbia.

Abita da sola in un palazzo di periferia.
Tre piani di ruvidezza.
Pochissime finestre, distribuite da una volontà schizofrenica. Qualcuno avrà sicuramente dovuto rinunciare all’ossigeno.
Tinte chiassose. Gli imbianchini erano probabilmente daltonici. O insensibili. Non si spiega altrimenti. Meno male che è sera e la luce del sole non può rimbalzare su tanto caos cromatico. Per questa volta i suoi occhi sono stati graziati..
La pulsantiera è di dubbia provenienza. Non si capisce dove l’abbiano scovata. Frutto di ardito recupero, assennato riciclaggio o gusto rétro. Il risultato non cambia. Si aspetta sempre di trovare scritto da qualche parte Credere obbedire combattere. Non sa come mai.
Suona.
Nell’incertezza, sceglie la formalità.
E lei si adegua.
«Sono io»
«Ti apro.»

Non sa se ostentare tranquillità oppure un minimo sindacale di apprensione.
In realtà non prova nessuna delle due. Si sente quasi neutro. Più che altro vorrebbe evitare le discussioni. Non servono a nulla. Urla e lacrime sono un po’ come i peli superflui: meno ce n’è, meno si deve togliere.
Sale un gradino per volta. Come faceva da piccolo, quando aveva paura di cadere dalle scale, vai tu a capire perché. Lo psicologo della scuola non ci era saltato fuori. E si era anche preso del cretino dai suoi genitori. Non era all’altezza. Vai a capire anche qui di cosa.
Dobbiamo parlare. È importante. Davvero.
Lo pensa lei. Non può comunque ignorare che la sua voce di Clara manifestasse pena e tormento. Qualcosa è successo di sicuro. Quasi quasi ci scommette l’apparato riproduttore. Uno di scorta gli farebbe pure comodo.
A meno che… potrebbe anche trattarsi d’un problema tecnico. A volte le segreterie, durante l’ascolto, distorcono le voci registrate.
Cazzate. Distorcono le voci, mica le parole. Non fare il furbo La segreteria è a posto. La detesti, ma quello che deve fare lo fa. Alla perfezione, oltretutto. Con quello che l’hai pagata…
No, il problema è lei.
Eppure stanno insieme da un anno. Più o meno. Nessun problema, fino a quel momento. Nemmeno il più effimero accenno di tensione. A lei sta bene tutto. Be’, non proprio tutto. Però i piedi non li ha mai puntati.
Vieni, mi raccomando. Quando puoi. Quando ti va. Io aspetto.
Troppa urgenza nel tono. Non gli ha mai fatto pressione, per nulla. C’è sotto qualcosa. Di piccolo, spera.
Potrebbe sempre tornare a casa, facendo finta di niente.
Sai, sono rientrato tardi e sono stanco. Come dici? Ti ho suonato mezz’ora fa? Ti sbagli. Non sono neppure passato vicino a casa tua. Sarà stato uno scherzo. Un imitatore. Un mitomane. Uno stalker.
Non regge. Imitatore, mitomane, stalker. Avrà tanti difetti − tutti trascurabili, s’intende − ma non è scema. Al contrario. Non crederebbe mai a una scusa così maldestra e improvvisata senza tenere conto del buon senso e della logica.
E poi è già sulla porta.
Deve entrare per forza.

«Hai fatto presto.»
Non risponde. Ha deciso di fare quello che aspetta e ascolta. Non necessariamente in quest’ordine. Tanto è lei che ha bisogno di parlare, che ha espresso l’urgenza di esprimersi in tempi brevi.
Lui siede sul divano e lei si mette proprio di fronte a lui. Non accanto. Di fronte. Segno che vuole guardarlo in faccia mentre gli parla.
Le mani. Mi servono. Tutte e due.
Gliele ha prese. Anzi, usurpate. E ora stringe, torce, spreme. Tutte le dita. Dieci piccoli salme. A lui sfuggono smorfie di dolore. Inutili. Lei non vede. È intenta al massacro.
«È molto importante…»
Se lo dice un’altra volta, urla. A parte che gli sta facendo un male cane, ha capito perfettamente l’importanza della convocazione. Diversamente non sarebbe lì.
Finalmente lascia la presa. Lui cerca di capire se potrà mai più suonare il pianoforte, anche se il suo strumento preferito è sempre stata la fisarmonica. Forse sì. Le dita sono salve. Il sangue ha ripreso la propria corsa all’interno di esse.
Lo guarda negli occhi.
Ecco.
Siamo arrivati al dunque. L’uovo è sodo. Non resta che metterlo sotto l’acqua corrente fredda, Dicono che così si pela meglio.
«Ora lasciami parlare. Senza interruzioni. Non è facile. Devo buttarlo fuori tutto in una volta…»
Respiro profondo. Di lei. Lui si è rifugiato in una cauta apnea.
«Ci sono mai stati segreti, fra di noi?»
No. Le domande retoriche no. Soffre di intolleranza nei loro confronti. Gli fanno venire una roba che somiglia all’orticaria. La pelle si riempie di bolle. Poi lui comincia a grattarsi finché non sanguina.
«Io credo di no, anche se una cosa te l’ho nascosta… una sola. Che vale cento… anzi, mille… di quelle invece dette…»
Arriviamo al dunque? Possibilmente senza impiegare troppi fronzoli. Che sia importante l’ha capito da un pezzo. Che le provochi bruciori di stomaco, pure. Se magari il sacco si degnasse di vuotarlo…
«Ti ho… tradito…»
Lo dice in un soffio. Come un palloncino che si sgonfia dopo che uno ha fatto una fatica bestia a riempirlo d’aria, rischiando l’enfisema polmonare.
Adesso si sente meglio.
Lui.

«Insomma, mi hai fatto le corna.»
Lei ci rimane male. Va bene la capacità di sintesi. Ma semplificare in questo modo il supplizio interiore che ha cercato di manifestare così drammaticamente, le pare eccessivo.
E poi si aspettava tutt’altra reazione. Non grida. Non la insulta. Non cerca neanche di picchiarla. Non dice mica pugni. Ma qualche tentativo di sberla potrebbe farle piacere.
Sarebbe legittimo. Magari le desse della troia o la facesse sentire come l’ultimo gradino della scala evolutiva. Però non lo fa.
Anzi. Discute. Analizza. Cerca di comprendere le sue motivazioni. Arriva ad ipotizzare, da parte sua, il famigerato concorso di colpa. Quello che tirano fuori tutte le volte che uno guida. Quello che stabilisce che tu hai torto anche quando hai ragione. Soprattutto quando hai ragione.
E ascolta con (inaudita) pazienza.
«Non ho scuse. Né attenuanti. Non le cerco. È stato un momento di debolezza. Nient’altro. A questo punto, è necessario ristabilire l’equilibrio fra le due parti. Quello che io ho fatto a te, tu devi farlo a me. In altre parole, devi tradirmi…»
Lui non commenta. Si limita a prendere tempo. Le butta lì un diplomatico ci devo pensare. Lascia la porta socchiusa, insomma. Riconoscendole il merito (indubbio) di aver saputo ammettere e confessare la colpa di cui s’è macchiata. Però anche deve capire che certe ramificazioni sono dure, da mandare giù. In ogni caso, non deve angustiarsi. L’ha detto lei, che è tutto finito, no? È già qualcosa. L’aiuterà a superare il momento non facile. E poi ripete: potrebbe averla messa lui in condizioni di tradirlo.
Lei è pressoché commossa, oltre che (piacevolmente) sorpresa. Non lo conosceva sotto questo aspetto. Comprensivo. Paziente. Disponibile. Ha fatto bene a dirglielo. Non ce la faceva più. Ora possono recuperare, ricominciare. Ne è convinta.
Si danno appuntamento per il giorno dopo. Cena intima. Sempre a casa di lei.
Per proseguire il dibattito.

«Non era comprensione.»
Il lampione gli serve come interlocutore virtuale. Uno specchio immaginario. Oppure anomalo. Un modo originale per pensare a voce alta. Fingere d’avere davanti qualcuno che non può ovviamente rispondere.
«Non era nemmeno pazienza.»
Domani a cena ci va. Gliel’ha promesso. Ma non andrà come si aspetta lei.
Finito di mangiare la guarderà dritto nelle iridi.
«Adesso ti devo dire io qualcosa di importante.»
E dopo una pausa da attore sdrucito, le piazzerà la granata in mezzo alle natiche:
«Ti tradisco con la tua migliore amica. La storia dura da almeno tre mesi. E il mio non è un momento di debolezza. Ci sposiamo a dicembre. Non sapevamo come dirtelo. Anche lei non ce la fa più. Ne parlavamo l’altro ieri…»
Si ferma. Vuole sentire che effetto fa.
Il lampione annuisce.
Bene.
L’equilibrio è stato ristabilito.

ABATE LUNARE [abatelunare@gmail.com]

 

Scrivi un commento | Torna all'inizio | Archivio articoli

Commenti [0 commenti]
Scrivi un commento | Torna all'inizio | Archivio articoli
 
In evidenza
tapirulan ciaoo
Tapirelax | Articoli recenti
22.07.2013
Echi di celluloide - 23: "Dexter"
[Autore: Matteo Fontana]
30.04.2013
Io come te sono
[Autore: Zumba]
08.04.2013
Echi di celluloide - 22: ''The closer'', gliallo slapstick
[Autore: Matteo Fontana]
02.04.2013
La seconda linea
[Autore: A.marti]
25.03.2013
Music corner - 51: La band pi? media del mondo
[Autore: UfJ]
11.03.2013
Cin cin
[Autore: Mr. Orpo]
01.03.2013
Music corner - 50: Famosa rock band italiana. Tre lettere
[Autore: UfJ]
25.02.2013
Echi di celluloide - 21: ''The mentalist'', il fascino dei prestigiatori
[Autore: Matteo Fontana]
05.02.2013
La citt? degli angeli
[Autore: A.marti]
Archivio articoli
 

Associazione Culturale Tapirulan
C.F. 90006350194
P.I. 01521680197

Sede legale
Via Platina 21
26034 Piadena (CR)



Sede operativa
Corso XX Settembre 22
26100 Cremona



Webmaster
French+Coma

Contatti
info@tapirulan.it

Tapirulan su Facebook
Tapirulan su Twitter
Blog.Tapirulan.it

Privacy Policy
Area Privata