Tapirelax
29.05.2012
IN FONDO AL CORTILE
Autore: Robirobi

La donna bionda sorrise all'altra che le stava accanto. Quella ricambiò con un mezzo sguardo, sfilò una sigaretta e diede un tiro.
“A quanto pare stiamo tutte aspettando Grippi” disse la bionda, guardandosi intorno inquieta, come se una folla la premesse alle spalle. “Aveva detto che sarebbe stato qui alle tre”.
La fumatrice confermò con un cenno, spegnendo la sigaretta contro il muro, perché Grippi stava arrivando trafelato, camminando come una gheisha. “Eccomi, perdonate, eccomi” squittì, protendendo le chiavi e sempre scusandosi, con profondi inchini, aprì loro la porta del suo negozio di fiori.
Solo due clienti? Mai successo. Forse era colpa del ritardo. Era la prima volta che Grippi tardava mezz'ora. La cosa era talmente inusuale che la bionda glie lo fece notare. Grippi scosse la testa. “Eh, a casa – disse – a casa...” e mentre estraeva i fiori recisi da una brocca le donne si scambiarono uno di quegli sguardi che parlava. A casa del fiorista non era accaduto niente di interessante, a parte una perdita dal lavello che aveva invaso il bagno, ma Grippi era il re delle cronache mondane e le donne erano convinte che qualcosa sarebbe comparso sui giornali del mattino seguente. E non avevano tutti i torti.
La sera Grippi tirò fuori il sacchetto di olive nere, di cui andava ghiotto. Erano greche e deliziose e si sposavano con le rape rosse. Le portò a tavola e chiuse gli occhi lasciando libera la mente. Non pensava più agli affari, perché sapeva di essere il migliore.
“Ciao, Ermes” disse. Il gatto lo guardò con la più assoluta indifferenza, poi prese a leccare qualcosa sul pavimento. Grippi si accorse di una scia di succo di rapa, rada e sghemba, che attraversava il pavimento e presso il frigo si condensava in una pozza scura. Mentre puliva sentì l'automobile di Tommy entrare in rimessa. Gli preparò nel piatto rape rosse e olive nere, le condì con l'olio e attese. Gli avrebbe baciato la schiena come piaceva a lui, gli avrebbe detto che era un giorno speciale. Versò del vino rosso a entrambi. Sorrise all'idea che di lì a poco gli avrebbe chiesto di sposarlo. Assaggiò il vino, poi lo chiamò. Lo immaginò entrare con un mazzo di fiori, Quelli no, perdio!
“Tommy?”. Nei giorni speciali farsi desiderare era perdonabile, Tommy però stava diventando eccessivo.
“Tommy!”. Si affacciò alle scale che portavano alla cantina. Salivano il rumore del motore acceso e l'odore del gas di scarico.
Grippi abbassò gli occhi e vide sui gradini una strada familiare, di rade gocce scure. Le seguì come un macabro Pollicino che si pente di essere tornato. Nella rimessa, dentro la macchina Tommy lo guardava sorridendo due volte, una con la bocca e una con la gola. E rapito da quei sorrisi Grippi crollò privo di sensi. Un uomo, impugnando un coltello insanguinato, uscì dal ripostiglio delle scope. Lo guardò, steso di traverso sulla porta, gli occhi semichiusi. “Ti è andata bene” disse. Lo scavalcò, risalì la scala a passi lenti e cercò il bagno, rovistò nei cassetti, estrasse un asciugamano, aprì la camicia e lo premette contro la ferita. “Siamo così uguali, Tommy” pensò. Scostò la porta d'ingresso e si guardò intorno. Premette il pulsante di apertura del cancello e uscì in giardino. Il cielo era troppo grande e pulito per la sua vita. Un cielo così solo qualche settimana prima era stato il luogo ideale, quando con Tommy era volato da Baltimora a Roma e in mezzo alle nuvole avevano brindato e si erano giurati amore eterno.
Tommy, debole e incostante, ecco cosa sei. E ti amavo anche per quello, per i tuoi sì ai quali non sapevi dare un valore, per i no mai convinti. Ecco perché quando mi hai detto di sì non ci ho creduto fino in fondo. Sì, mi avevi detto, andremo da lui e gli spiegheremo che voglio stare con te. E mi guardavi negli occhi, ma io nei tuoi vedevo la solita ombra di incertezza. E così quando stavamo entrando in rimessa e con un gemito mi hai detto di no non mi sono stupito più di tanto. Però non volevo mollarti, a nessun costo, così mi hai piantato un coltello in pancia. Il gesto sì che mi ha fatto male, più della ferita, perché non ti credevo capace di una cosa simile. Non riuscivi a odiare e fare del male, il vero problema era che non sapevi come cavartela nella vita. E infatti piangevi mentre mi uccidevi, stupido Tommy.
“Con un coltello del ristorante” pensò l'uomo e sorrise. Si immaginava la scena del goffo Tommy, che di soppiatto infilava il coltello sporco di maionese tonnata nella tasca, perché come tutti i migliori amanti aveva già considerato di uccidere, mentre fissava il bordo dorato del piatto.
Il cancello d'entrata sembrava non arrivare mai, eppure era così vicino. Era l'ultima uscita di una storia e già accennava a chiudersi elettricamente. L'uomo sentì la mano bagnata sulla ferita, ma non guardò in basso, fissò le porte di metallo brunito che con un lieve cigolio, sotto il lampeggiante giallo, facevano un gioco: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.
Correre non se ne parlava. Camminare, difficile. Era ora di sedersi a respirare, era ora di fermarsi. Il cancello si chiuse con un battito metallico e l'uomo rimase a guardarlo, incantato.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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