Tapirelax
22.03.2012
TORNI A TROVARCI
Autore: Robirobi

Il sole è caldo, nonostante dicembre, così lancio il tachimetro dove la velocità non ha più senso. Penso di essere l'ultimo motociclista rimasto in circolazione e penso anche di essere pazzo. Mi dispiace che l'estate sia lontana, ma Alice non si cura dell'inverno, lei è giovane, ha le gambe nude e i capelli al vento. Non trema nemmeno un po' dentro la camicetta di lino. La invidio, soprattutto perché ride, ciò di cui non sono mai stato capace.
Mi chiama, così acquieto i giri del motore e mi giro verso di lei. “Ho voglia di un caffè” mi sembra di sentirla gridare. “Due” confermo con le dita, ma lei ribatte che ha voglia di gelato. Ogni volta che le chiedo di ripetere mi urla una parola diversa, perché le voglie sono così tante e brevi che se ne vanno a ogni curva.
Ci fermiamo al bar “Di tutto un Po”, che si chiama così perché sta lungo il fiume. Nel retrobottega trovi giradischi usati, erba, canne da pesca, motorini smarmittati, pezzi di passato che si ostinano a condensarsi sui vetri unti di squame, olio di motore, ricordi perenni.
Alice cerca nel frigo dei gelati e il barman è felice e le guarda le gambe e gli sembra normale che lei sia così poco vestita. Io bevo un orzo bollente e Alice mi prende in giro e ride come fa sempre con il suo cane, perché il suo cane è simpatico almeno quanto me ed io che sono un uomo ricevo dalle sue mani le carezze che si riservano a un cane, sotto il mento, sulla testa, sul naso, sulla schiena. Baci, mai. Li vorrei ricordare, ma sono come quei volti di un tempo così lontano, che sembra appartenere a un altro uomo. Riconosci il concetto, ma non ricordi il senso tattile, il calore, il rumore delle labbra. Pura teoria. Eppure Alice è qui, nell'alito di liquirizia, nei capelli di vento gelido, nella pelle profumata di crema solare. “Andiamo al mare” mi dice. Il barman rimuove dagli occhi la ciocca di capelli arruffati come per godere meglio della sua bellezza e fa sì con la testa, il mare d'inverno è una gran bella cosa, guarisce lo spirito, dice, io al mare sono sempre guarito e una volta, pensa, sopra il mare ho visto scendere la neve.
E uno non ci pensa che la neve cade anche sul mare e che scompare all'istante, come se sulla sua superficie non valesse la regola delle stagioni. Anche Alice la ignora, ha tanti costumi da bagno nella sacca, e un cappello di paglia.
Nello specchietto della moto ora sembro più giovane, mi aggiusto i capelli e mi infilo il casco. Non ho più freddo come prima. Il motore torna a girare con un rumore di gatto che fa le fusa e Alice stringe le cosce intorno al mio bacino e grida qualcosa. Sollevo la visiera. Ti voglio sposare, mi dice, ma con quest'aria non sento nulla e lei ogni volta pronuncia una parola diversa che si perde nel vento.
“Al mare, al mare - dice alla fine – diceva il barista che pioverà”. Non è salutare parlare mentre si viaggia, ma Alice ride forte. Ride sempre così quando pensa che non ho capito niente.
Impieghiamo un'altra ora prima di raggiungere il mare. Quando lo vedo, bianco come il cielo, ho come un pensiero sorpreso, perché d'inverno credo solo nella terraferma.
Alice si spoglia, si toglie dal viso un velo di brina gelata. Io, con il casco ancora in testa, la guardo lanciarsi incontro ai cavalloni. Il suo costume è del colore della sabbia e mentre corre sembra scomparire e i capelli sono un'onda anomala che volteggia a mezz'aria. Solo quando mette i piedi nell'acqua si ricorda di me, si gira e mi chiede “Che fai, non entri?”. Faccio finta di starci, mi tolgo il casco ed ora non raggiungo nemmeno i vent'anni, come lei. Sotto i pantaloni indosso il costume, ma solo per farla contenta, quando sarò con i piedi nell'acqua troverò qualche scusa per tornare all'asciutto. Mi avvicino a lei, immersa fino alla vita, e le tendo la mano.
“Il giubbotto, togli il giubbotto!”. Ma la voce fatica a staccarsi dal fragore delle onde. Eppure sono così piccole che nemmeno si vedono. Mi vergogno, mi giustifico, ma in realtà ho freddo. Allora mi prende le mani e mi guarda negli occhi, mi guarda dentro fino all'ultima periferia, fino nelle strade senza uscita del mio cuore, e il vento dell'Africa arriva e solleva la sabbia e comincio a sudare così forte che devo levarmi i vestiti. Urlo, strepito, pesto i piedi, rinnovo la rituale danza della nostalgia, ed ora Alice mi guarda e si siede fra le onde. Sa che non sono felice. “Che si mangia per pranzo?” mi chiede.
“Non rimpiango nulla, davvero”.
“Dove andiamo, per pranzo?”.
“Sono contento che siamo insieme, l'acqua non è così fredda, avevi ragione, se tutti sapessero che tesori nasconde l'inverno, se tutti sapessero, d'inverno si andrebbe tutti al mare”.
Alice si riveste e per un attimo un brivido la percorre. “Andiamo via” mi dice, perché ha capito che la cosa non regge. Eppure, finché i ricordi resistono, posso anche essere felice. Sono disposto al bagno e ai lunghi viaggi, sono disposto a tutto, se qualche ora è uguale a una volta.
Mi rivesto e monto in moto, non sento Alice salire dietro di me, ma so che c'è. Andiamo a mangiare, le dico, a mangiare da Orfelio, se c'è ancora. Ma Orfelio non c'è più e al suo posto trovo una faccia da D'Artagnan che non ride mai, e che quando non ha niente da fare rimane a guardia della cassa. Alice ordina una pietanza che sul menù non esiste, mi sorride come per scusarsi, si alza e va in bagno.
Il mare, dietro i vetri, accoglie la pioggia. Un giorno lo attraverserò senza rimpianti. All'uomo che mi porta il conto sorrido senza sapere perché. Guardo la porta della toilette, come se Alice dovesse uscire da un momento all'altro, ma dal bagno non esce nessuno, D'Artagnan è avvinghiato alla cassa da quasi un'ora e la guarda con bramosia. Una volta pagato forse mi sentirò meglio, una volta fuori tornerò a casa senza voltarmi indietro, illudendomi di essere guarito una volta per tutte. D'Artagnan mi strappa i soldi di mano e con cautela mi posa il resto sul palmo. “Torni a trovarci” mi dice e finalmente si muove, mi precede, mi apre la porta con un inchino.

ROBIROBI [cpkpst@tin.it]

 

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5-4-8

Zumba | 22.03.2012  15:00 

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