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Tapirelax
23.10.2012
FINCHE' MORTE NON TI SEPARI
Autore: A.marti

“Nascerai stanotte, intorno alle due. Un po’ in anticipo sul previsto, ma così sta scritto. I tuoi genitori desiderano un maschio, ma avranno una femmina, prematura. Verrai al mondo sul finire del ventesimo secolo, nell’emisfero boreale del pianeta Terra. Le tue possibilità di sopravvivere sono ottime, come pure l’aspettativa di vita.  Ci sono discrete premesse per questa esistenza, 010.102.004, vedi di giocarti un buon destino,questa volta!”.

L’anima 010.102.004 venne sfiorata dal suono struggente di un violino e rispose a quella carezza vibrando in un flebile scintillio. La procedura era iniziata; il violinista seguì le istruzioni con cura e dedizione, come si trattasse della prima anima che avviava alla luce. Sapeva che nessuno si sarebbe ricordato di lui e delle sue parole, dopo la nascita, ma era il primo violino e sentiva tutta l’importanza di quel compito. Era lui “a dare il La” all’orchestra, a stringere la mano al direttore all’inizio del concerto, prima che la musica rompesse il silenzio.

Non smise di chiacchierare mentre scorreva i documenti che aveva in mano: “Ho letto la tua scheda 010. Ti spiace se ti chiamo solo così? Penso tu sia già passata di qui altre volte”. Un lieve bagliore dell’anima sembrò rispondere a quell’interrogativo. “Non sono un indovino, ma posso fare delle supposizioni in base a questo elenco. Vediamo... Ti spettano un corpo sano, un nome breve e una scorta d’intelligenza adeguata al tuo tempo.  Credimi, non è poco come dotazione iniziale”.

Si alzò dallo scrittoio seguito dalla scia di luce, muovendosi in un salone le cui pareti erano ricoperte da profondi scaffali vuoti. A intervalli regolari, fra uno scaffale e l’altro c’era una scala a pioli; ciascuna delle quali era agganciata agli scaffali in maniera da poter accedere ai ripiani più alti. Il violinista salì quella che gli stava di fronte fino in alto. Fissò il vuoto del ripiano, su cui immediatamente comparve una scatola di cartone robusto, contrassegnata su un lato dal numero 010.102.004. La afferrò con la mano destra stringendola contro il fianco e ridiscese i gradini reggendosi con l’altra mano. Il barlume dell’anima che gli svolazzava sopra la testa, illuminò appena la sagoma rimasta nella polvere dello scaffale.

L’intera scatola era ricoperta di polvere, ma il violinista non sembrò farci caso mentre la appoggiava sulla scrivania. “Non vedo talenti naturali nella lista” continuò rivolgendosi alla silenziosa presenza “ma tutto il resto è nella media; sembra davvero non manchi nulla. Tutto dipende da quanto vorrai impegnarti e faticare. Ho mandato al mondo persone molto più equipaggiate di te che non hanno combinato nulla e esseri umani che con poco hanno vissuto esistenze strabilianti. E ora vediamo cos’abbiamo qui… ”.

Così dicendo scoperchiò la scatola e ne scrutò l’interno; le rughe intorno alla bocca si tesero in un sorriso compiaciuto. Svuotò il contenuto con calma, allineando sul piano della scrivania alcune boccette simili a mignon di liquori e un cofanetto di legno grande quanto un portasigari. 

“Queste sono le tue qualità secondarie” disse sollevando i flaconi controluce, uno dopo l’altro. “Quelle che non penserai nemmeno di avere, ma che faranno la differenza al momento opportuno, nel bene e nel male. Il coraggio, per esempio. E’ nella boccetta rossa; ce ne sono pochi grammi, ma non ne serve molto di solito. Fattelo bastare”.

Il violinista tolse il tappo alla fiala e versò della porporina su 010.102.004, che pulsò intensamente di una nuova sfumatura scarlatta .

“In questa bottiglia scura, invece, c’è la testardaggine. E’ un minerale molto duro, ma se sarai in grado di scalfirla otterrai la pazienza e la tenacia. In grandi quantità invece ti renderà ottusa, testarda e irragionevole. Il flacone pieno d’acqua è la sensibilità. Ne hanno messa molta, ma non si tratta di un vantaggio. Dovrai fare i conti con l’inquietudine. Quell’acqua a volte ti gelerà nelle vene, sarà fragile e tagliente; a volte svaporerà in nebbia e ti confonderà”.

Il nucleo di energia ricevette i nuovi doni e la sua luce si  fece via via più intensa e abbagliante. “L’ironia nella boccetta verde e il senso dell’umorismo in quella viola ti faranno comodo, ma non esagerare con le quantità” si raccomandò il violinista tingendo la luce di nuove sfumature.

Rimaneva solo il cofanetto di legno sul tavolo. Il violinista non lo aprì. “Questa scatola contiene il biglietto di ritorno del tuo viaggio.  Sono molti  in verità; uno per ciascun attimo della tua vita. Non so quando verranno a riprenderti; potrebbe succedere subito o fra molto tempo. Il grumo di luce sembrò reagire a quelle parole con un segnale intermittente.

“Mi piacerebbe tu potessi ricordarti di queste parole, ma dovrai cavartela da sola, anche questa volta, cercando il senso a un’esperienza imperfetta che non ti risparmierà sofferenza e paura.

Morirai molte volte prima dei vent’anni, desiderando funerali pieni di fiori, immaginando il dolore di coloro che sembreranno non capirti. Ma sei tu che dovrai comprendere. Forse lo farai davvero quel gesto, prendendoti la soddisfazione di decidere il come e il quando, assecondando la tentazione di lasciar perdere tutto. Quando si è giovani, soli o disperati la morte sembra una faccenda esclusiva. Ma in  quei gesti estremi c’è una gran voglia di vivere.

Non so se si tratti della soluzione migliore. Non sono io che posso dirlo; per me è facile. Io non sono vivo e non sono morto, io sono e basta. Come ti ho detto, faccio solo supposizioni, ma finché la morte non ti separerà dall’esperienza del corpo, fino a quando non ti restituirà all’energia dell’universo, avrai la tua occasione per comprendere il mondo, per attraversarlo con uno sguardo unico e irripetibile. 

Questo non cambia la realtà, solo la prospettiva. La morte rimane e  non è mai un granché. Forse morirai come tuo padre e anche di te diranno che è stata la morte migliore; un sonno da cui non si risveglia, il cuore che non tiene più il ritmo. E come lui tornerai da me furiosa e piena di rancore, per aver lasciato le cose a metà, troppo presto, senza nemmeno un saluto.

Non è una questione di tempo, è il meccanismo a essere difettoso. Nessuno di quei biglietti con la data e l’ora può escludere fatalità, malattia, violenza, stupidità, dolore, vecchiaia. La morte non è mai giusta per chi è vivo e dimentica di far parte del tutto. Ora è tardi, il tuo tempo sta per iniziare. Non potrai sceglierai come morire, ma ti auguro di poter scegliere come vivere”.

Il violinista riprese a suonare, la musica ruppe il silenzio, la grande stanza ne fu invasa.  Il cielo di quella notte, sul finire del ventesimo secolo, nell’emisfero boreale del pianeta Terra era ingombro di neve. Chagall ci avrebbe dipinto una capra e un uomo col violino.

A.MARTI [marlock@libero.it]

 

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