Tapirelax
02.04.2013
LA SECONDA LINEA
Autore: A.marti

Resto in attesa. Non più di cinque minuti dicono. Cerco di distrarmi. Giocherello con la tastiera. Chiedo cose a Google. A caso. M-a-r-e: 478.000.000 di risultati. D-i-o: 384.000.000, M-a-m-m-a: 186.000.000. Ci provo in Inglese: God incassa 1.840.000.000 riscontri, Sea: 2.080.000.000, Mother: 1.330.000.000.
Stravince il mare inglese, forse perché l’Inghilterra è un’isola o forse perché ammazzando il tempo e la ragione, la mia testa si è focalizzata su parole potenti a stento contenute nel recinto del linguaggio. Parole con cui perdersi o con cui scendere a patti.
Ma oggi non ho voglia di perdermi, ho bisogno di navigare nell’acqua dolce e rassicurante di un bacino chiuso, piuttosto che affrontare le onde burrascose del mare aperto, con un dio a pieno servizio che non mi mandi in crisi, più di quanto non sia già, ma che sia pronto a esaudire la mia preghiera e una madre a ridotta mamma, a cui tirerò la gonna, sperando che si chini verso di me, mi abbracci e mi dica che va tutto bene.
 Chissà quante volte al giorno viene pronunciata la parola mamma, forse non lo sa nemmeno Google. Mi piacerebbe registrarne il marchio e fare soldi a palate, diventare la padrona di quel suono comune a tante lingue, di quella sillaba balbettata dai bambini di mezzo mondo. Mi toglierei delle soddisfazioni con quella ricchezza, questo è certo e me avanzerebbe a sufficienza per tutte quelle donne che fra mille difficoltà rispondono a quei richiami, affrontando in solitudine la crescita e l’educazione di un figlio.
Sì, perché un conto è parlare di maternità in teoria, pontificare sul massimo sistema con cui la vita rinnova se stessa, trasmettendosi nel ventre della Grande Madre in un continuo processo di rigenerazione e un conto è parlare di “pappa-nanna-cacca”, con le parole che appartengono alle mamme piccole, comuni; non “grandi” come la divinità femminile.  Quelle donne che perdono il loro nome proprio diventando solo  “mamma”;  facendosi suono, cibo conforto, braccia, lavatrice e ferro da stiro. Donne che sono attraversate dalla vita e la restituiscono ricominciando tutto da capo. “Salvano con nome” nuove vite, rinominano ogni cosa, come se fosse nuova, finché i bambini non imparano a schiacciarla fra le labbra, a pronunciarla  correttamente nella loro lingua madre.
Così il mare torna a farsi sentire, in questo rapporto di carne, sangue e parola che fa madri tutte le mamme, che mescola l’umano con il divino. “Il verbo che in principio era presso Dio, si fece carne” e lo fece attraversando un corpo di donna.
La mia di mamma questo mistero me l’ha spiegato facendo una torta. Niente api e fiori, ma un uovo nello zucchero. “Non tutte le uova diventano pulcini. Solo quelle in cui si mescola l’amore del gallo e della gallina”. Avevo quattro anni e ciò che mi colpì di più fu il fatto che si potessero fare torte con i pulcini mancati e che essere femmina significasse avere  qualcosa a che fare con galline e uova.
Sono passati quattro minuti e quasi cinquanta secondi stando all’orologio del computer. Conosco la procedura a memoria, ormai: estrarre lo stick dalla bustina di alluminio, togliere il cappuccio, tenere la striscia assorbente sotto il flusso di urina per almeno 6-8 secondi, attendere che si evidenzi la linea rosa nella finestrella di controllo, appoggiare lo stick su un piano orizzontale, attendere non più di cinque minuti. Leggere il risultato.
Mi alzo, torno in bagno. La linguetta di plastica è sul lavandino, come tutte le altre volte. Questa sarà l’ultima, lo giuro. Comunque vada. Basta cure, basta iniezioni; devo guardare in faccia la realtà. Sollevo lo stick. Lo guardo. La realtà è lì.
Apro il rubinetto, lascio scorrere l’acqua, mi risciacquo il viso. L’acqua riempie il lavandino, ma non è il mare. Nessun risultato trovato.   Nessuna seconda linea. Dio aveva di meglio da fare.
Vado in cucina. Prendo zucchero, farina e uova dalla dispensa. Ho voglia di fare una torta.

A.MARTI [marlock@libero.it]

 

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