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Tapirelax
22.05.2006
BERLINO, 30/4/2006 - 4:00 AM
Autore: UfJ

Sono nuovamente in strada. Ho lasciato la cartina a Mario pertanto dovr fare affidamento esclusivamente sulla mia creativit. L in fondo c' una U-bahnof. Bene. Salgo. Aspetto. Il treno arriva pochi minuti pi tardi. Alla stazione di Eberswalderstrasse scendo per la coincidenza. Ma la U2 non passa. Lavori in corso. Gi: lavori in corso alle quattro del mattino di domenica trenta aprile. I tedeschi. Esco in strada pensieroso sul da farsi. Escludo di farmi un chilometro e mezzo a piedi. Sono stanco, ho sonno. E poi sono malato, cazzo! Escludo di prendere un taxi per farmi portare cento numeri civici pi in l. Attraverso la strada e mi siedo ad aspettare un autobus, s, questa mi pare proprio un'ottima idea. La faccia affondata nei palmi, le ciglia corrucciate e pensose, la fronte aggrottata per il freddo: con quell'espressione, la giacca di velluto marrone, la maglietta nera, gli occhiali e i jeans sporchi di tutta Berlino somiglio a un esistenzialista in ferie.
"Aghswaldenshrrenhberwaldenkopffershtaub?"
"Eeeh?"
Una ragazza in piedi giusto di fronte a me indica qualcosa alla mia destra.
Giro la testa: a un centimetro dal mio piede vedo una melmosa pozzanghera rosa scuro dentro cui galleggiano solidi brandelli bruni, e qualcuno chiaro. La superficie ondulata, frustata dal vento, riflette le opalescenti luci del locale gay di l dalla strada. Sembra proprio che qualcuno m'abbia appena tritato di fianco un intero succulento Barbapap.
"Agh-swal-den-shrr-en-h-ber-wal-den-kopf-fer-shta-ub?" ripete pazientemente la ragazza, sillabando.
Giro nuovamente la testa verso di lei. Occhi chiari, capelli biondi, pelle bianca, gote rosse. La tipica crucca. Bassina, bei fianchi, due grosse tette. Venticinque/ventisette anni. Tra lo 'scopabile' e il 'carino', direi. Mi guarda e muove le labbra al rallentatore, come se mi fossi vomitato anche un po' di cervello, oltre che la cena, e ora non capissi proprio pi un cazzo di niente. Nel frattempo dondola avanti e indietro tenendo le braccia staccate dal busto per stabilizzare l'equilibrio precario. Ho il chiaro sentore che mi produrr un bel Barbamamma sulle scarpe entro pochi secondi. E' con due amici, i quali si guardano la scena a una manciata di metri. Ridacchiano e si palpeggiano con trasporto.
"No spriche deutsch. Speak English?" Dico rassegnato.
"Heavy drink or heavy food?" ribatte pronta, sorprendendomi. Ride.
Cerco di spiegarle che non roba mia: io sono appena arrivato. E che, qualunque cosa sia quella, io non ho mai ingurgitato n mai ingurgiter niente di simile. Mai e poi mai.
Un rumore metallico lacera il silenzio. L'autobus giallo luminescente fende la notte come una gigantesca dentiera sferragliante. Salgo. Sale anche lei. Salgono pure i due amici senza smettere di palpeggiarsi.
Heike, cos si chiama la ragazza, continua a parlare in un inglese piuttosto stentato. Mi parla della DDR, della sua infanzia vissuta in una Berlino Est crudele e anacronistica. Mi parla di s, del suo nuovo lavoro da parrucchiera che rende due lire ma chiss, un giorno... Le chiedo informazioni sui locali notturni dei paraggi. Mi snocciola una serie di nomi incomprensibili e comincia a sbracciarsi per indicarmeli tutti assieme. Unico risultato fare sballonzolare un po' di pi queste due belle tettone alle quali le mie pupille sono irrimediabilmente appiccicate ormai da alcune fermate.
Gli amici salutano e scendono. Dicono qualcosa in tedesco alla ragazza attraverso la porta. Risponde con un tono che suona di insulto scherzoso.
Chiedo a Heike dove abita, un po' per fare conversazione, un po' speranzoso che ricominci a sbracciarsi. Oltre Pankow, risponde, a quattro-cinque chilometri da qui. Pankow ancora una brutta zona, dice, e non le piace tanto andare sola a quest'ora.
A pensarci bene io non ho poi cos tanto da fare se non ritornarmene in camera e sentirmi per otto ore i rantoli e le scorregge di Mario.
"If you want... I can come with you", dico.
Sgrana gli occhi e mi guarda dubbiosa. Sta caracollando persino seduta. L'autobus fa una curva. Heike mi frana letteralmente addosso. La afferro prontamente e la sorreggo un po'. Beh, dato che ci sono do anche una tastatina alle tette, per vedere come sono. Sode, piuttosto sode.
"Just bring you home and talk. Nothing more", aggiungo, spiegando poi che in quelle condizioni potrebbe anche perdersi in giro.
Heike pare non chiedersi come posso aiutarla a non perdersi dal momento che: uno, non so dove abita, e due non sono mai stato a Pankow. A lei la spiegazione pare convincente e accetta.
Scendiamo. Prendiamo un altro autobus. Scendiamo di nuovo. Ne prendiamo un altro ancora. Quando comincio a pensare che questa abiti a Danzica invece che a Pankow balza in piedi e suona il campanello per scendere. Schizza fuori in strada e si gira a guardarmi. "Schnell, schnell!" dice.
Camminiamo alcuni minuti per la periferia della periferia di Berlino Est lungo grandi strade malamente asfaltate e marciapiedi che sembrano scavi archeologici. I palazzi sono cubici, grigi, alti cinque piani e senza balconi. I vetri del primo piano sono in genere tutti rotti, oppure scritti o graffiati. I muri sono una schizofrenica successione di poster e graffiti di ogni tipo, tranne che osceni. Non un'anima per la strada. Non un locale aperto. Pi precisamente: non un locale affatto. Heike svolta in una stradicciola e perde l'equilibrio di nuovo. Anche stavolta la afferro circondando la vita. Riprendo a camminare senza lasciare la presa. Si appoggia a me, anche lei mi cinge la schiena. Incediamo cos, in silenzio, per un'altra manciata di minuti, abbracciati come una coppietta di fidanzatini a solo pochi passi dalla scopatina della buonanotte.
"It's here!" Heike si arresta, si libera della mia presa e cerca in tasca la chiave. Apre il portone.
"Goodnight and thank you", mi bacia una guancia e fa un passo indietro. Mi guarda.
La guardo.
Non entra: ferma sulla soglia, appoggiata allo stipite per non dare gi. Abbassa lo sguardo.
"Goodnight", rispondo.
Alza di nuovo lo sguardo. Sorride. "Goodnight", ripete. Rimane sempre ferma dov'.
Sorrido pure io: "Goodnight and good luck". Giro i tacchi e mi incammino da dove sono venuto.
Sento chiudere la porta alle spalle, in cielo sento cantare una gazza. Mi guardo attorno: le case sembrano un'infinita sequenza di immense scatole di fiammiferi; gli alberi, spogli e disadorni, paiono infernali zolfanelli. Guardandola bene la fetta di cielo che intravedo non pi nera nera: il cielo ora frastagliato di un blu molto scuro. Mi guardo dietro: una luce soltanto accesa, al terzo piano della scatola n. 1984567345. Sar il bagno di Heike? Sar corsa a vomitare? Sar la cucina? Avr pensato di farsi un paio di salsicce? Che star facendo, Heike, ora?
"Bah..." dico a voce alta. Infilo in tasca un mano, afferro una sigaretta e me la accendo. Accelero il passo. "Bah, bah, bah..." continuo a ripetere a voce sempre pi alta, inspirando ed espirando il fumo della sigaretta. S: sbuffo, cammino e rumoreggio proprio come una locomotiva a vapore in partenza. In partenza, bah, bah, per casa mia.
Gli edifici sfilano lenti, pigri e massicci. Heike sar gi a letto, che belle tette che aveva. Il cielo schiarisce pian piano, le gazze sembrano dirmi all'unisono qualcosa che non riesco ad afferrare. Mani in tasca, sigaretta in bocca, sto tornando a casa.
Mi arresto all'istante. Mi guardo attorno di nuovo.
Gi, sto tornando a casa.
Ma prima vorrei tanto sapere dove cazzo mi trovo ora.

UFJ [ufj@tapirulan.it]

 

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Commenti [9 commenti]

Il tedesco è stato inventato per gli insulti. Per qualcosa di buono e gentile c'era la langue d'oc.

Del | 05.06.2006  18:29 

Sono insulti o c'è scritto qualcosa di buono e gentile?

French | 01.06.2006  13:07 

teurer UFJ
ich las deinen Bericht und ich erkannte mich wieder.
ich bin nicht ganz mit der Beschreibung zufrieden der von den von mir, und vor allem von du sprichst wie über meine Brüste.
ich dachte, daß du bist ein hübscher italienischer Junge mit vieler Dichtung, von geben, aber ich sehe, daß du nur an die Brüste zur Pizza und den Mandolinen zum Ende denkst.
ich war fast überzeugt einen vollständigen geschützten Geschlechtsverkehr mit deinen langen Leid, aber zufriedenem zu haben, dich nicht auch abgetreten haben weil von wieviel ich sah unter der Hose, hast du uns ihn klein.
auch bin ich in Krieg mit dir wie Lady bell.

heike | 01.06.2006  12:33 

Ma dai UFJ non fare cosììììììììììì, ti ho detto che i versi degli animali sono difficilissimi...come sei acido!
Visto che al lavoro fai passare per deficenti i colleghi che non rispondono agli indovinelli strizzacervelli che invii nei tuoi cazzeggi e io strizzo strizzo e non mi esce mai niente, questa è la mia rivincita....
E guerra sia!!

Lady Bell Bush | 25.05.2006  12:25 

ma che stronza ladybell
una serpe
gliel'ho detto io che c'era questa cazzata della gazza che canta e lei che fa?
mi sputtana
solidale come un cruciverba
carina come una toyota
gentile come un calciatore
è la guerra che vuoi?

lusingato del confronto con john fante
scrittore amato da bukowski
bukowski è grandissimo
john fante non so
mè venuta voglia di metterlo sul comodino
in coda

ufj | 25.05.2006  10:55 

Non preoccuparti Lady, se non sta lavorando è perchè studia tedesco...

pigi | 24.05.2006  20:22 


Caro UFJ,
bello la tua esperienza crucca... come sei poetico...gli zolfanelli ....Ma facciamo un breve ripasso sui versi degli animali che secondo me sono difficilissimi...
il merlo chioccola, l'elefante barrisce e il topo squittisce ma la gazza come fa? trallalerolala ..gracchia?? ...o forse quando sono felici tutti gli animali possono cantare?
Non lavorare troppo

Lady Bell | 24.05.2006  17:37 

Sempre divertentissimi, i resoconti di viaggio di Ufj...

fratearrigo | 23.05.2006  07:27 

Se John Fante fosse ancora tra noi, direbbe che questa avventura notturna era pane per i denti di Bandini.
Bravo Ufj!

pigi | 22.05.2006  23:06 

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