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FOGLIAZZA
  30.12.2008 | 16:13
MUSICA PER LE MIE ORECCHIE
 
 

Ricevo e volentieri pubblico:
"Gentili Redattori di Voyager ragazzi,
da mia moglie ho appreso che nella puntata di oggi 28 dicembre avete definito Giovanni Allevi uno dei più
grandi pianisti italiani, se non il più grande. Questa è davvero una enorme falsità, soprattutto se rapportata al grande numero di pianisti italiani che hanno vinto e vincono in giro per il mondo i maggiori concorsi internazionali e sono protagonisti nella maggiori stagioni concertistiche. Allevi è un discreto pianista pop che riesce a produrre qualche orecchiabile motivetto molto redditizio a livello commerciale, ma questo non ha NIENTE a che vedere con il pianismo classico nè tantomeno con il pianismo jazz. Stupisce che una trasmissione del servizio pubblico cada in un tale equivoco e faccia confusione tra il successo commerciale e lo spessore artistico facendosi promotrice di un tale RAGGIRO culturale. La vostra affermazione è ancora più grave in quanto risposta al quesito di un giovane studente di pianoforte, per il quale adesso IL MODELLO da seguire è Giovanni Allevi. Dire che Allevi è il più grande pianista italiano è esattamente come dire che Moccia è il più grande scrittore italiano, niente di più, niente di meno. Ve la sentireste di affermare una cosa del genere in televisione di fronte a milioni di telespettatori (tra cui anche numerosi addetti ai lavori)?

Chi vi scrive è docente di conservatorio e musicista attivo in ambito concertistico nazionale ed internazionale, ma nel caso in cui il mio parere vi risultasse non abbastanza autorevole, allego un'intervista al Maestro Uto Ughi pubblicata qualche giorno fa su La Stampa.
Approfitto per comunicarvi che io mia moglie guarderemo più la vostra trasmissione ed altrettanto consiglieremo di fare ai nostri numerosi amici e colleghi.

Distinti saluti."

Ciro Longobardi
 http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39479girata.asp

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  28.12.2008 | 18:49
PASSA TUTTO - racconto di Natale
 
 

Il vecchio si voltò di scatto, nell’attimo esatto in cui la donna lo affiancava. Lei, accortasi del gesto “Mi scusi, lo so che fanno rumore”. Sul porfido di via Farini basta poco per battere il passo, ma le scarpe della donna, eleganza di anni altrove, suonavano forte e di corsa, giacchè la fretta scalpitava sotto i tacchi. “No… è che mi ricorda i passi dei Tedeschi, in tempo di guerra. Facevano quel rumore lì e io li sentivo da quella finestra laggiù.” Sorrise il vecchio e tanto bastò alla donna per rimandare la sua destinazione. Quell’accostamento storico, poi, concesse il resto: raggiungere Piazza Garibaldi fianco a fianco, con la promessa di approfondire quel passato. E così accadde, nella lentezza di chi si dà il tempo per conoscere la memoria in fuga, che lui le parlò. Lei, pudica, non domandava nemmeno di fronte al desiderio di aprirsi, troppo in colpa per aver banalmente indotto l’evocazione. Ma il vecchio era d’altro avviso e continuò. Camminarono come cammina una coppia che si vuole bene. Camminarono. Fino a “…quella finestra lì, vede? Io abitavo lì. Bè, sono tornato e ci abito ancora. Lì mi affacciavo e li vedevo arrivare. Scappai quasi subito, conobbi una donna che diventò mia moglie. Abbiamo avuto una figlia. Poi…” La donna, ferma sulla porta di casa del vecchio, non si concesse che l’attesa del racconto che continua. Guardò l’ingresso per non vedere gli occhi di lui che le rimandavano il riflesso di lei, commossa, ormai del tutto assente al suo appuntamento. Lei immaginò la casa, le foto, i cassetti  e il tavolo della cucina. Senza riuscirci. “… poi… c’erano le persecuzioni razziali… mi salvai solo io. E’ stato tanto tempo fa… Per carità… non voglio che dia la colpa del mio ricordo alle sue scarpe! Ne parlo volentieri… sono i miei ricordi… anzi, ho una foto di mia figlia, la vuole vedere? Lei le somiglia molto, dico davvero, la vuole vedere? Sì, le somiglia proprio, non è straordinario come regalo di Natale? Voglio dire… ho incontrato lei per una coincidenza… Mi scusi, io mi sto dilungando mentre è la Vigilia e sicuramente lei ha un marito che l’aspetta.” All’improvviso il vecchio estrasse dalla tasca la foto della figlia e gliela mostrò “Che le dicevo? E’ una foto un po’ rovinata… ma la somiglianza c’è tutta! Non è incredibile?!”. Lei immobile, gli occhi appesi alla ragazza nella foto, non proferì parola. Fu il vecchio a congedarsi “Buon Natale!” e scomparve dietro la porta d’ingresso. La donna, ancora ferma sull’uscio, emise dalla bocca il leggero alito di poche parole “No, non è incredibile. E’ mia madre.”

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  22.12.2008 | 13:50
CARO BABBO NATALE... (tre)
 
 

... io voglio un trenino elettrico, di quelli che piacciono tanto al mio papà, che a forza di dire "'n'attimo che metto 'sto pezzettino..." lo usa solo lui. NON voglio una metropolitana! E poi che ci faccio con una metropolitana? Dico ai miei amici "oh... anche noi di Parma ci abbiamo la metro... sì vabbè... di cervello non facciamo un chilo ma un tanto al metro...". Altro che europei... a Parma ci sono un sacco euronei... piccole bottoline inestetiche che dobbiamo stare attenti con l'esposizione alla luce della ribalta internazionale. La maggior parte di questi euronei sostiene che la metro è una cosa intelligente: mi sa che conviene andare in bicicletta che facciamo più bella figura. Un'amica di mia mamma s'è rifatta le tette e a vederla così si direbbe che le montagne stanno orizzontali. Ma un giorno, dal buco della serratura, ho visto che si toglieva il reggiseno e se non fosse stato perchè son rimaste lì a penzolare... avrei detto che si staccava pure quelle. Ecco, caro Babbo Natale, la mia città si ostina a indossare il uònderbrà come quell'amica di mia mamma, ma in versione maschile, cioè che si mette il cotone nelle mutande per gonfiare lì davanti. Solo che non siamo abbastanza intelligenti, così cerchiamo di passare da furbi: ci infiliamo le mutande in testa che ci viene dura la cazzuola.
E' buffo: mentre i veri viaggiatori fanno del viaggio la loro meta, e non l'arrivo, noi di Parma siam più furbi e originali: la filosofia non è nè la meta nè il viaggiare... ma il fine giustifica il mezzo (di trasporto). Così, caro Babbo Natale, noi ci facciamo questo viaggio, non sappiamo dove andiamo ma ci andiamo con una metropolitana.

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  20.12.2008 | 23:35
LAVORI SOCIALMENTE INUTILI
 
 

Biblioteca Civica, due mesi fa. Mostro la lista e chiedo alle due bibliotecariatidi all'ingresso. Mi fanno assumere la posizione multimediale: "E' capace?". Provo. Nicolò dorme: resterà la persona più ragionevole della giornata. Il sistema informatico è bloccato. Ri-chiedo alle due girls e loro "Anche il nostro è bloccato". C'è un altro sistema per trovare i libri? Chiedo. "No, però le diamo la piantina della biblioteca, salga al piano di sopra". Vado. Arrivo. Altri due bibliotecariati (li chiamo così, altrimenti non saprei come definirli, non possono essere turisti). Chiedo. Sorriso. "Provi là". Là ci sono migliaia di libri. Lascio perdere. Me ne vado.
Stamattina, Biblioteca Pavese. Un quarto d'ora di fila per riconsegnare, dopo due mesi durante i quali non son riuscito a leggerlo, "Un papà quasi perfetto". Non l'ho scritto io.
Chiedo alla precocemente antica bibliotesaura se hanno "la sottile linea rossa" in dvd. Ella controlla. Digita. Riappare dietro lo sguardo occhialuto, fa un cenno. E' un sì. Imbratta un pezzetto di carta, me lo porge e indica vagamente dove lo devo andare a pigliare (tutte le strade portano a Roma). Chiedo "Dopo devo rifare la fila?". L'istante si dilata. Essa mi guarda. Sorride come chi scorregga in pubblico e non riesce a sprofondare dalla vergogna, ma soprattutto dal fatto che se ne sono accorti tutti e nessuno, ripeto NESSUNO, avrebbe mai giurato che una bibliotecuria potesse loffare al rumore. Risponde loquace: .
Me ne vado. Vaffanculo. E poi dicono dei farmacisti che sono solo dei commessi.

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  18.12.2008 | 17:50
I VIAGGI NELL'UOMO
 
 

Forse è proprio questo che gli autori volevano suscitare nel pubblico. Angoscia. Una rete metallica, una sedia, un uomo che si aggirava per il palcoscenico pervaso da tic troppo calcati. Si parlava di tortura. “Difetto di fabbrica” riesce ad emozionare. Riesce a rendere questa odiosa pratica di una consistenza quasi fisica. È il dolore e l’angoscia il sentimento che pervade lo spettatore. Se questo è quello che voleva, Fogliazza è riuscito nel suo intento. Lo ha fatto con tutta la maestria di cui è capace. Lo ha fatto anche a costo di mettere in secondo piano quello che ha di più caro nel suo bagaglio artistico: il disegno. Tranne qualche sporadica apparizione, il disegno è quasi cassato dallo spettacolo e dalla scenografia.
Appare quando è quasi indispensabile, ma è sbiadito, quasi timido in questa piece d’esordio. Il tratto cammina in punta di piedi, straniero in terra straniera. Il palco è tutto per Umberto Fabi, perfettamente inserito nel ruolo, recita tutto d’un fiato, riesce a capire la musica dei dialoghi, stabilisce una liason con lo spettatore. “Difetto di fabbrica” non è uno spettacolo “facile”, ha bisogno di una giusta decantazione, và al di là dell’ora di rappresentazione. Riesce a scandagliare l’animo umano; la pratica della tortura può essere messa anche in secondo piano. Il viaggio tutto interiore della rappresentazione sta nel border line di ogni uomo. Tutti possono essere torturatori, tutti possono diventare serial killer? Fogliazza riesce a scardinare la visione binaria della vita. Il bene e il male divisi da una linea sempre più sottile.
“Difetto di fabbrica” è uno strumento per cercare di capire e di capirsi. O almeno tentare di farlo.
                                                                                                                                                                                AlBoh

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  15.12.2008 | 13:16
difOTTO(LENGHI) di fabbrica
 
 

 E' noto che un giornalista della Gazzetta di Parma, a Parma, leviti a venti centimetri da terra solo per questo. E' noto che se "lo dice la Gazzetta"... Dio non deve nemmeno confermare.
Mi presento a Valeriana Ottolenghi, la nota critica teatrante del quotidiano più vecchio d'Italia, a fine spettacolo. Mi presento, le chiedo se necessita di qualche documento inerente lo spettacolo, mi risponde che ha preso appunti. Sorrido come i ballerini, costretti a nascondere lo sforzo fisico in paresi facciali e penso "al buio... come ha fatto?". Ma essa è una granddissima penna locale e sicuramente si muove al buio con dimestichezza.
Questa mattina, finalmente, sulla Gazzettona di Parmetta, finalmente, eccola: la recessione di Valeriana Ottolenghi. Per un istante penso dovrei credere in Dio, almeno per Grazia Ricevuta, poi mi ricordo che dio è un delegato dei giornlieri della Gazzetta e io non me la faccio coi subalterni.  Leggo e rileggo da questa mattina il pezzo (chissà perchè degli articoli si usa dire pezzo, non è dignitoso), chiamo amici e parenti, mi confronto con un numero verde messo a disposizione per chi non ci arriva, mi sforzo ma non riesco a capire cosa c'è scritto.
La dote del riassunto c'è, prendi di qua prendi di là, forse per questo si dice "pezzo", ne metti insieme un po' e di tanti ne fai, appunto, un pezzo unico. Valeriana occupa 225 cm quadrati (25 x 9) del Quotidiano (su un giornale l'equivalente di un attico) senza prendere mai posizione, e già che c'è omette ciò che più aveva senso scrivere: Stanley Milgram. Vabé...

Mi sa che pure la Valeriana ha il suo bel difetto di fabbrica, se smettesse di prendere appunti al buio… forse i suoi pezzi si illuminerebbero d’immenso anziché di auto-incenso. Cara Valeriana… ti scrivo da autore satirico: non c'ho capito un tubo della tuo pezzo, ma è bello bello BELLO!!!

 

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  11.12.2008 | 23:31
DIFETTO DI FABBRICA
 
 

                     


                                    http://difettodifabbrica.blogspot.com/

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  11.12.2008 | 14:03
DIFETTO DI FABBRICA
 
 

                                       DIFETTO di FABBRICA

          tEATRO eUROPA - 12 dicembre 2008 - 0re 21,30 

                                           una Produzione Festival dei Diritti Umani

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  10.12.2008 | 23:25
DIFETTO DI FABBRICA
 
 

Mentre in Italia non esiste il reato di tortura... in ognuno di noi esiste la zona d'ombra che può renderci dei bravi torturatori.

                                          DIFETTO di FABBRICA

tEATRO eUROPa - 12 dicembre 2008 - 0re 21,30 - una Produzione Festival dei Diritti Umani

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  08.12.2008 | 23:23
DIFETTO DI FABBRICA
 
 

Di professione faccio il torturatore... fisso i miei pazienti alla rete del letto e sistemo gli elettrodi nei loro genitali. Io non sento nulla. Mi hanno insegnato a non sentire nulla. Non faccio domande. Non chiedo nulla. So che quello che faccio è giusto. Chiunque possa provare indignazione di fronte alla mia franchezza abbia la pazienza di sapere... che non è diverso da me. Tutti possiamo aspirare a diventare bravi torturatori e in Italia il reato in proposito non esiste.
Se vi infastidisce anche solo l'idea che tra me e voi non c'è differenza... allora aspettate di essere messi di fronte al fatto compiuto.

tEATRO eUROPA
12 dicembre 2008
ore 21,30
ingresso libero


www.festivaldirittiumani.it

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  07.12.2008 | 12:06
CARO BABBO NATALE... (due)
 
 

... ho visto in vetrina queste due cartoline. Stavano lì luccicanti e bene in vista con i lustrini che si usano sotto natale, a far sembrare le cose belle anche quando sono brutte. Caro Babbo Natale... non voglio ricevere nessuna di queste due cose. So bene che nonn riceverle non impedisce che siano accadute davvero, ma se non le ricevo magari succede che non capitano più. La prima è questa:

"Ponte Dattaro, questa mattina. La sua macchina è lì, ferma, in mezzo alla strada. Blocca il traffico. Piove forte. L'autista, anziano, non sa cosa fare. Le auto rallentano, ma mentre sorpassano lentamente, gli automobilisti non vanno oltre a uno sguardo curioso. Poi riprendono la corsa. Mi fermo io, gli dico di salire in auto e tento di spingere la macchina per una decina di metri, giusto per liberare la strada e per far sentire meno solo quell'uomo. Continua a piovere a dirotto. Mentre spingo, nessuno si ferma ad aiutarmi... o quasi. Arriva un ragazzo straniero, dell'Est. Molla la sua macchina in mezzo al ponte, scende dall'auto e spinge con me. L'auto del vecchietto riprende la corsa. Io e l'altro ragazzo ci sorridiamo e ci salutiamo. Non capisco se il difetto di fabbrica era nell'auto in panne, o nei parmigiani."

E questa è l'altra:

"La sala è piena di ragazzi, saranno 150, tutti non più che ventenni. Ad ognuno di loro è stata consegnata una copia della Costituzione Italiana e della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Quando se ne vanno e la sala è vuota, resta in terra uno strano pavimento, colorato di coriandoli intatti, ma pur sempre sparsi a terra. Verba volant e scripta etc... guardo meglio e quei diritti scritti son volati in terra, come carte stracce dopo un film, briciole di pop-corn, carte di caramelle, ombrelli dimenticati, biglietti dell'autobus, scontrini di cose. Diritti scivolati via, in basso, nessuno s'è accorto che li stava calpestando."

Autore: fogliazza | Commenti 0 | Scrivi un commento

  03.12.2008 | 23:56
DIFETTO DI FABBRICA
 
 

DIFETTO DI FABBRICA racconta un fatto vero, accaduto cinquantanni fa, ma attualissimo per due motivi: la tortura esiste ancora e il nome di Stanley Milgram non l'avete mai sentito.
Tra noi e il "mostro" non c'è differenza e l'esperimento Milgram ha dimostrato scientificamente che ognuno di noi ha una zona d'ombra capace di devastare ogni principio morale. O credete di essere abbastanza diversi da sottrarvi dall' obbedienza all'autorità?
Non sentirete nè associazione umanitaria nè istituzione democratica fare il nome di Milgram perchè ancora oggi il suo esperimento rivela una realtà scomoda: mentre anche nel nostro paese non esiste il reato di tortura... ovunque esiste in noi la capacità naturale di diventare un buon torturatore.

http://parma.repubblica.it/dettaglio/Tortura-in-classe-e-di-scena-a-teatro/1557032?edizione=EdRegionale

http://parma.repubblica.it/multimedia/home/3957427

DIFETTO DI FABBRICA
Teatro Europa - Parma
12 dicembre 2008
0re 21,30

http://www.teatro.org/rubriche/news/difetto_di_fabbrica_16255

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