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KAMALAFILM
  21.03.2010 | 21:39
Shutter island: la nuova ricetta di chef Martin?
 
 

Anni ’50. Prendete un detective del FBI alla Mike Spillane e cucitegli addosso il faccione di un Di Caprio un po’ imbolsito. Aggiungeteci un socio di nome Chuck e la mascella di Mark Ruffalo, sempre pronto a menare le mani e a fumarsi un paio di pacchetti di sigarette. Spedite questa coppia di detective in una lugubre e sperduta isoletta degli USA per gettare luce sulla scomparsa di una detenuta da un ospedale psichiatrico. Ora immaginate che in questo ospedale si sperimentino delle cure all’avanguardia e che, tra i luminari alla guida della struttura medica, figurino un raffinato e altezzoso Ben Kingsley e un anziano psichiatra dai torbidi trascorsi nella Germania nazista (Max Von Sydow). Cuocete tutto al fuoco lento del thriller psicologico per un paio di ore, senza dimenticare di inserire un pizzico di elementi dal retrogusto horror per farvi sobbalzare il giusto nel buio della sala, quindi condite abbondantemente con una colonna sonora disturbante, che non farà altro che accrescere la vostra angoscia, ed effetti sonori capaci di celare innominabili pericoli dietro agli scricchiolii di porte e finestre, il fruscio del vento e lo sgocciolio dell’acqua che filtra dalle pareti zuppe di pioggia. Shutter Island è servito!

La ricetta è sicuramente gustosa e i vostri occhi saranno sazi al termine della visione, ma quello che manca a questa nuova prova cinematografica dello chef Scorsese è il sapore dell’originalità. Shutter Island è indubbiamente un buon film, ma chi ha già assaggiato il “The others” di Amenabar o il “The machinist” con Christian Bale sa esattamente come andrà a finire il film di Scorsese, perdendo così il piacere più importante: la sorpresa dei colpi di scena e degli sconvolgenti ribaltamenti tra realtà e immaginazione, che in questo film finiscono purtroppo per risultare piuttosto scontati.


Pigi

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  21.10.2009 | 23:58
Cineturboriassunto
 
 

Basta che funzioni

Chiusa la parentesi europea, Woody Allen ritorna finalmente a casa nella sua New York e, soprattutto, torna a parlare di sé stesso, dando vita ad una commedia brillante e divertente sul livello di “Vicky, Cristina, Barcelona”. Il protagonista è uno scienziato afflitto da mille nevrosi che, messo alle spalle un matrimonio fallito con relativo tentato suicidio, si innamora di una ragazza di campagna molto più giovane di lui. Il parallelo con la vita di Woody Allen è evidente, ma ad interpretare Woody Allen non c’è Woody Allen, ma un ottimo Larry David. Il film scorre via veloce grazie ad una sceneggiatura e dei dialoghi che funzionano e che, in più di un’occasione, regalano una risata al pubblico.


Il cattivo tenente

C’è Nicolas Cage. Un buon motivo per non andare al cinema. Non ho mai sopportato il suo volto da pesce lesso, né quella sua espressione monocorde, con cui ha interpretato decine di pellicole, dai film d’azione a quelli drammatici, risultando uno degli attori più sopravvalutati di Hollywood. Ma c’è anche Werner Herzog. Werner Herzog ha la fama di regista visionario, che fa dell’improvvisazione il suo registro stilistico. Non mi dilungo oltre sull’autore austriaco, lo ha già fatto, e bene, Matteo Fontana nella bella ed esaustiva recensione su Fitzcarraldo, che potete recuperare nell’archivio di Tapirelax. Alla fine l’ho data vinta ad Herzog e il film me lo sono visto in una sala deserta in un caldo giovedì settembrino. E lì, in compagnia del buio, ho assistito ad un miracolo, di cui ancora adesso non riesco a capacitarmi. Nicolas Cage sa recitare, se vuole. E pure bene!


Bastardi senza gloria

Sì, mi è piaciuto. Decisamente più di Grindhouse e dei due Kill Bill. Ma nella mia classifica personale, rimane appena dietro Jackie Brown, senza nemmeno avvicinarsi a capolavori come Le Iene e Pulp Fiction. Ma lo stile è innegabile. Il film è di Tarantino e si vede. E stavolta gioca a trasformare quello che dovrebbe essere un film di guerra, in una sorta di western alla Sergio Leone. O meglio, alla Tarantino, vista la continua commistione con l’elemento grottesco. Basti citare la scena di apertura, dove Hans Landa (il personaggio più riuscito del film) interroga Monsieur Lapaditte nella sua umile stamberga dispersa nella campagna francese. Si parte parlando in francese, discutendo delle figlie, del vicinato e del latte; il colonnello è zelante nell’assolvere il suo compito, ma comunque conciliante. I suoi modi, addirittura buffi. Quella a monsieur Lapaditte è una visita di routine. Poi, quando tutto sembra finire bene, improvvisamente, arriva il cambio di registro, e le parole così affabili del colonnello diventano letali come pugnali, trasformando quella che sembrava una visita di cortesia, in una strage.Una scena simile, in cui si ha un’improvvisa e devastante escalation di eventi a partire da una situazione apparentemente ridicola e grottesca, è la partita ad un gioco di carte in una taverna fuori Parigi tra Diane Kruger, un manipolo di “Bastardi” travestiti da nazisti e un colonnello delle SS.

Insomma, se con Woody Allen si ride e basta, con Tarantino si muore dal ridere.


Baària

Ho sentito dire che Baària è il film più caro della storia del nostro cinema. Non so se sia vero, ma dopo averlo visto ieri sera, credo proprio di sì. La ricostruzione di Bagheria, dal fascismo fino ai nostri giorni, è una gioia per gli occhi e ogni inquadratura è così traboccante di particolari, che riesce a catapultarti nel mezzo di quelle strade polverose, rendendoti più di un semplice spettatore ma quasi una comparsa all’interno del film. L’ambientazione è così vivida e perfetta e il film così corale per la quantità di personaggi presenti sullo schermo, che per certi versi sembra di assistere ad un documentario più che alle vicende di Peppino e di sua moglie. La storia, invece, non mi ha convinto a pieno. Troppo superficiale in alcuni punti, come nella collusione tra politica e mafia a malapena accennata, ed in altri addirittura superflua, come quando la protagonista perde il figlio che ha in grembo, oppure mostrando delle visioni di uova rotta e di serpenti, che poi non avranno una spiegazione. Insomma, Tornatore poteva tagliare qualche scena per dare maggiore spessore ad altre parti del film, potenzialmente più interessanti.

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  23.07.2009 | 21:53
Terminator damnation
 
 

Ormai scrivo raramente dei film che vedo e, mentre mi accingo a dare una logica ai miei pensieri, mi rendo conto che lo faccio solo per raccontare di quelli la cui visione mi ha urtato a tal punto da vincere la pigrizia e rimettermi nuovamente dietro la tastiera.
Eppure, con Terminator Salvation, qualche speranza di vedere un buon film di azione la nutrivo.
Ahimè, l'ottimismo non sempre è ripagato, così come è accaduto questa volta. Già il terzo film della saga mi aveva enormemente deluso, e pure il telefilm non aveva risollevato il mio giudizio. Ma visti gli attori in campo (Christian Bale su tutti) e MCG alla regia, ero sicuro di trovare un film almeno spettacolare ed adrenalinico.
Questo quarto film avrebbe potuto segnare una svolta rispetto ai precedenti: basta allo stra abusato giochino del terminator che torna indietro nel tempo per uccidere Sarah Connor o prole, in attesa del fatidico giorno del giudizio.
Finalmente avremmo potuto vedere concretizzarsi il futuro apocalittico annunciato nei primi due film (il terzo non lo considero!), per raccontare come sarebbe diventato il mondo dopo il giorno del giudizio. Insomma per il marchio Terminator, c'era un orizzonte tutto nuovo da esplorare.
E invece…si è dimostrato appena un gradino sopra l'insulso terzo capitolo.
Un film da evitare!
Innanzitutto ci vengono propinati personaggi dallo spessore e dal carisma nullo, a partire proprio da John Connor, che per tutto il film non fa altro che ripetere il suo nome per ricordare forse più agli spettatori che agli altri personaggi, che lui è il messia giunto per liberare il mondo dalla tirannia delle macchine.
La storia è lineare, (per carità, anche i primi due capitoli della saga lo erano), ma i dialoghi sono soporiferi e spesso inutili, se non addirittura ridicoli come nella scena di apertura, dove il condannato a morte Marc Worthington riceve la visita della scienziata malata di cancro Helena Bonham Carter.
Helena Bonham Carter stringe un contratto in mano, in attesa che Worthington lo firmi per dare il consenso a sfruttare il suo corpo una volta giustiziato per fini scientifici non meglio precisati.
- Che cosa vuoi in cambio per lasciarci il tuo corpo?
Worthington la guarda in tralice, i suoi occhi si riempiono di lei.    
- Un bacio
- Tutto qui?
I due si baciano e poi lui con voce arrochita da un piacere perverso.
- Volevo sentire che gusto ha la morte

Ma come si fa a scrivere una cosa così!
Passiamo al montaggio, mai buono e in tal punti addirittura sgangherato, tanto che uno dei personaggi, la ragazzina muta, all’interno della stessa scena risulta svenuta o cosciente a seconda dell'inquadratura da cui è ripresa.
Ci sono due cose che più mi hanno infastidito nella visione di questo Terminator. Una è stata l'assoluta mancanza di originalità nel presentarci il mondo dominato dalle macchine. Tutto sapeva di già visto: il film ha preso a piene mani da Matrix, ma con una realizzazione decisamente inferiore al film dei fratelli Wachowsky. L'altra grande delusione è stata la distruzione del mito del Terminator come macchina implacabile e indistruttibile, che non si ferma davanti a niente e nessuno fino al raggiungimento del suo obiettivo. Qui, invece, il terminator T800, nonostante l'aprezzabile cameo di Schwarzy ridigitalizzato, non è quel diavolo sterminatore che avevamo conosciuto nei primi due film, ma solo un robottone che fa a cazzotti con John Connor e soci, incapace di uccidere i suoi nemici umani.
A questo punto non mi resta che sperare che la saga di Terminator sia giunta al capolinea.

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  16.04.2009 | 21:11
Il caso dell'infedele Klara e del solitario Pigi
 
 

Avrei dovuto capirlo subito che quel giovedì sera sarebbe stato meglio starsene a casa. E invece no.
Nonostante la pioggia battente e nonostante non ci fosse nemmeno un cane disposto ad accompagnarmi al cinema, mi presentai puntuale all’unica proiezione de “il caso dell’infedele Klara”, film di Roberto Faenza con Claudio Santamaria, Laura Chiatti e Iain Glen.
A suo modo, anche il bigliettaio cercò di avvertirmi che non era serata, ponendomi una domanda che, sul momento, trovai idiota. Ma d’altronde cos’altro avrei dovuto pensare, quando mi chiese: “Vuole un biglietto per lo spettacolo di stasera?”.
“Certo, certo! Sono qui apposta”, gli risposi ingenuo, con una punta di sarcasmo sulle labbra arricciate in un sorriso apparentemente cortese.
E così pagai i miei sette euro, infilai il biglietto in tasca ed entrai nella sala.
Non era una novità andare al cinema da solo, mi era già successo un paio di volte in passato, ma mai era capitato di trovarmi da solo al cinema.
A metà corridoio per raggiungere le file centrali della platea, mi voltai, pensando di aver avuto un’allucinazione. Ma era tutto vero! La sala era un deserto di poltroncine rosse, che se ne stavano schierate lì, con i loro schienali malinconicamente sull’attenti, in attesa di qualcuno che tardava ad arrivare, mentre da dietro la tenda d’ingresso, la figura in controluce del bigliettaio mi squadrava come fossi un intruso.
Mi sedetti al centro esatto di quella distesa di poltroncine. Non so per quale ragione, mi convinsi che quello doveva proprio essere uno scherzo. Nascosto chissà dove, qualcuno doveva pur esserci. Perciò chiusi gli occhi, sussurrando “tana libera tutti!”.
Quando li riaprii, però, oltre a sentirmi stupido, mi ritrovai ancora solo. Unico spettatore di quell’unica proiezione. In compenso la tenda all’ingresso si era richiusa e lo schermo, finalmente accesso, sciolse il silenzio con un paio di trailer, che comunque ignorai per tenere d’occhio eventuali arrivi all’ingresso.
La tenda, invece, non si mosse più fino alla fine del film e una volta fattami una ragione di quella inaspettata solitudine, ebbi la sensazione, nel mezzo del buio ovattato del cinema, di essere quasi nel salotto di casa mia. Un salotto con le fattezze di un piccolo teatro.
Ma se davvero fossi stato a casa mia, lo confesso, dopo i primi venti minuti di proiezione avrei subito cambiato canale o spento addirittura la tele, invece di sorbirmi quel film mal recitato e, soprattutto, mal doppiato. Claudio Santamaria mi sembrò da subito capitato lì sullo schermo per caso, incapace di entrare nella parte di un gelosissimo professore di musica, e tutti i suoi gesti e le sue parole risultavano falsi, artificiosi. Stesso discorso per Laura Chiatti, a cui perdonai la piattezza recitativa e la voce più fastidiosa dai tempi di “Scuola di Polizia”, grazie ad un paio di scene di nudo integrale, capaci di tener desta l’attenzione e non solo quella.
Inoltre, se era vero che l’Italia è maestra nel doppiaggio, L'infedele Klara, con battute dal perenne tono monocorde, anche quando il pathos sarebbe dovuto essere ben altro, si presentava come la classica eccezione che confermava la regola. E certo la sceneggiatura non aveva giovato agli attori, con dialoghi talvolta involontariamente ridicoli (“è risaputo che a Venezia tutti tradiscono”), e scene maldestre come quella in cui Santamaria e Glenn vagabondavano ubriachi per Praga per poi venire alle mani, o quella in cui sempre Santamaria, completamente ingessato dalla testa ai piedi su un letto d'ospedale dopo un tentato suicidio, mormorò uno stentato quanto incessante “ti amo” alla sua donna.
A salvarsi, oltre alle già citate scene di nudo, la prova del solo Glen, decisamente carismatico nel ruolo di detective, e la scelta di Praga come sfondo alle vicende, con il pregio di togliere quell’aria provinciale, che troppo spesso caratterizza i film italiani, impedendone la distribuzione all’estero.
All'uscita dal cinema, constatai con sollievo che almeno aveva smesso di piovere. Tallonato dallo sguardo indagatore del bigliettaio, mi incamminai verso casa, col rimpianto di quei sette euro buttati assieme alla serata, che avrei fatto meglio a passare in compagnia di un paio di birre in un qualche bar del centro. Come per altro da buttare era lo stesso film di Roberto Faenza. Peccato, mi dissi, perché la trama sembrava avere del potenziale, e l’idea di fondo, per cui le vere vittime della gelosia sono proprio coloro che provano questo sentimento, era davvero buona.
Girai l'angolo e, al ticchettio delle prime gocce di pioggia sulla testa, mi accorsi di aver dimenticato l'ombrello al cinema. Sette euro buttati e un ombrello disperso, maledizione! Col giubbotto tirato sin sopra i capelli, ripercorsi a saltelloni la strada sino al cinema, solo per trovarlo sprangato e con le luci spente, mentre un tuono annunciava l'arrivo di un acquazzone.
Sì, decisamente non era serata.
E non era ancora finita.

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  21.03.2009 | 10:22
Frost/Nixon: il duello
 
 

Sebbene Frost/Nixon non abbia vinto alcun Oscar, è comunque un film che merita il prezzo del biglietto.
La serie di 4 interviste tra il re londinese dei talk-show David Frost e Richard Nixon, unico presidente a dimettersi per impeachment, è strutturata come un incontro di pugilato: i due contendenti si scambiano colpi, affondi, a volte rimanendo alle corde, altre attaccando a testa bassa, il tutto in uno scontro dialettico senza esclusione di colpi.
Ma la cosa che più ho apprezzato di questo film è che Ron Howard, regista solitamente dalla retorica indigesta, non ha voluto fare l'Oliver Stone per indagare  e rievocare lo scandalo Watergate, ma ha voluto dipingere il ritratto di un uomo, Nixon, che, nonostante i colpi subiti dai propri stessi errori, pensava ancora di potersi rialzare dal tappeto, di combattere sul ring del potere, di vincere, ribaltando un verdetto che riteneva ingiusto, senza rendersi conto che la ferocia e la forza con cui stava affrontando lo scontro con Frost non erano quelle dello statista, ma piuttosto quelle di un pugile frastornato dai colpi ricevuti ed incapace di arrendersi alla propria sconfitta, di una belva ferita che non vuole perire. Ma nel suo inconscio, invece, Nixon sapeva bene che quegli "errori", quei crimini -chiamiamoli così come essi sono realmente- non l'avrebbero più fatto rialzare. Era già irrimediabilmente sconfitto, inutile combattere ancora, inutile dimostrare al popolo americano che non era un perdente, che oltre Watergate c'era anche una serie di successi da ricordare. E, lentamente, la consapevolezza della sconfitta si insinua dentro di lui, sino a determinare l'esito finale del duello, in cui Frost ne esce vincitore. Ma agli occhi dello spettatore è chiaro che senza la resa di Nixon, lo scontro avrebbe avuto un altro finale.
Intensissima la prova di Frank Langella nei panni del presidente Nixon: i primi piani sul suo volto rendevano benissimo l'angoscia, la solitudine, il dolore di un uomo che avrebbe voluto tornare ad essere grande, ma che invece è rimasto nei libri di storia per aver tradito il popolo che avrebbe dovuto servire.

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  01.03.2008 | 12:02
Non ? un paese per vecchi
 
 

Miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatura non originale. Questo il responso dell’Academy per Non è un paese per vecchi, un responso forse troppo generoso per l’ultimo film dei fratelli Coen, ma che probabilmente ha sfruttato una rosa di pretendenti all'oscar non memorabili. Come in altri film dei Coen (basti pensare a il grande Lebowsky, l'uomo che non c'era), un avvenimento fuori dalla quotidianità, come il ritrovamento di una valigia piena di denaro, sconvolge le vite dei protagonisti, scatenando una serie di eventi sempre più terribili, decidendo così il loro destino. Straordinario il personaggio di Javier Bardem, uno schizzato angelo della morte, armato di pistola ad aria compressa. Ma non è lui la minaccia più grande, perchè il vero Male è il denaro contenuto nella valigetta, capace di corrompere le persone, illudendole con false promesse di una vita migliore, per poi rovinarle. Molto belle, in questo senso, le scene in cui la sorte delle vittime di Bardem è decisa non dal killer stesso, ma da un lancio di moneta: testa o croce, vivo o morto.
E anche l’anima delle nuove generazioni di adolescenti è già corrotta dal denaro: aiutare il prossimo non è più un gesto caritatevole (come dare una camicia o un giubbotto ad un ferito), ma è un altro modo per far soldi. In questo paese tutto si può vendere e tutto si può comprare!
E in questo paese del dio-dollaro non c’è più spazio per chi, come lo sceriffo Tommy Lee Jones, sa fare il suo lavoro alla maniera dei padri, senza mai usare la pistola, conducendo una vita modesta e senza futili ambizioni: i vecchi come lui finiscono per restare indietro, essere sempre in ritardo (ed in effetti Tommy Lee Jones è sempre in ritardo rispetto al killer, a volte di pochi minuti), incapaci di farsi ascoltare dai giovani (Josh Brolin e moglie) e di salvare le loro vite.
Decisamente questo non è un paese per vecchi!

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  10.01.2008 | 21:55
Quando si spara, si spara da fighi
 

Girovagando sul blog dello scrittore atomico di fumetti bonelliani, Diego Cajelli, mi sono imbattuto in un'interessantissima cronistoria sull'evoluzione stilistica dell'utilizzo della pistola nel cinema, che vi riporto per intero qui sotto.
Se volete sbriciare anche voi il mondo pazzerello di Diego Cajelli, cliccate qui

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Puoi essere già abbastanza figo di tuo, ma se hai in mano un cannone lo sei ancora di più.
Punto.
Questo concetto estetico fondamentale, accompagna da sempre la visione iconografica dell’ Armed and dangerous, che sia cinematografico o a fumetti non importa.
Alan Altieri, James Ellroy e tutti gli altri duri della scrittura, insegnano che non basta scrivere Jack prese la pistola è sparò a Tom nel parcheggio, è necessario, è indispensabile portare la pistola allo stesso livello espressivo di Jack, specificando, de-scrivendo, raccontando il metallo nelle mani di Jack, Jack estrasse una Casull Raging Bull 454, cromata, luccicò sotto il sole del parcheggio un momento prima di tuonare la sua assoluta verità di piombo.
Mano, braccio, acciaio e piombo, fusi in un unico atto espressivo.
Le posizioni contano quanto le parole, il modo di sparare, il modo di tenere il cannone diventano importanti quanto i piani sequenza di Herzog, sono il metatesto intellettuale del cinema di genere, l’affinità elettiva del noir, la posizione diventa un manifesto e la pistola, per forza di cose, diventa parte del cast.
Posizioni, modi, stile, vediamo le differenze e i significanti principali.

Scuola Bogart.



Braccio piegato, pistola tenuta vicino al corpo, ad un palmo dal fianco, la mira è istintiva, a mirare è il corpo non sono gli occhi.
Tipica dei primi gangster movie degli anni ’30, diventa via via la caratteristica principale del noir in bianco e nero, è indispensabile il bianco e nero per essere una posizione credibile, la presenza del colore snatura la valenza estetica di questa posizione.



Essenziale il voi nei dialoghi, le parole sono la madre delle frasi madre, serve Quinlan a mollo, serve io non sparo alle spalle, serve il ghigno di Robison e un milione di sigarette.



E’ necessaria la giacca, la cravatta e un aspetto elegante e curato.
Fatevi la barba e compratevi un bel vestito.




Allunga il braccio e spara.



La pistola prende un nome, e si allontana dal corpo, tramutandosi in appendice, diventando parte della mano che la stringe.
Mano e non mani, ne basta una di mano ed è necessario che sia l’espressione del volto a sostenere il peso dell’arma in caso di necessità.



La faccia dietro alla pistola, tenuta dritta, frontale, dal punto peggiore in cui la si può vedere.
Era scarica?



Fa niente.
Io e lei facciamo paura lo stesso.
La mira è veloce, trovata più che cercata, casuale, come il destino.



In genere, non cercando la mira, gli occhi sono aperti, ne puoi chiudere uno solo se sei davanti allo specchio e fai delle prove.



Prendi la mira.



Adesso le mani possono essere due.
Metti le tacche dei mirini alla stessa altezza degli occhi, ricordati che il vero figo non ne chiude uno, li tiene aperti entrambi.



Prendi la mira, ma prendila bene, benissimo, perchè se usi due mani per reggere il ferro, sappi che ogni tuo colpo deve andare a segno, one shot, one kill, questa è la regola del fuoco mirato.
Se miri e spari senza colpire dove vuoi tu, tutta l'estetica della posizione va a quel paese.



Mirare, usando due mani, equivale ad emettere una sentenza, altrimenti non serve, non è necessario comporre una simile immagine se la sicurezza della mira non è segiuita dai fatti.

Diventano due.



E’ naturale, ho due mani, devo avere due pistole.
Come mi muovo adesso?
Come in un kata di kung fu, le mie mani devono avere dei movimenti ampi, eleganti e precisi, devo tenere almeno quaranta centimetri tra una mano e l’altra, posso puntare in due direzioni diverse.



Due è il numero perfetto, due automatiche, un completo nero, una camicia bianca e una cravatta nera, sottile, due idee in mano e una serie di caricatori in tasca.
Perchè?
Perchè se io ho due pistole, loro ne avranno almento trenta e saranno in duecento.




Lontana e piegata.



Sai perché tiene la pistola così?
Perché non gli frega più un cazzo di niente.
Per lui sparare è come tossire, anzi, spara più spesso di quanto tossisca, ecco perché può permettersi di tenere la pistola in quel modo, così volgare, sfrontato.



Punto la pistola, e mentre te la punto, tenendola così, posso anche stare zitto, è lei che parla per me, parla il linguaggio post moderno della strafottenza, la muovo, la giro e la rigiro come meglio credo.
Non è più uno strumento, è un atteggiamento, è un tatuaggio è un modus pensandi.
Chiaramente, non è alla portata di tutti.
E' l'evoluzione grezza dell'eleganza bogartiana.
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  01.01.2008 | 21:49
Cinepanettoni
 
 

Buon anno a tutti!
Il periodo natalizio ormai si è concluso e anche quest'anno ha avuto il pregio non solo di riunire le famiglie italiane in sfrenate libagioni, ma anche di portarle al cinema.
Ammetto di non comprendere le ragioni che spingano molte persone a mettere piede al cinema solo in questo periodo dell'anno, resta il fatto che, come al solito, a farla da padrone sono stati i cinepanettoni natalizi di Christian De Sica e, new entry del 2007, di Pieraccioni: i due comici nonostante continuino da anni a proporre su schermo la stessa ricetta cinematografica a base di gag, amore e (poca) fantasia sono stati puntualmente premiati dagli incassi nostrani.
Ed è certamente buffo notare che il ruolo di film di natale, un tempo appannaggio dei cartoni della Disney, ormai da qualche anno coincide cone le avventure natalizie di Christian De Sica &Co: basti pensare che la casa di Topolino ha preferito lanciare Ratatouille a novembre.
Io, invece, ho preferito evitare i classici cinepanettoni italiani per rifugiarmi su un altro tipo di cinema: Leoni per agnelli di Robert Redford e Caramel di Nadine Labaki.
Se sul primo nutrivo grosse aspettative, confesso di esserne rimasto un po' deluso, sebbene abbia apprezzato la visuale a 360° sulle motivazioni giuste e ingiuste della politica estera americana. C'era il rischio che quello di Redford fosse un film di parte, e fortunatamente, a mio avviso, non lo è stato.
Piacevole sorpresa, invece, la pellicola della Labaki che ha saputo costruire un intreccio di storie e situazioni divertenti anche se non nuove, ma - ed è qui la forza del film - in un angolo di mondo, Beirut, usualmente alla ribalta per ben altre ragioni.

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  21.12.2007 | 21:39
Indecisioni di celluloide
 
 

- Bussola d’oro o La promessa dell’assassino?...Bussola d’oro o La promessa dell’assassino?...Bussola d’oro o La promessa dell’assassino?...
I manifesti dei due film si facevano sempre più imponenti davanti ai miei occhi, mentre mi avvicinavo alla biglietteria ancora indeciso se accettare l’ammiccante invito di Nicole Kidman per seguirla in sala, o scoprire il segreto dei tatuaggi sulle mani di Viggo Mortensen, che non lasciavano dubbi su quale sarebbe stato il destino di chi avesse cercato di intralciarne la strada….forse era questa la sua promessa? Una promessa di morte! Mmm…
Tirai dritto verso la sala numero sette, pronto a seguire la scia di sangue lasciata dalle vittime di Viggo, il killer della mafia russa.

Dopo i 100 minuti di un film che si può tranquillamente perdere, mi sono rimasti impressi però i tre personaggi principali della storia: innanzitutto Viggo Mortensen, in lui non c’è più traccia di Aragorn, anzi, la fluente chioma del re di Gondor è scomparsa per lasciare spazio ad una più che ampia stempiatura; e gli abiti grigi e gli occhialoni scuri lo rendono freddo ed impassibile come una macchina…(ho sentito dire che gireranno Terminator 4: forse si potrebbe pensare a lui come sostituto di Schwarzenegger, ormai troppo vecchio e politicizzato per la parte…).
Poi il padrino della famiglia russa (Armin Mueller-Stahl), un cuoco dai modi affabili e gentili, che lascia però trapelare la sua natura diabolica attraverso gli stretti occhietti blu perennemente iniettati di sangue.
Ed in ultimo, ma non per importanza, il fondoschiena di Naomi Watts, pericoloso più di un revolver dietro quei jeans aderenti e capace di far tremare i polsi anche allo spietato Viggo.
Non so se siano ragioni sufficienti per andare a vedere quest’ultima fatica di Cronenberg, che sicuramente ha fatto di meglio in carriera, ma a me sono bastate per giustificare la spesa di sette euro e mezzo in un freddo martedì di dicembre.

Pigi

Autore: kamalafilm | Commenti 1 | Scrivi un commento

  14.10.2007 | 11:21
Polvere di stelle...
 
 

Cosa non si fa per amore. Il giovane Tristan, pur di conquistare il cuore della bella Victoria, è deciso a portarle una stella cadente precipitata al di là del Muro, un varco tra il mondo che tutti noi conosciamo e il fantastico regno di Stormhold. Inizia così il viaggio di Tristan, che tra mille pericoli e avventure in questo regno popolato da streghe, pirati dei cieli, principi e fantasmi, scoprirà il vero significato dell'amore e diventerà finalmente uomo.
Se vi piacciono le storie di ambientazione fantastica (fantasy), questo film fa per voi.
La regia è ottima per essere un esordio, e per non sbagliare il bersaglio, il regista (Matthew Vaughn) prende a piene mani alcune inquadrature (quelle ad elicottero) da "Il signore degli anelli", ormai marchio inconfondibile per il genere fantasy al cinema.
La sceneggiatura, basata sull'omonimo romanzo di quel genio di Neil Gaiman (ci vorrebbero chissà quanti topic per parlare di lui!), è una garanzia: personaggi ben caratterizzati (soprattutto quelli di contorno), dialoghi divertenti e mai noiosi e una storia, ma sarebbe meglio chiamarla favola, che, per quanto sembri banale, prende per le due ore e passa di proiezione.
Attori bravi e convincenti, a parte Claire Danes nella parte della stella caduta, che a me proprio non è piaciuta...se fossi stato nel buon Tristan, che nel corso del film si trasforma da sfigato imbranato nel sosia di Orlando Bloom, sarei andato da Victoria...ma questa è un'altra storia.


Autore: kamalafilm | Commenti 1 | Scrivi un commento

  29.04.2007 | 13:45
The good shepherd: l'ombra del potere
 
 

Tutti conoscono il Robert De Niro attore, meno il regista che con The good shepherd" riprova a mettersi dietro la macchina da presa. Il risultato è un buon film che racconta la nascita del servizio di intelligence più famoso del mondo: la CIA. Ma Edward Wilson (Matt Damon), il protagonista del film, non ha nulla a che spartire con i suoi illustri colleghi del mondo spionistico come  Ethan Hawk (Tom Cruise di  Mission Impossible) e  James Bond: il suo aspetto è quello di un anonimo impiegato del catasto che, nelle quasi tre ore di film, non impugna mai un'arma da fuoco. Insomma, niente RATTATTATA, BANG BANG e KABOOM in questo film di spie, nessuna soddisfazione per gli amanti delle pellicole di azione.
I letali ferri del mestiere di Edward Wilson sono le parole, le informazioni e le contrinformazioni: il suo scopo è quello di creare delle false verità, scoprendo le carte del nemico senza mai far vedere le proprie.
Oltre a Matt Damon, che nel comportamento glaciale del suo personaggio mi ha ricordato il talentuoso Mr. Ripley, una carrellata impressionante di attori sfila in tutto il film: Angelina Jolie, William Hurt, Robert De Niro, John Turturro,...

A parte la prima mezzora, che ho trovato troppo lenta, la storia scorre fluida tra i flashback che ricostruiscono la nascita della CIA e gli eventi presenti (il film è ambientato nel 1961): insomma un buon film che ha nel suo forte la rete di intrighi e di doppigiochi che si intessono minuto dopo minuto.

Autore: kamalafilm | Commenti 0 | Scrivi un commento

  21.03.2007 | 23:24
Il cinema dove non te lo aspetti
 
 

Spesso l'abitudine non ci fa apprezzare le cose belle come la prima volta che le viviamo e forse è proprio per questo che mi sono stupito alla fine di questa dodicesima stagione di E.R. con un ultimo episodio (dal titolo originale "21 GUNS") che ha fatto passare in secondo piano tanta, tantissima produzione televisiva di eccellente livello (vedi "LOST" e "HEORES" per esempio).

La magia del cinema si è riproposta in 41 minuti eccelsi, una regia fantastica, una storia che ha condensato in modo fluido e magico tutti i temi delle precedenti 21 puntate. Morte, Amore, Dolore, Paura, Tensione. Perchè E.R. è sempre ancorato alla realtà, anche quella che viene messa in secondo piano, quella scomoda, dalla guerra in Irak, alla tragedia del Darfur e ai loro riflessi sulle persone normali, quelle che vivono a "casa".

Ma forse è solo il modo in cui "21 GUNS" è stata raccontata che l'ha resa così eccellente, un finale al cardiopalma. Poi, incuriosito sono andato su IMDB, il voto è un 8.7 che parla da solo.


Fabio

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  06.03.2007 | 23:35
Little Miss Sunshine
 
 

I Simpson, ecco cosa ho pensato non appena terminato di vedere lo spassoso Little Miss Sunshine.
Ed in effetti la buffa famiglia della Lousiana che attraversa gli Stati Uniti a bordo di un vecchio furgone Volkswagen solo per far partecipare la piccola Olive al concorso di Piccola Miss California ha molti punti in comune con la celebre famiglia di Springfield.
C’è il papà che distribuisce suggerimenti a tutti su come essere dei vincenti nonostante sia un emerito fallito, la madre iper-permissiva, il figlio maggiore che da 9 mesi non parla perché ha fatto voto di mutismo finché non realizzerà il sogno di diventare pilota di aerei, la figlia minore (Olive) che a 7 anni sogna di diventare Miss, il nonno eroinomane e capace di parlare solo di sesso come un adolescente ed infine lo zio gay sopravvissuto ad un tentato suicidio….e poi c’è quello sgangherato furgone giallo col clacson che suona quando vuole lui e che va solo in terza e in quarta e che per partire ha bisogno di essere spinto come un bob.
Insomma, un ritratto divertente e grottesco di un’(a)tipica famiglia americana, che ritrova l'unità smarrendo i propri sogni per strada, il tutto sottolineato da un'ottima colonna sonora.

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  01.03.2007 | 19:20
"L'ultimo re di Scozia"
 
 

Agli oscar, L’ultimo re di Scozia è riuscito a strappare una statuetta per il migliore attore protagonista: Forrest Whitaker nei panni di Amin, presidente dell’Uganda negli anni ’70.

E, lasciatemelo dire, l’interpretazione di Whitaker è stata effettivamente grande e la statuetta meritata.

Ma chi era Amin?

Amin era un generale dell’esercito ugandese animato dalle più buone intenzioni, che, al termine di una sanguinosa guerra civile, riuscì a salire al potere a furor di popolo, e finì presto, come sin troppo spesso accade, per opprimere sotto una feroce dittatura quel popolo che voleva salvare.

Ma il film non è solo Whitaker. "L’ultimo re di Scozia" è davvero bello, girato con un taglio da documentario – l’uso della camera a mano è molto frequente – per dare maggior realismo alle scene e che ha nel rapporto tra il dittatore ugandese ed il suo giovane medico scozzese il suo punto di forza.

La storia viene filtrata dagli occhi del medico scozzese e quindi, le immagini, col succedersi degli eventi, si fanno sempre più crude e violente man mano che la visione ingenua e piena di speranza del giovane medico nei confronti del regime di Amin lascia spazio alla reale comprensione di ciò che gli sta accadendo attorno.

Curiosità: nel film c'è anche un'apparizione dell'agente Scully di X-files, praticamente irriconoscibile essendosi dimezzata dai tempi della fortunata serie televisiva.

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  11.02.2007 | 12:27
Black book
 
 

Si può farsi attirare al cinema da una locandina e da un titolo misterioso?
Evidentemente sì.
Black book è certamente un titolo evocativo: cosa ci sarà in quel libro nero?
Soprannaturale, mistero, insospettabili segreti?
E poi la protagonista, Carice Van Houten, con quel suo sguardo seducente che dalla locandina ti invita ad entrare in sala. E così ho fatto io.
Per poi scoprire che il film è del redivivo Paul Verhoeven, per intenderci, lo stesso di Basic Instinct, Total Recall e Starship troopers.
Ed effettivamente il tocco del regista olandese si vede, soprattutto nell'ostentare certe scene di nudo e in qualche situazione totalmente irrealistica. Come quella in cui la protagonista, con una dose letale di insulina in corpo, mangia una stecca di cioccolato, si butta da un balcone e corre come Marion Jones per le vie della città finalmente liberata, sfuggendo così al suo aguzzino.
Ma a parte questo, il film, che racconta delle ultime settimane della resistenza olandese durante l'occupazione nazista, è davvero avvincente e pieno di colpi di scena. Si passa dalla denuncia del massacro di ebrei olandesi perpetrato dai nazisti, alla spy story, in un crescendo di voltafaccia, tradimenti e doppi giochi a cui si fa quasi fatica tenere il passo, con i cattivi che diventano buoni e i buoni cattivi.
E veniamo alla locandina e a Carice Van Houten, non solo bella, ma anche brava nel rendere visibile su schermo la perdita dell'innocente e scanzonata ingenuità di una giovane ex-cantante ebrea, che nella spirale di eventi si trasforma in una seducente spia, capace di infiltrarsi tra le file...e le lenzuola del nemico.

Michele

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  08.01.2007 | 23:15
Abracadabra
 
 

Inizio il nuovo anno segnalandovi tre film, due ancora presenti nelle sale e uno da cercare in videoteca.

THE PRESTIGE di Cristopher Nolan
Memento rimane il film di Cristopher Nolan che più ho apprezzato, ma The Prestige è subito dietro.
Certo, sono un amante delle ambientazioni in costume, soprattutto in epoca vittoriana, ma la storia di rivalità e illusione tra Angier e Borden è davvero ben costruita, con una serie di colpi di scena (quasi tutti riusciti) degni del miglior illusionista.
L'unica pecca -ma qui è pura questione di gusto- è l'uso di un elemento fantascientifico in una vicenda fondata sull'illusione, dove la magia non dovrebbe essere altro che un modo ingannevole di far percepire la realtà agli spettatori.
Comunque i personaggi sono belli, e il film si avvale poi di un ottimo montaggio e regia.

IL MIO MIGLIORE AMICO di Patrice Leconte
Quando sfogliai il giornale locale qualche giorno fa per vedere cosa c'era da curiosare al cinema, ero indeciso tra l'ultimo di Patrice Leconte e un'ottima annata di Ridley Scott, ma alla fine ho optato per il primo, tanto ero sicuro della bontà del film, visto che tutti i film precedenti del regista francese mi erano piaciuti.
Ed in effetti non mi sono sbagliato, anche questa pellicola di Leconte mi ha soddisfatto, sia per il tema che per il modo in cui è raccontata.

THE MANCHURIAN CANDIDATE di Jonathan Demme
Avete voglia di vedere un thriller, ma non sapete quale.
Chiedete ad un amico, ma vi consiglia dei film che avete già visto. Non resta che una soluzione.
Andare al computer e digitare www.imdb.com
Facendo una veloce ricerca, scoprirete che al 24esimo posto nella classifica delle pellicole thriller più belle della storia (per i visitatori del sito), c'è The Manchurian Candidate, un film del 1962 di John Frankenheimer con Frank Sinatra.
In videoteca certamente quel film non l'avrei trovato: troppo datato! Ma il remake di Jonathan Demme del 2004, sì.
E il film-remake, in effetti, è un ottimo thriller.

Alla prossima

Michele

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  08.12.2006 | 22:26
L'amore sospetto
 
 

In un freddo venerdì di pioggia, cosa c'è di meglio che gustarsi un film sul proprio 32" domestico?
E così eccomi al videonoleggio, armato della mia personalissima lista di film da affittare, per recuperare tutto ciò che avrei voluto vedere su grande schermo.
Scorrendo i titoli in lista, decido di puntare su l'amore sospetto, un thriller francese uscito quest'estate nelle sale italiane e che vede per protagonisti Vincent Lindon ed Emmanuelle Devos.
Riassumo brevissimamente la storia, che è alquanto singolare.

Convinto di fare una sorpresa alla moglie ed ai suoi amici, Marc, decide un giorno di tagliarsi i baffi che porta ormai da dieci anni. L'allegria ed il sorriso dovuti all'idea dello scherzo, però, svaniscono velocemente perchè nessuno si accorge del cambiamento, anzi, tutti quanti affermano che lui i baffi non li ha mai portati... Marc cade così nello sconforto, cosa sta succedendo? Sta forse impazzendo...?

Gli 86 minuti del film rendono palpabile l'angoscia del protagonista e la suspance aumenta minuto dopo minuto, ma senza culminare in climax conclusivo che riesca a dare una spiegazione ed un senso alla vicenda. Insomma, il film ha avuto il pregio di tenermi incollato al divano, facendomi sorgere una montagna di domande, ma questa bella suspance purtroppo è stata soltanto fine a sè stessa, senza portare alla fine dei conti da nessuna parte e senza mai dare una risposta.
L'assenza di un finale è quindi il punto debole del film, che comunque rimane un discreto film, soprattutto durante le vicende parigine, ben sottolineato dalle inquietanti musiche di Phil Glass.

Michele (Pigi)

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  29.11.2006 | 09:27
Cenerentola, finalmente on line
 

E' finalmente disponibile on line il terzo corto kamalafilm che ha visto me e Michele alla regia. E' stato realizzato nel marzo di ques'anno, per il Provolone Valpadana Short Film Award. Ci siamo classificati 27esimi...peccato, ma ci siamo divertiti un sacco, e gli attori con noi. Il risultato, bè, commentatelo voi.

Aggiungo che è una versione quicktime a bassa risoluzione. Purtroppo, alla fine c'è una fastidiosa scarica di origine sconosciuta, provvederemo ad eliminarla.

ah, per scaricare, guardate nei "link" qui sulla sinistra :-)

ciao
fabio

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  27.11.2006 | 16:14
"Nuovo mondo"
 
 

Nuova York degli Stati Uniti d’America. E’ lì che comincia il Nuovo Mondo, un mondo moderno, dove il latte scorre nei fiumi, gli ortaggi sono grossi come cavalli e i soldi cadono dalle piante come frutti maturi. Ecco perché bisogna partire, lasciare il Vecchio Mondo.
Così inizia l’avventura della famiglia Mancuso e dei nostri emigranti che, sognando di abbandonare la povertà e la miseria italica, si imbarcano in un viaggio della speranza verso le sponde di una nuova vita, che ci ricorda sin troppo bene le cronache di chi salpa verso le coste dell’Italia, l’America del XXI secolo. Ecco in sintesi il film di Emanuele Crialese, Leone d’Argento all’ultimo Festival di Venezia, e che forse qualcuno ricorderà per “Respiro” con Valeria Golino.
La pellicola lascia il segno e merita di essere vista per come viene raccontata la storia e come viene affrontata una pagina della nostra storia.
Da un punto di vista tecnico, mi è piaciuta molto la scelta di non svelare mai allo spettatore il Nuovo Mondo (non vediamo mai niente di New York), se non attraverso visioni surreali, puro godimento per gli occhi dello spettatore, di ciò che attende gli emigranti al di là dell’oceano, ed in particolar modo la scena finale che porta ai titoli di coda, che da sola vale il prezzo del biglietto.
Inoltre, l’uso continuo di inquadrature strette per descrivere gli eventi, rende perfettamente l’atmosfera caotica e claustrofobica che si respira sulla nave: persone, persone e sempre persone accalcate nell’obiettivo, e che mi hanno fatto tornare alla mente un altro tipo di viaggio, quello dei deportati verso i lager nazisti.
Le uniche inquadrature a campo largo, invece, le vediamo all’inizio, per mostrarci quanto arido, duro e difficile sia il Vecchio Mondo in cui abitano i Mancuso.

Buona visione!

Michele (Pigi)

P.S: Dimenticavo, Nuovo Mondo è il film italiano candidato per gli oscar, vedremo se riuscirà ad entrare nei migliori cinque.

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  20.11.2006 | 20:19
Marie Antoinette
 
 

Delusione!
Ecco cos'è Marie Antoinette per me. Certo, quando si hanno alte aspettative, è facile restare delusi, ma su Sofia Coppola avrei scommesso, dopo i bei film precedenti.
La scommessa invece è stata persa.
Per carità, il film è piacevole; ho sempre amato i film in costume e qui c'erano tutti gli ingredienti giusti, inoltre la colonna sonora pop è stata un ottimo accompagnamento per la vita mondana di Versailles (unica trovata originale del film!).
Cosa non ha funzionato allora?
Ebbene, un film è anche storia, e la storia di Maria Antonietta è una non-storia, niente di memorabile, niente da raccontare, se non le acconciature alte come grattacieli, le scarpe stravaganti, gli abiti color confetto, i favolosi pasticcini e gli scarsi appetiti sessuali del delfino di Francia.
Insomma, come la vita di chi se ne stava a Versailles era fatta di apparenza e nessuna sostanza, così è questo film.

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  15.11.2006 | 15:55
"Tutti rubano, Geremia, e tutti sono infelici"
 
 

Apro così, con una battuta tratta dall'ultimo film di Paolo Sorrentino, la mia personalissima recensione de l'amico di famiglia, film in concorso all'ultimo Festival di Cannes.
Ma chi è Paolo Sorrentino?
E' sicuramente uno dei registi più interessanti del cinema italiano, perchè è un nome nuovo e, soprattutto, valido, che va ad affiancarsi ad altri ottimi talenti emergenti come Marco Ponti ("Santa Maradona", "A/R") e Mattia Garrone ("L'imbalsamatore", "Primo amore").
Già il suo film precedente, le conseguenze dell'amore, mi aveva colpito molto, sia per la regia, ma soprattutto per il personaggio interpretato da Toni Servillo.
E anche qui, ne l'amico di famiglia, ci troviamo di fronte ad un personaggio fuori dal comune, surreale e grottesco. Sto parlando del protagonista, Geremia De Geremei, interpretato da un bravissimo Giacomo Rizzo.
Benchè sia soprannominato "cuore d'oro", un benefattore della comunità, Geremia è un usuraio e della peggior specie.  E' vecchio, bruttissimo, tirchio e cinico, ma un giorno perde la testa per la bella Rosalba (Laura Chiatti) e si lancia in un avventato investimento, consigliato dall'amico Gino (Fabrizio Bentivoglio).
Il film ci ricorda quanto siamo soli e infelici, e come l'amore possa lenire questa solitudine, salvo scoprire che l'amore non è altro che una merce di scambio per raggiungere i propri scopi, come Geremia imparerà a sue spese.

Questo film è consigliato a chi pensa che il cinema italiano, per quanto ricco a livello di contenuti, sia povero e scadente a livello di immagini.
Paolo Sorrentino capovolge questo assioma, confezionando una pellicola di pura bellezza estetica e spiazzante, ma dai contenuti non sempre chiari.
Per chi vuole avvicinare questo regista, consiglio caldamente le conseguenze dell'amore.

Michele (Pigi)

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  11.11.2006 | 15:07
"the departed"...il bene e il male...
 
 

Dopo tutti i commenti entusiastici di giornali, critica, pubblico e così via, come potevo non andare a vedere l'ultimo acclamatissimo film di Scorsese?
Semplicemente, DOVEVO andare a vederlo. Il mio era un dovere morale, come l'andare a votare.
E così mi siedo sulla poltrona del più brutto cinema di Cremona, il Chaplin, e mi scolo due ore e passa di pellicola, sparatorie, sangue e colpi di scena a ripetizione, conditi da un cast di grande livello, in cui Jack Nicholson giganteggia sui comunque bravi Leo Di Caprio e Matt Damon.
Insomma, sì,  tutti questi complimenti the departed se li è proprio meritati e non c'è niente di più bello che uscire dal cinema soddisfatti ed emozionati.
Ora non mi resta che vedere se il remake, perchè il film di Scorsese è un remake, è meglio dell'originale made in Honk Kong, intitolato infernal affairs e firmato da Andrew Lau.

Non mi dilungo oltre nei complimenti, vi segnalo solo una chicca a cui prestare attenzione.
Mi riferisco alle scene iniziali del film, in cui Scorsese introduce il personaggio di Costello (Nicholson) con continue inquadrature in penombra anche in scene di piena luce, per farci capire da subito, solo con la forza delle immagini, quanto egli sia pericoloso, diabolico e corrotto.
Se ancora non l'avete visto, correte al cinema!

Michele (Pigi)

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  01.11.2006 | 19:22
"Babel": la terza fatica di Alejandro Inarritu
 
 

Dai, ci riprovo.
Dopo l’insuccesso del mio primo tentativo di recensire il film visto qualche sera fa, eccomi nuovamente qui, sperando che questa sia la volta buona.
Oltre a the fountain di Aronofsky, the departed di Scorsese e Maria Antonietta della Coppola, tra i film per me più attesi della stagione, c’era sicuramente Babel del messicano Alejandro Inarritu.
Questo regista, sempre coadiuvato ai testi dall’ottimo Guglielmo Arriaga (sua la sceneggiatura de le tre sepolture, da me visionato per caso solo pochi giorni prima), mi aveva già molto colpito nei due precedenti film: amores perros e 21 grammi, il peso dell’anima, quindi per me era assolutamente da non perdere l’appuntamento con la sua terza fatica, che gli ha consentito, tra l’altro, di vincere la palma d’oro per la regia al festival di Cannes 2006.

Veniamo alla trama.
Una turista americana (Cate Blanchett) viene ferita gravemente durante una vacanza col marito (Brad Pitt) in Marocco. Nel frattempo, a San Diego, la tata messicana che tiene i figli della suddetta coppia, decide di portarli con sé al matrimonio del figlio in Messico.
Mentre ci si domanda a chi appartenga l’arma che ha ferito la turista americana, in Giappone una ragazza sordomuta che ha visto suicidarsi la madre, vive un rapporto difficile col padre.

Già dal titolo, Babel, si evince che il film si fonda su una babele di rapporti, che l’incapacità di comunicare e la diversità culturale non possono che rendere fragile e complicata allo stesso tempo. Non mi soffermo però più di tanto né sulla storia, una buona storia, capace di mantenere un elevato livello di attenzione e tensione nello spettatore, né sugli attori (pazzesco vedere Brad Pitt con rughe profonde come canyon!), che bene simulano il proprio disagio e malessere interiore, ma voglio focalizzare la mia attenzione proprio sul lavoro del regista.
Come si evince da questa breve sintesi della storia e ricordando le trame dei film precedenti, è lampante che caratteristica inconfondibile di Inarritu è quella di intrecciare tra loro le vicende umane di personaggi diversi, apparentemente slegate le une dalle altre, ma che nello sviluppo della storia diventano tangenti in più punti.
Non importa se si passa dal Marocco, al Messico o al Giappone, perché la dimensione che conta non è quella spaziale, ma quella umana dei personaggi, così lontani tra loro, eppure così vicini nella loro incapacità di comunicare, di farsi capire, di aprirsi al prossimo e di amare.
Altro marchio di fabbrica del regista messicano è il montaggio, utilizzato spesso per ricreare un ordine narrativo degli eventi differente da quello cronologico, ma stavolta in misura meno massiccia che in 21 grammi, dove esso era puro esercizio di stile….ma che stile!
Qui il montaggio, invece, è meno invadente che in 21 grammi e il tocco del regista sembra volutamente essere più distaccato, come volesse non interferire più di tanto con il dipanarsi della trama.
E poi le immagini, quasi sempre sgranate e ruvide, ben conferiscono la durezza di situazioni e momenti disturbanti, e l’uso frequente dei primi piani trasmette l’angoscia dei protagonisti negli occhi dello spettatore.

Per concludere, il film ha lasciato sicuramente il segno, lasciandomi soddisfatto all’uscita dalla sala e confermando l’ottima opinione che ho di Inarritu.

Michele (Pigi)

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  30.10.2006 | 19:03
A Cremona, "Babel" si vede solo al cinema Filo!
 
 

Oltre a the fountain di Aronofsky, the departed di Scorsese e Maria Antonietta della Coppola, tra i film per me più attesi della stagione, c’era sicuramente Babel del messicano Alejandro Inarritu. Ma prima di parlare della pellicola in questione, vorrei spendere due parole sul piacere che provo ogni qualvolta mi siedo su una delle (scomode) poltroncine rosse del cinema Filo di Cremona. Il mio non è certo masochismo e chi è di Cremona, sa che sto parlando di quel piccolo teatro, sito nelle vicinanze del centro storico cittadino e che da anni, nella sua piccola sala, ospita non solo rappresentazioni teatrali, ma anche pellicole cinematografiche per il piacere del pubblico, diviso tra platea e galleria.
Come spesso accade, è bello arrivare in sala qualche minuto prima dell’inizio dello spettacolo, per gustarsi dei succosi trailer dei film a venire, ma nel caso del cinema Filo anche per far correre lo sguardo oltre lo schermo, sui pesanti drappi di panno rosso e le decorazioni delle pareti, e sui ghirigori dorati delle balconate in galleria: perché chi si trova in quella piccola sala, sa da subito di essere in un luogo caldo e accogliente, capace di regalare un’ulteriore aspettativa su ciò che, nel giro di pochi minuti, verrà proiettato nel buio della platea.
Lì, quando le luci si spengono e il nero principia a brillare sullo schermo, si è certi che solo in un posto speciale è possibile vedere qualcosa di speciale.
Lì, quando il nero diventa colore, azione, e le immagini, i personaggi, l’intreccio prendono vita sullo schermo, regna il silenzio perfetto: nessun bambino si lamenterà durante la proiezione, perché questo cinema non ha film per i loro occhi, e nessun fastidioso ruminare di patatine romperà la tensione tra il film e la sala, perché questo cinema non ha patatine o bibite da vendere ma solo film da guardare.
Lì, quando il nero dello schermo e le luci della sala annunceranno la fine dello spettacolo, lo spettatore si alzerà e uscirà dalla sala, portandosi via il suo film. Niente di più e niente di meno.
E quando gli amici gli diranno “come mai sei andato in quel buco di cinema”, invece del neo-aperto multisala, dotato di wide screen gigante, dolby surround di ultima generazione e comode e larghe poltrone, lui non si pentirà della sua scelta perché sa dove è stato e, soprattutto, dove non è stato: non in una sala asettica e grigia, non in un supermercato del cinema, non tra una folla vociante e caotica. E se lo schermo effettivamente era piccolo e il sonoro mancava delle tecnologie più moderne, è un peccato veniale che facilmente si perdona a chi ti ha fatto sentire il piacere di essere spettatore.

La mia prolissità è davvero senza pari e me ne scuso.
Le due parole sono diventate un elogio del cinema Filo, il mio cinema preferito, un elogio che suona purtroppo malinconico, ora che i multisala qui in città sono diventati due.
Troppi per il cinema Filo e per i suoi film, talvolta difficili e spesso per pochi. Presto, infatti, il cinema Filo ritornerà ad essere ciò che era, un teatro. E basta cinema.
Così, quando cercherò di raccontarvi del prossimo film di Inarritu, forse ci riuscirò già al primo colpo, senza perdermi in futili disquisizioni sul bello di andare al cinema e di sentirsi spettatori di qualcosa di speciale.

Michele (Pigi)

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  15.10.2006 | 15:35
"Stealth", il cinema fracassone
 

Mi sono visto poco fa Stealth in dvd, film di fanta-azione su un nuovo aereo supertecnologico pilotato da un'intelligenza aritifciale. Un disastro al botteghino, uno dei maggiori degli ultimi anni. Regista da non buttare Rob Coehn per alcune delle cose che ha fatto in carriera. A me preme di ricordare Dragon: la leggenda di Bruce Lee, Fast and Furious e il non bellissimo Dragonhearth (ma da onorare per aver portato un fantasy decente sullo schermo dopo anni). Stealth mi ha intontito, e va benissimo, l'ho noleggiato per questo, un audio da paura, le casse del 5.1 risuonavano che era un piacere. Perchè si, per me (ma altri di kamala non condividono) il cinema può essere anche spettacolo di luci, immagini e suoni, ci può proiettare all'interno di una assurda storia d'azione e guerra che attraversa buona parte degli stati dell'Asia orientale e che mai saremo in grado di vivere nella realtà.

E poi c'è di bello che il film ci ricorda ancora una volta cosa il digitale può fare per cambiare e osare nuove inquadrature, che sono poi sempre un modo per emozionarci. Cohen vomita retorica, ma non come i film di Maichael Bay, ha un montaggio frenetico, ma non come nei film di Michael Bay, arriva a raccontare cose assurde, assolutamente poco credibili, ma non come nei film di Michael Bay.

Morale: se vogliamo rincoglionirci il cervello con il cinema scegliamo Stealth di Rob Cohen e non un film di Michael Bay...a parte Transformers, che l'anno prossimo vedrò in prima fila e sarò poi qui a massacrare.

fabio

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  15.10.2006 | 15:03
Il diavolo veste Prada
 
 

Di questo film si era già sentito parlare molto bene all'ultimo festival di Venezia.
"Divertente, frivolo, straordinario" era stato definito dalla stampa.
Ed in effetti è così, "Il diavolo veste Prada" è una commedia davvero ben confezionata da David Frankel, con una storia e dei dialoghi che funzionano, capace di far ridere e, allo stesso tempo, riflettere.
Indubbiamente azzeccate le due protagoniste del film: Meryl Streep, nei panni della diabolica Miranda Prestley,
capo della Runway, il magazine più esclusivo del mondo che decide cosa fa tendenza e cosa no, e Anne Hathaway nella parte di Andy, una giovane appena uscita dall'università e che sogna di far carriera nel mondo del giornalismo, ma che finisce per fare l'assistente di Miranda Prestley.
Ma la vera protagonista del film è la moda e tutto ciò che vi ruota attorno.
La storia è una sorta di rivisitazione in chiave moderna della favola di Cenerentola, dove la giovane Andy abbandonerà i panni infeltriti e sciatti di una ragazza qualunque, per quelli firmati da donna in carriera.
E il messaggio del film è proprio sul mondo del lavoro e l'arrivismo, ed è codificato molto bene da Stanley Tucci (Nigel), quando questi rivela all'inesperta Andy che "sarai sicura di aver fatto carriera solo quando ti accorgerai di non avere più una vita privata".
Il film, più profondo di quanto possa far pensare, ci domanda quale sia il prezzo del successo e cosa siamo davvero disposti a pagare per raggiungerlo.

pigi

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  08.10.2006 | 00:59
RENAISSANCE - RECENSIONE
 
 

Renaissance è l'opera prima di un tale Volckman, non che questo importi qualcosa, il suo stile è piuttosto solido e bello.
Renaissance è un film in bianco e nero, francese, un noir ambientato in una parigi futuristica, con le strade rialzate fatte di cristallo, i vecchi palazzi sempre più marci, ovunque cartelloni del grande fratello, che per l'occasione è una ditta di cosmetica dal nome evocativo AVALON.
Il protagonista è un poliziotto, un duro, un pò Marlowe un pò gorilla di Dazieri, un pò Decker di Blade Runner un pò Roman Durain (per chi conosce il cinema francese), e anche vagamente algerino, un pò Vincent Cassel e un pò musulmano. Un solido protagonista, con un passato che lo caratterizza, ma ci viene svelato solo per quello che ci interessa in questo film.
Renaissance, quasi mi dimenticavo di dirlo, è un cartone animato, dallo stile unico ed elegantissimo, quasi la risposta europea a Sin City, girato con veri attori poi digitalizzati, doppiato da altre persone.
Un mix unico e strano, e uno dei più bei fim di animazione che abbia visto di recente.
C'è poi da dire che l'ho visto in francese con sottotitoli in francese, e io il francese non lo so.
Ma il film mi è piaciuto tantissimo.

Max

Autore: kamalafilm | Commenti 0 | Scrivi un commento

  30.09.2006 | 21:03
Lady in the Water
 
 

Visto ieri pomeriggio, all'insolito orario di 17.30, questo film mi ha stregato come solo le favole sanno fare. E' vero, sono amante dei film di Night Shyamalan (vedi Sesto Senso, Signs, Unbreakable, The Village) e un appassionato di cinema fantastico ma questa pellicola ha qualcosa di strano, qualcosa che oltrepassa il "solito" fantasy.

La premessa è davvero assurda. Un amministratore di condominio trova una fata del mare nella piscina, gli avvenimenti che seguiranno porteranno ad un cambiamento di dimensioni mondiali. Il tutto però si svolge tra le mura degli appartamenti. Un mix di personaggi caricaturali e allo stesso tempo dannatamente reali. Si susseguono scene di tenerezza, paura, follia, commedia e, sopratutto, fiaba.

Lodevoli la regia, la fotografia e le riuscitissime interpretazioni di Paul Giamatti e Bryce Dallas Howard. Lui passa dal comico al drammatico con estrema facilità, lei parla poco ma ipnotizza con lo sguardo (e dire che in The Village faceva la cieca). Ora attendo la ragazza la prossima primavera in Spiderman 3, finalmente in un ruolo "normale".

Avvolgenti le musiche, una pregevole colonna sonora che si fa ascoltare anche separata dal film.

Unico avvertimento, andate preparati ad accettare una storia davvero ai limiti, è una bella favola dark solo per coloro che "credono".

Fabio

Autore: kamalafilm | Commenti 0 | Scrivi un commento

  24.09.2006 | 19:40
1855, la Grande Rapina al Treno
 
 

Spero non abbiate pensato di trovare opinioni e parole solo su film recenti in questo nostro spazio. Eh no.
Ieri ho avuto la fortuna di recuperare e vedere questo divertente film di fine anni '70. Affascinante storia di ladri all'interno di un bellissimo ambiente vittoriano con due incredibili attori quali Donald Sutherland e Sean Connery. Ah, quanto sarebbe bello poter avere Connery per uno dei nostri cortometraggi! E proprio per la sua presenza credo che il film di Crichton sia meglio di quanto non sarebbe stato. Il carisma di Sean Connery rende molto interessante un personaggio che altrimenti risulta poco delineato nel film. I pregi però stanno nella storia, ricca di suspance, in un'ottima fotografia e in una splendida ricustruzione storica.
Se vi capita in qualche passaggio televisivo non lasciatelo scappare.

fabio

Autore: kamalafilm | Commenti 0 | Scrivi un commento

  23.09.2006 | 15:48
Sguardi di celluloide
 

"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi un mondo che si accorda ai nostri desideri"
A. Bazìn

Non ce n'era certo la necessità di un ennesimo angolo di recensioni cinematografiche, vista l'ampia, ampissima offerta presente su riviste, giornali e internet. Lo sappiamo bene!
Eppure ci piace il cinema e parlare di cinema. Una vera e propria passione, la nostra.
E per darvi sfogo, scriveremo qui le nostre impressioni e opinioni su tutto ciò che colpisce i nostri occhi. Insomma, quelli che leggerete qui di seguito sono i nostri sguardi.
Sguardi di celluloide.

Altro non lo troverete.

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Autore: kamalafilm | Commenti 2 | Scrivi un commento

 
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