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CONCORSO DI POESIA INEDITA » SESTA EDIZIONE
Mrk - Prefazione
MRK - PREFAZIONE

di Paolo Briganti

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
Dante, Inf. I, 55-60

*

Sentite: facciamo che sia andata così.

Alla fine mi telefona French, laconico (non è una novità... lui è un po’ così... ma la comunicazione è anche disturbata, ondivaga, precaria), e mi dice qualcosa tipo «allora ho pensato al titolo». Ah, bene, rispondo; cioè? Segue un suono indistinto (io sono anche un po’ assonnato). Come? «...m...rc...». Eh?! (forse sono anche suonato). Allora, dopo un ennesimo vuoto, scandisce: «emme / erre / cappa». Ma che dici? dico.
La comunicazione cade. Non mi richiama. Ci provo io. «Il numero da lei chiamato è inesistente o momentaneamente irraggiungibile». Splendido! D’un tratto, preso quasi inspiegabilmente da una curiosità morbosa, digito in google, assurdamente, “m r k”, dicendo fra me “figùrati!...”. Appaiono invece miriadi – dico: paginate – di “mrk”!!! Ma che roba è?
Clicco il primo. Viene fuori: «MRK / Merck & Co., Inc. (NYSE:MRK) / Finance...». Roba di finanza, New York Stock Exchange, Wall Street... Dioneguardi!
Proviamo con un altro: «MRK / Corsi di Alta Formazione / Chi siamo / MRK nasce nel 1997 dall’incontro di un gruppo di consulenti operanti da oltre vent’anni nel settore dell’Information & Technology. / La società, attiva su tutto il territorio nazionale, ha sede a Milano e a Roma». Un motivo in più, direi, per evitare entrambe le metropoli.
Ri-clicco: «MRK di Timo S.r.l. Official Website / MRK, un sinonimo ed una garanzia di qualità nel mondo dell’abbigliamento per bambini». Nooo!: quando i bambini fanno “nooo”! I bambini no: lasciamoli fare i bambini, prego.
Altro giro: «MRK: MRKism: MRKfolio / MRK is a visual artist, freelance director, motion designer, and design lecturer based in London. MRK’s work fuses science with visual art...». Boia!: un freelance londinese. Ma freelance di che? Vediamo... immagini in movimento, arte visiva... Beh, niente male, forse... Ma la serie di epiteti mi fa pensare irresistibilmente a quella scena, di quel film di Moretti, ricordate? Lui dice: «Insomma, come campi?». E lei: «... ggiro... vedo ggente... mi muovo... conosco... faccio ccose...». Diosanto.
Ultimo tentativo: «Corsi per la ricostruzione unghie con M.R.K NAILS / finalmente arrivano i corsi di mrk nails aperti a tutti... / corsi di ricostruzione unghie a Rivoli». Unghie?! Corsi di ricostruzione unghie?! Aperti a tutti! A Rivoli! (non nel senso di “rivolo” al plurale, come dire “a bizzeffe”: nel senso della cittadina di Rivoli, provincia di Torino). Perbacco: se ne sentiva il bisogno. Meno male! Tutti a Rivoli, ragazzi! Ah, ecco: in fondo alla schermata c’è anche «Chiedere di Sara». Manca solo “no perditempo”. Comunque, buono a sapersi: semmai chiederemo di Sara: ci chiederà un pagamento “sull’unghia”?... E se avessimo una risposta “graffiante”...

Per fortuna French, alla fine, mi richiama. Una voce, se possibile, ancor più distante, disturbatissima – sembra in un tunnel –: sento solo qualche mozzicone di frase: «emmerrecappa... sloveno ... riflette... attuale...». Poi è inghiottito dal nulla. Torno a google, e, inciprignito, digito: “MRK” e “sloveno”. Trovato! Trovato! Mrk, l’indicibile mrk (comprarsi una vocale, prego; anche se, in sloveno, la r è una semivocale... vabbè...), in sloveno mrk vuol dire “eclissi”! Leggo, ad esempio: Soncev mrk: “eclissi di sole”. E poi mrk vuole anche dire “lugubre”, “tenebroso”. Ha a che fare con la sottrazione, di luce, e anche di voce, tipo “oscuramento” (radijski mrk: “silenzio radio”)... e informacijski mrk: “oscuramento dell’informazione”... Ecco addirittura (in traduzione italiana) un brano esemplare: «... l’oscuramento dell’informazione o strategie di comunicazione inappropriate da parte dei governi e delle agenzie intergovernative possono condurre a una situazione di sfiducia, dichiarazioni erronee e disinformazione...».
Mi ricordo d’improvviso la frase smozzicata di French: «riflette ... attuale». Forse... Forse voleva dire che un titolo come MRK “riflette la situazione attuale oscura”, una specie di “eclissi della società”, “eclissi della civiltà”... Ma è così profondo ’sto French?!

Mah! Magari alludeva a un’altra, meno tragica, eclissi, chissà... Magari – semplicemente – al nostro concorso di poesia... Già: “eclissi” della poesia? Beh, in un certo senso...

*

Sì, in un certo senso il nostro concorso, mentre quest’anno è cresciuto drasticamente d’una rigogliosa sezione B (per una silloge inedita), va riducendosi nella sezione base (A) quanto a numero di partecipanti: questa volta 177, solo 177... Beh, insomma, 177 son sempre tanti, per carità! (e vuol dire più di 500 testi da esaminare)... Ma sono quasi dimezzati rispetto a due/tre edizioni fa. Stanchezza? Sfiducia? Crisi? Eclissi... Ecco, ecco: eclissi. Mrk! (che detto così può anche somigliare a un’imprecazione fra i denti... MRK!).

Vabbè, il territorio entro cui scegliere s’è ridotto, ma questo non deve turbare più di tanto. Le scelte, alla fine, si son fatte, ci sono e convincono. Avevamo solo un parco scelta più limitato, questo sì. Ma i tre del podio offrono testi validi. Ancora una volta abbiamo accolto, con loro, tre modi poetici divaricati. Tra l’altro, scoperte alla fine le carte, ci accorgiamo che i tre poeti vengono da tre capitali (due attuali ed una ex-capitale): Roma, Firenze, e addirittura Londra. E nessuno dei tre aveva mai partecipato prima al nostro concorso. Vediamo.
Il primo classificato è Maurizio Di Paolo, da Roma. Ciò che, alla fine, ha convinto la giuria è anche quello che, almeno in parte, l’aveva trattenuta un poco, all’inizio, sulla soglia di qualche plausibile perplessità; cioè una certa naïveté di forma e di linguaggio (nel senso del “dire pane al pane”), che non è, ma a tutta prima può parere quasi “casuale”. Si tratta di un mix d’espressionismo controllato e di realismo allucinato: a partire dal capoverso di Buio, «Mi si è inclinata la casa» (per cui poi «armadi aperti e i letti cercano di scivolare fuori»); passando, in I vecchi tempi, per l’incontenibile turpiloquio tragico della madre che non ce la fa più a stare al mondo; per finire con straniate dichiarazioni dell’autore circa la morte («C’è stato un periodo in cui i miei parenti morivano da / una parte e dall’altra, a destra e a manca») e col saluto stoico e arguto del padre che, in limine mortis, par significare, come anticipa il titolo, Non è così brutto come dicono. Tre momenti di una prolungata tragedia dell’esistenza, espressa in versi liberi, obbedienti solo a un’interna impellente necessità fàtica, entro tre quadri di trattenuta intensa forza nativa.
La seconda classificata è Antonella Ortolani, da Firenze. Accensioni verbali “contratte” nelle sue due prime liriche (tutt’e tre comunque così femminili, anche prima di conoscere l’identità dell’autore): nella breve «Fu notte. Sogni indolenzivano...» – otto versi – è la vicenda accelerata di notte-giorno-ancora notte (come in uno di quei raccourci cinematografici di transizione...), con esiti poi sùbito di rallentato “respiratorio” nel ritmico finale di tre settenari (e la raffinata assonanza a clausola “mare: occidentale”); nelle due strofette di «Avevamo noi luce e ombra», è l’opposizione estate/autunno (se prima «gridava l’estate indomabile», ora è «l’autunno rassegnato») corrispettivi di una precedente pienezza vitale, perduta poi in una rassegnazione che va raggelando. La terza lirica, «Nella pace del sonno navigando», rivela infine echi più complessi e mescidati, sognanti, misteriosi, in cui velature e toni di sapore antico si intrecciano a moderne vibrazioni («e la luna bianca mano / dissolve l’ombra con l’intatto lume»), per chiudere su un ben tornito alessandrino: «a tentoni cercando l’impronta della luce».
Il terzo classificato è Roberto Minardi, da Londra (per la precisione da Hackney, che è una zona di Londra). Ciascuno dei suoi componimenti è costituito, graficamente, da un blocco unitario di versi ipermetri, all’occhio pressoché omogenei (neppure l’infrazione ottica delle maiuscole...), di andamento piano, pacato, riflessivo, e di tono colloquiale. Solo qualche sporadico, e vario, “sfaglio” linguistico: «l’aria alquanto crespa», nel primo testo; «contunde» e «ciò che cuoce e lo tartassa», nel secondo; e l’inaspettato flash siculo «i viri i vacchi, Robbertù?» in epigrafe al terzo. Domina nei primi due la stasi: in Come dire, è una pausa prandiale, su una panca, insieme a un grillo («né io mi sono mosso, né lui ha detto niente»); in Senza sudare, è l’aspirazione all’immobilità del geco, alla fine insostenibile. Chiave interpretativa – opponibile a queste ricercate atarassie – è il terzo testo (Il punto è che): se «a furia di evitare la piena esposizione / finiamo per stagnare», «sarebbe molto meglio / fuggire»... Esplicita la conclusione: ci vuole una «dose di squilibrio (anche se circoscritta) / che serve per il canto e per oltrepassare». Magari una ventata-flashback di ricordi primari (come da epigrafe).

Quattro, poi, i poeti inclusi – con due testi ciascuno – nella rosa dei “finalisti” (solo quattro, sì: meno di altre volte, in linea col calo relativo dei partecipanti, con l’“eclissi” insomma). Ma la sorpresa è poi – ad identità disvelate – che tutt’e quattro sono “vecchie conoscenze” del nostro concorso: tutt’e quattro sono stati infatti già pubblicati da Tapirulan, e magari finalisti, o addirittura sul podio dei premiati, ciascuno di loro in due precedenti edizioni. Questa è dunque la terza volta che li pubblichiamo. Persistenza tanto della loro scelta quanto della nostra: quale più tenace fedeltà? Eccoli, in stretto ordine alfabetico.
Massimo Bondioli, da Piadena (Cremona), con due brevi testi di brevi versi, imperniati entrambi sulla compresenza quotidiana, eppure straniante, delle – ormai nostre e consuete – diverse etnie: in Attese, è l’immagine in primo piano di un’incongrua ragazza cinese che «Rigira l’uovo tra le mani / nel giorno di pasquetta» (sullo sfondo alcuni «vecchi che il tempo / tagliano a calici di vino»); e, in Partita a scacchi, è la saggia “veggenza”, oltre dense nebbie esistenziali, di «Tarek, tunisino», mentre gioca a scacchi.
Tina Caramanico, da Milano (ma pure – lo sappiamo – da vari altri precedenti “altrove”), finalista anche lo scorso anno, qui ci confida abituali distonie: in A volte lascio che risalgano, son ferite esistenziali con cui convivere (desideri, ricordi, soprusi...), alternate alla più stupida routine quotidiana; mentre, in Quel giorno, il fato, imperscrutabile, non consente che accada quel che invece dovrebbe, sicché resta poi solo da vivere, surrettiziamente, nell’universo parallelo di quella inattuata inattingibile potenzialità.
Lucia Diomede, da Mola di Bari – seconda classificata lo scorso anno –, offre testi metapoetici in terzine di endecasillabi dantescamente incatenati, terzine perfette, expolite (qui noi abbiamo scelto «Casca laconico quel disincanto» e «Ma forse la pazzia o la poesia», che potrebbero anche stare, per le rime, in sequenza). La dizione “alta”, inevitabilmente anche “ardua”, ma robusta, sembrerebbe voler tutelare – oltre ogni possibile corrosione del linguaggio – i suoi «versi caparbi e ancora abbarbicati / alla vita».
Rita Sacchetti, da Torino – già finalista anche due anni fa – nega anzitutto (in versi liberi) che il suo «stare al presente» («un presente rarefatto») Come lo zero al tutto sia «rinuncia», anche se si lascia sfuggire che la sedurrebbe «l’arte della fuga» (ma in questo caso Bach è solo un calembour); e poi confessa apertamente (nel sonetto Il lanciatore di coltelli) le molteplici ferite provocate da un «distratto lanciatore», sempre inadempiente, e la raggelata disillusione circa «quell’inverno che tu chiamavi amore».

Infine i segnalati, con un componimento a testa. Sono, stavolta, solo trentaquattro: qualcuno di meno del solito (anche qui l’“eclissi” ha colpito, certo; anzi, soprattutto qui). Non possiamo, al solito, dar conto dei singoli testi, ma qualche curiosità va indicata. Anzitutto che parecchi di questi segnalati (12 su 34) sono, anch’essi, già noti per essere stati segnalati o finalisti o premiati in una o più delle cinque precedenti edizioni. Il recordman, meglio, record-poet è Gennaro De Falco (da Milano), tre volte segnalato (con questa quattro) e una volta anche finalista. E c’è Rodolfo Vettorello (anch’egli da Milano) due volte (con questa) segnalato, finalista la scorsa edizione, e, due anni fa, addirittura vincitore: una ripetuta, importante presenza la sua. Seguono: Saverio Cristiani e Salvatore Dario D’Angelo (entrambi da Parma) tre volte segnalati (con questa quattro). Vale la pena di rilevare che queste loro due sono le sole presenze “parmigiane”; allargando alla provincia (Fidenza), ne possiamo contare tre in tutto di “locali” in questa raccolta: almeno non ci si potrà accusare di provincialismo, direi (ed è una riprova che la giuria opera del tutto all’oscuro delle identità, fino alla fine).
A proposito: da quali province vengono i 34 poeti segnalati di MRK? Oltre a Parma, ecco, nella nostra regione: Piacenza e Bologna (2). Al nord: Genova, Asti, Aosta, Cremona (ch’è la vera patria di Tapirulan: a riprova ulteriore di quanto sopra), Brescia, Mantova (2), Milano (3), Lodi, Rovigo, Verona, Venezia, Belluno, Gorizia. Al centro: Pesaro-Urbino, Massa, Livorno, Firenze, Roma (2), Latina, Ascoli Piceno, Chieti. Al sud (e isole): Cagliari, Barletta-Andria-Trani, Taranto. Un bel ventaglio di rappresentatività nazionale, vero? E i versi di questi segnalati testimoniano anche, ancora una volta, un ampio ventaglio di opzioni, temi, esecuzioni, toni; ci sono versi di tutti i tipi: estatici, straziati, arguti, minimi, ritmici, slogati, metrici, liberi, forbiti, parlati, desolati, meditativi, naïve, cólti, constatativi, ottativi, rassegnati, ribelli...
No – in fondo, no – non è ancora proprio l’eclissi, almeno non l’eclissi totale. Qualcuno continua a vedere, o a sognar di vedere, tenace, intento, una luce... quantomeno un proprio personale barlume. Noi li abbiamo riconosciuti, o così ci pare. Sapete, anche per noi è luce di crepuscolo...

Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;
tal mi fec’ ïo a quell’ultimo foco
Dante, Par. XXV, 118-121

*
Alla fine di tutto mi vien da ripensare a com’è nata – come s’è rivelata – la faccenda del titolo: qualcosa mi dice che forse (forse) quell’impulso un po’ da internet-coatto (la ricerca compulsiva di un senso per dei fonemi/grafemi insicuri, improbabili, quasi impronunciabili) mi ha messo in traccia d’una mappa che potrebbe essere solo apparentemente casuale e dispersiva... Forse la peregrinazione attraverso assurdi link può anche avere un senso: sta a me, a noi, trovarlo? forse... come nei tarocchi di Calvino, o nei residui del caffè in fondo a una tazza, o nelle foglie di coca, o nelle pietre-ossicini-bastoncelli gettati per estrarne sortes... Le sorti, ecco!, un responso, un vaticinio!... Ma quale?... Quale?

*

Sarà il caso

Sarà il caso di curarsi le unghie
(ricostruite o meno)
ed arrotarle bene (altro che lacca)
se si vorrà salvezza
dalla protervia in giacca (od in maglione)
della finanza, dalle astuzie della
tecnologia e comunicazione…
Innocenti, freelance, uomini liberi:
attenzione, vi dico, pay attention!
L’eclissi – ricordiamolo – è vicina.

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