Certe volte si ha a che fare con dei tizi insopportabili. Per esempio quelli che professano incredibili virtù amatorie, avete presente no? O quelli che dicono a scuola ero bravissimo ma non studiavo mai perché sono intelligente. Oppure quelli che dicono ah io da Milano a Cervinia ci metto neanche quaranta minuti. Tutti esibizionisti, millantatori, superbi.
Purtroppo anch’io, in fondo, sono un po’ così. A parte che non ci metto quaranta minuti da Milano a Cervinia. Anche perché non abito a Milano. Però sono così. Tuttavia cerco di trattenermi, di celare questa mia natura perché, diciamolo, si tratta di sgradevoli retaggi dell’infanzia. Roba degna di bambini petulanti. Allora succede che mi assimilo a un’altra sordida specie di individui: i falsi modesti. Quelli che minimizzano tutto ciò che li riguarda, non solo con le parole ma anche con la postura, quasi si arrotolassero in se stessi mentre parlano, come se rientrassero timidamente in un guscio di lumaca.
Se qualcuno dice a qualcun altro, in mia presenza, che sono bravissimo a fare lo zabaione, per esempio, io subito faccio la faccia tipica del falso modesto, scuoto il capo e rannicchio le spalle, e mi affretto a dire che no, sta esagerando, che quasi neanche lo so fare lo zabaione, mi arrangio come posso, certo, non è male ma c’è chi lo sa fare meglio, e così via. In realtà dentro di me soffro terribilmente perché vorrei che tutti sapessero quanto sono abile a fare lo zabaione. Solo che in questo caso, tutto sommato, faccio bene a volare basso, perché oggettivamente è un po’ indigesto il mio zabaione.

***

Mi ero cacciato nei guai.
Questo era poco ma sicuro.
Il fatto è che a volte non riesco proprio a trattenermi. Specie quando ho a che fare con una ragazza. Non una qualsiasi, intendiamoci. Si trattava di Penelope. Dopo mesi che le ronzavo intorno senza concludere nulla, se ne esce dicendo che adora i funghi. Allora io, insomma io cosa potevo fare?

«Anch’io adoro i funghi.»
«Davvero?»
«Ne vado matto. Se potessi mangerei solo funghi.»

Io detesto i funghi. Quando penso ai funghi mi vengono in mente quelli atomici, oppure quelli che ti spuntano sulla pianta del piede.

«Lo sai» dissi «che Taddeo, il mitico eroe greco, dopo aver affrontato un lungo viaggio, era stanco e assetato…»
Penelope mi guardò perplessa: «Taddeo?»

Era colpa del dentista. Se non mi avesse fatto attendere quasi un’ora non mi sarei messo a leggere la rivista che riportava quella storiella. E probabilmente avrei continuato a condurre la serata con la consueta pacatezza da falso modesto che mi contraddistingue. Invece no.

«Sì, Taddeo.» Continuai «Taddeo dopo aver affrontato un lungo viaggio…»
«Sicuro che non fosse Perseo?»
Quando stai per finire sotto i ferri del dentista qualche dettaglio può anche sfuggirti.
«Taddeo… Sì Taddeo. Sarà stato il fratello di Perseo. Dicevo: Taddeo dopo aver affrontato un lungo viaggio era stanco e assetato, dunque si rifocillò con dell’acqua raccolta all’interno del cappello di un fungo.»
«Ah.»
«Dopodiché decise di fondare proprio lì, dove aveva bevuto nel fungo, una nuova città che chiamò Micene, il cui nome guarda caso deriva proprio da mykes, che in greco significa fungo, e così diede origine alla civiltà micenea.»
«Interessante…»
«E i micenei cominciarono a svilupparsi e a riprodursi» continuai con entusiasmo «divennero una civiltà fiorente, tanto che gli altri greci dicevano che i micenei spuntavano come funghi. Così nacque anche un modo di dire che si usa ancora.»
La noia di Penelope divenne palpabile, al quinto sbadiglio cambiai discorso:
«Comunque, i funghi bisogna saperli cucinare» tagliai corto.
«Naturale, sono meglio in padella che come bicchieri… tu li sai cucinare?» incalzò Penelope.
Se fossi rimasto nei ranghi della falsa modestia avrei dichiarato, con artefatta ritrosia, una discreta capacità nella mantecatura del risotto. Nulla di eccezionale ma mi arrangio, avrei detto. Se fossi stato sincero avrei confessato la mia inettitudine alla preparazione di qualsiasi vivanda, non solo a base micotica. Ma la sincerità non è mai un’alternativa che prendo seriamente in considerazione. Fu in quell’istante che cedetti alla tentazione della spacconeria.
«I funghi sono la mia specialità. Scaloppine, risotto, pasta, crespelle, sughi, antipasti vari… chiedimi ciò che vuoi, io lo cucinerò per te. E credimi: sono pochi quelli che possono concorrere con le mie tagliatelle ai funghi porcini.»
Penelope parve rinfrancata, era molto più interessata agli aspetti culinari piuttosto che a quelli mitologici.
«I veri amanti dei funghi se li vanno a cercare, o sbaglio?» domandò.
«Certo, però bisogna saperli cercare, e soprattutto bisogna conoscerli bene, perché, come diceva un tale: tutti i funghi sono commestibili, ma alcuni una volta sola… Fortunatamente io sono un fungaiolo esperto e non ho certo bisogno di comprarli al supermercato.»
«Ci andiamo?»
«Dove? Al supermercato?»
«Ma no! A cercare funghi. Non ci sono mai stata con un fungaiolo esperto. Mi ci porti? Sarebbe stupendo!»
«Beh… sì, possiamo andarci, magari più avanti, quando sarà stagione.»
«Ma scusa, non è questa la stagione?»
Temporeggiai: «Magari la settimana prossima ci organizziamo…»
«Domani!»
«Domani?!»
«Sì, domani!»
«Ma domani è domenica…»
«Appunto! Quale giorno migliore?»
«Sarà chiuso…»
«Non dire sciocchezze! Dai, domani ci andiamo, ok?»
Ormai non potevo più tergiversare, né tantomeno rifiutare. Mi aspettava una lunga nottata a studiare il meraviglioso regno dei funghi, giusto per avere una vaga idea di dove andare a cercarli.
«Va bene» dissi «ma solo a patto che poi ti fermerai a cena per assaggiare una delle mie specialità.»
Se proprio dovevo rovinarmi, almeno lo facevo fino in fondo.

Lo studio del meraviglioso regno dei funghi si rivelò, se possibile, più soporifero e inutile dello studio della legge di gravità applicata ai coriandoli. Le mie ricerche si interruppero dopo poche righe del primo articolo trovato su internet.
L’appuntamento era fissato per le cinque del mattino. Penelope aveva proposto un orario più abbordabile – le sette – ma io avevo rifiutato con sdegno: bisognava proseguire nella pantomima dell’esperto cercatore di funghi, e per quanto ne sapevo io, a funghi ci si va alle prime luci dell’alba. Non solo, speravo che l’orario estremo facesse desistere Penelope dai suoi propositi. Ma così non fu.
Quando passai a prenderla il suo entusiasmo sembrava irrefrenabile. Io versavo in condizioni pietose e non sapevo dove andare. Mi diressi a caso verso l’Appennino. Per circa un’ora e mezza la mia occupazione principale fu quella di guidare semiaddormentato eludendo tutte le domande che Penelope inanellava con una rapidità troppo elevata per i miei riflessi mentali: dove andiamo?, quanto ci metteremo?, che funghi troveremo?
Fortunatamente la mia evasività riuscì a sedare la sua curiosità.

Nonostante le premesse, la giornata risultò piacevole e riuscimmo a raccogliere un bel po’ di funghi. Ovviamente ignoravo se fosse roba commestibile oppure no. Per ogni fungo scovato gli occhi neri di Penelope brillavano come se avessimo trovato una pepita d’oro. E così, ben presto cominciò a non dispiacermi affatto di aver letto la rivista dal dentista, di aver raccontato la storia di Taddeo o Perseo, di essermi svegliato alle quattro per andare a funghi e tutto il resto. Forse quel giorno sarebbe stato memorabile e magari a cena…
Già, la cena.

La raccolta era stata eccezionale. Prima di ripartire, con la scusa di andare in bagno, entrai in un rifugio con la cesta colma di funghi. Con un po’ d’imbarazzo chiesi al gestore se poteva indicarmi quelli velenosi. Desideravo trascorrere una serata paradisiaca, certo, ma senza passare dall’obitorio.
«Puoi stare tranquillo» mi disse «di velenosi non ce n’è. Questi qui sono buoni trifolati, questi invece sono ottimi per ogni cosa e questi… beh, questi sono da sballo.»
Rientrati in città, mi accinsi a preparare la cena. I funghi trifolati non li sapevo cucinare, quindi decisi di usare i migliori, quelli da sballo, per condire le tagliatelle. Siccome erano piccoli li mischiai a quelli buoni per ogni cosa. Portai in tavola una bottiglia di vino bianco, la più pregiata della mia cantina, e servii le tagliatelle nel mio piatto, in quello di Penelope e nella ciotola di Elvis, il mio cane. Almeno se ne starà buono per un po’, pensai. Le tagliatelle, contrariamente alle mie fosche previsioni, risultarono appetitose. Purtroppo, però, di lì a poco la conversazione si fece più frammentaria, la stanchezza cominciava a farsi sentire.
Penelope era bellissima, sembrava una principessa a cavallo di un destriero bianco mentre varcava il portone del suo castello. Mi sorrideva timidamente, mi invitava ad avvicinarmi, forse per baciarmi. Improvvisamente giunse un drago feroce che sputava fuoco e cercava di colpirmi con i suoi artigli taglienti. Tentai di difendermi con tutte le forze ma la tenzone era impari. Penelope dapprima cercò di aiutarmi scagliando delle lance, poi sparì. Infine fui sopraffatto dal drago che mi gettò a terra con un violento colpo di coda.
Mi risvegliai l’indomani, accasciato sul pavimento della cucina, o per lo meno di ciò che ne rimaneva dopo il passaggio del drago. Era tutto sottosopra, piatti e bicchieri ridotti in frantumi, tavolo e sedie rovesciati. Il mio set di coltelli giapponesi nakiri bocho era conficcato nella credenza. Elvis stava scodinzolando vicino alla ciotola, leccandosi i baffi. Penelope era realmente sparita. La ritrovai nella mia camera ancora priva di sensi. Quando rinvenne sparì nuovamente, non prima di aver accarezzato Elvis. Mentre si chiudeva la porta alle spalle mi guardò con disgusto. Non riuscii nemmeno a chiederle se le erano piaciute le tagliatelle.
Mi rintanai sconsolato in camera. Sulla scrivania il computer era ancora acceso sulla pagina web che avevo consultato la notte precedente. Digitai “funghi da sballo” nel motore di ricerca. Mi fu subito chiaro cos’era successo.

***

La serata con Alice sta andando a meraviglia. Sono completamente affascinato da lei, dal suo modo di sorseggiare il tè mentre cerca di spiegarmi con passione la differenza tra il calcestruzzo e il cemento armato. Alice è architetto, sogna di progettare un museo, è allergica al rumore dei temperini, è una divoratrice di zucchero filato, adora gli animali e fa volontariato al canile. è un’eccellente conversatrice, in poco più di due ore ho appreso buona parte della sua biografia. Alice è anche una lettrice instancabile: «Leggo soprattutto romanzi d’avventura» dice. «I miei autori preferiti sono Salgari e Verne.»
Anch’io li ho letti, sì, ma quando avevo otto o nove anni. Forse dieci. Ricordo solamente i titoli dei libri più noti e i nomi dei personaggi principali: ne butto lì qualcuno nel calderone della conversazione.
«Due autori molto sedentari» aggiungo ostentando erudizione. «Descrissero mondi lontani senza spostarsi da casa e riuscirono a raccontare avventure incredibili che di fatto non vissero mai.»
«è vero, le loro vite non furono ricche di avventure. Semmai di disavventure. Soprattutto quella del povero Salgari, che fu costellata di lutti e finì col suicidio. Li ammiro come scrittori, ma ovviamente nessuno dei due sarebbe il mio uomo ideale.»
«Eh no, certo, no… E come sarebbe, per curiosità, il tuo uomo ideale?»
«Non credo di avere un ideale preciso, però mi piacciono gli uomini forti, audaci, proprio come quelli che compaiono nei loro libri. Forse ai nostri giorni vivere delle avventure come quelle non è possibile, mi accontenterei di un uomo sportivo, magari uno che abbia la mia stessa passione per gli sport estremi. Tu fai sport?»
Se Salgari e Verne erano dei sedentari, al loro confronto io sono un fossile.
«Lo sport è la mia ragione di vita» dico. «Non saprei nemmeno esprimere le emozioni che provo quando sto per lanciarmi da certe altezze…»
«Certe altezze?…»
Mi sto cacciando ancora nei guai.
Questo è poco ma sicuro.

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