Guardavo l’uomo, quell’uomo, l’uomo nel parco, lo conoscevo di vista. Parlavo con un’altra persona e lo guardavo. Lo guardavo mentre gironzolava per il campo da basket da solo. Aveva una mano sul culo e si grattava forte. L’altra mano invece era vicino alla faccia. Di quella mano vicino alla faccia le dita erano raccolte a pugno, tutte tranne l’indice. L’indice era tutto steso, dritto, ma se ne vedeva solo una metà scarsa, perché l’altra metà abbondante era dentro il suo naso. Faceva piccoli movimenti a rotazione per arrivare più in fondo. Mi riusciva difficile anche solo pensare di smettere di guardarlo, mentre zigzagava per il campo con una mano sul culo e l’altra nel naso.
Lo guardavo e quello che sentivo non era affatto schifo, quello che sentivo era simpatia. La simpatia era tutta basata sulla somiglianza, perché anche se in quel momento non avevo nessun dito nel naso, lo stesso mi sentivo come uno con un dito nel naso. Forse per via delle tante volte che nella vita mi sono messo un dito nel naso.
Quando ero all’asilo durante una festa di carnevale qualche maestra scattò una foto di cui ho una copia. Si vedono tutti i bambini che giocano, o corrono, o suonano trombette, o tirano coriandoli, o tirano stelle filanti, o bevono una bibita colorata. Poi c’è un bambino piccolino, in un angolo, che guarda i compagni. Ha un dito nel naso e la testa leggermente piegata. L’altra mano ce l’ha in tasca, mi sembra. Sono io. Sono poco più di un puntino con un puntino ancora più piccolo che entra dentro un altro puntino minuscolo. Non mi si riconosce. Quando mostro la foto a qualcuno dico sempre: io sono quello lì in fondo che si scaccola con la testa piegata. Solitamente lo dico con lo stesso orgoglio con cui un papà al campo da calcio dice a un altro papà: mio figlio è quello che ha appena fatto il goal nell’angolino. Quelli a cui faccio vedere la foto a volte sono un po’ dubbiosi sul fatto che quel puntino sia veramente io, ma poi pensano che non avrei motivo di mentire e quindi alla fine mi credono. A volte dopo aver osservato meglio la foto.
L’anno dopo quella festa un mio compagno di asilo che si chiama Pietro mi disse che è bello tirar fuori le caccole dal naso, certo, ma è ancora meglio mangiarle. Io provai a ingoiarne un paio ma non mi piacquero molto. Non che fossero cattive, però non avevano un sapore deciso. Le polpette coi piselli della cuoca Zoe erano più buone.
Alle elementari il mio interesse per quest’attività non venne mai meno. Ho in mente molti episodi in cui, per esempio durante un gioco, o un compito, a un certo punto sentivo il bisogno di scaccolarmi. Non ero già più nella fase in cui lo facevo in pubblico. Mi avvicinavo al banco, nascondevo la testa nella piega del braccio e tiravo fuori una caccola che poi spalmavo sotto il banco. Quando cominciai a far fatica a trovare sotto il banco una zona senza caccole spalmate, capii che era il momento di smettere. O di cambiare banco. Ma se ben ricordo non smisi e non cambiai nemmeno banco. Continuai ad attaccare strati su strati sotto lo stesso banco.
La scuole medie sono sempre un periodo orrendo, e secondo me lo si capisce anche dal fatto che ci si vergogna a tal punto all’idea di essere scoperti mentre ci si scaccola che non lo si fa più. Nemmeno quando si ha un pezzo proprio grosso che non aspetta altro che di essere tolto. Uno di quei pezzi che mentre ce l’hai nel naso ti pregusti già il momento in cui lo estrarrai e controllerai che aspetto ha, se ha il pelo attaccato, se è più verde tendente al giallo o giallo tendente al verde. E tutto questo trattenersi può avere degli effetti collaterali: le prime forme di stress, i disturbi di personalità e gli episodi di bullismo. Le medie sono il periodo di altri giochi. Di solito giochi molto meno belli.
Per fortuna poi le scuole medie dopo tre o quattro anni finiscono e si torna a dare il giusto peso ai passatempi divertenti. Alle superiori uno può anche diventare famoso perché si scaccola molto, o molto bene, o perché comunque ha tutta una serie di atteggiamenti da cui si capisce che per lui mettersi delle dita nel naso è una cosa da fare il più spesso possibile, specie soprattutto dopo le restrizioni del periodo precedente. Il fatto di non essere riuscito allora a diventare celebre per nessuna faccenda collegata alle caccole è uno dei miei maggiori motivi di rammarico.
Verso i venticinque anni, una sera che eravamo a cena fuori, un mio amico che si chiama Diego mi disse: tu hai sempre una mano con qualche dito nel naso. Lo considerai un gran bel complimento. Tra l’altro in quel periodo avevo una ragazza, una ragazza che stava lì ad ascoltare mentre Diego mi faceva i complimenti. Ero io stesso stupito che nonostante fossi tutto preso da quella ragazza trovassi comunque il tempo per occuparmi delle mie passioni. E che qualcuno se ne accorgesse. Quella fu proprio una bella serata.
Di recente a un altro mio amico che si chiama Alberto ho detto che certe relazioni finite ma di cui non riesci a liberarti del tutto sono un po’ come quelle caccole vischiose che ti restano sempre in mano. E per quanto ti impegni ad appallottolarle e a tirarle lontano, quelle ti stanno addosso, attaccate tra le pareti interne delle dita. Soprattutto le relazioni con le ragazze spettinate dagli occhi foschi. Quando gliel’ho detto, Alberto ha annuito. È senz’altro un esperto. Forse anche di ragazze.
Invece, certe altre ragazze sono come quelle caccole dure, ben formate, che non vedi l’ora di toglierti, e stai già bene quando ancora ce l’hai dentro perché pensi che presto te ne sarai liberato senza problemi. A meno che tu non sia ancora alle scuole medie.
In ufficio da un po’ ho cominciato a scaccolarmi. Mi ricordo che quando ero appena stato assunto non avevo il coraggio. Ero capace di tenermi dentro tutto fino a sera. Chissà se mi vede il capufficio che figura ci faccio, pensavo. Ora invece so che il capufficio è molto distratto. Non si accorge per niente di me. E il fatto che mi scaccolo è segno che lì sono a mio agio. Se dovesse vedermi all’opera glielo spiegherò. Ammesso che riesca a prestarmi attenzione.
Ogni tanto capita che mi tolgo qualcosa dal naso e poi non so dov’è finito, e allora cerco tutto intorno alle dita e alle mani, poi sui polsi, poi tra le fotocopie che ho sulla scrivania, poi cerco di specchiarmi nello schermo del computer, poi mi guardo anche tra le righe di velluto dei pantaloni. Un po’ come in quel film in cui il protagonista si masturba e poi non trova più lo sperma nonostante un gran cercare. Ma le mie caccole non sono mai attaccate alle orecchie. Lo so perché sono l’ultimo posto che controllo prima di arrendermi.
Sono questi più o meno i motivi per cui quell’uomo al parco mi stava simpatico, e questa simpatia cercavo di comunicargliela con uno sguardo allegro. Ma non riuscivo a farmi vedere da lui. C’è stato un momento per la verità che mi ha anche guardato, poi però il suo sguardo si è spostato su quel punto di mondo che non era più naso ed era già dito, e io non ci sono stato più.

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